martedì 14 luglio 2026

da Il Manifesto del 23/06/2026

La condanna di Almasri è l’ennesimo bluff di Tripoli

di Mario Di Vito


Una condanna per evitare un processo. I sette anni e quattro mesi di reclusione sentenziati domenica dal tribunale di Tripoli verso il generale Osama Almasri non sono il simbolo di una Libia che prova ad allinearsi agli standard minimi dello stato di diritto. Sono il contrario: il giudizio di colpevolezza per le torture sui detenuti della prigione di Mitiga, infatti, è un argomento che il boia potrà usare per opporsi al mandato di cattura della Corte penale internazionale. Che, per il principio di complementarità, non può mai superare la giustizia domestica, quando c’è.

I MEDIA VICINI al governo di Tripoli parlano della condanna di Almasri come di «un esercizio di giurisdizione nazionale» ed è bene ricordare che, l’anno scorso, il premier Abdulhamid Dbeibah aveva rilasciato dichiarazioni piuttosto eloquenti alla televisione di stato: «Siamo rimasti sorpresi dal rapporto della Cpi su Almasri. Come possiamo fidarci di qualcuno che ha violentato una ragazza di 14 anni?». Una presa di distanza, almeno all’apparenza, anche se appare inverosimile che lui, capo dell’esecutivo, non avesse idea di quello che accadesse sotto il suo naso. Ad ogni modo, nel novembre del 2025 Almasri venne arrestato, destituito dal suo incarico di capo della polizia giudiziaria e messo ai domiciliari. A un giorno e mezzo dalla sua condanna, peraltro, nessuno ha idea se lui sia effettivamente detenuto.

MISTERI di un paese che sta cercando di accreditarsi presso le principali cancellerie europee e che però al suo interno continua ad essere una polveriera: fazioni in lotta, governi diversi che si disconoscono tra loro, milizie che hanno conquistato e controllano ampie fette di territorio e non vogliono mollarlo. In questo contesto, il rapporto tra l’esecutivo di unità nazionale di Dbeibah e la Rada – il gruppo militare di cui fa parte Almasri – è molto complesso da leggere. Certamente c’è della tensione, ma allo stesso tempo resta sempre aperta la strada della trattativa. Sono le regole della guerra civile.

VISTE COME si sono messe le cose su Almasri dopo l’assurda vicenda del suo soggiorno in Italia del gennaio 2025 – quando venne arrestato su mandato della Cpi e poi rilasciato in meno di 72 ore – e dopo che i giudici dell’Aia hanno fatto uscire le accuse contro di lui (torture, violenze, omicidi, stupri e altre atrocità), le cose tra Dbeibah e la Rada hanno cominciato a farsi particolarmente tese. Troppo indigeribili le condotte della milizia, troppo forte la pressione dell’opinione pubblica europea. Quando, nel luglio del 2025, è stato arrestato in Germania l’altro capo di Mitiga, Mohamed Ali El Hishri (Al Buti) – pure lui come Almasri accusato di crimini di guerra e contro l’umanità – la situazione si è complicata ancora di più. E Dbeibah ha deciso di riconoscere ufficialmente la giurisdizione della Cpi per i fatti accaduti in Libia dopo la deposizione di Gheddafi.

UNA MOSSA tattica: la giustizia dell’Aia deve necessariamente fermarsi quando si muove un’autorità giudiziaria nazionale e, dunque, l’aver processato e condannato Almasri, in teoria, annullerebbe gli effetti della richiesta di consegna nei suoi confronti. Dalla Cpi, però, fanno presente che c’è un elemento ancora da valutare: l’adeguatezza del procedimento. I magistrati dell’Aia studieranno le carte di Tripoli e dovranno decidere se le ritengono o no congrue, a partire dalla completezza delle accuse e dall’effettività della pena comminata.

LE RICADUTE italiane di questo nuovo capitolo della saga di Almasri, intanto, tornano a coinvolgere il governo. Se la partita giudiziaria si è chiusa con il diniego della Camera all’autorizzazione a procedere contro il sottosegretario Alfredo Mantovano e i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, da ieri le opposizioni sono tornate a rumoreggiare ricordando «la brutta figura» del gennaio 2025. «La Libia ha fatto una figura migliore della nostra. Lo hanno arrestato, fatto processare e ieri (domenica, ndr) è stato condannato», ha scritto sui suoi social il leader del M5s Giuseppe Conte riferendosi ad Almasri. Da qui l’accusa al governo di aver «coperto di disonore l’Italia». Da qui la canonica richiesta, condivisa anche da Pd e Avs, di «riferire in aula».

IN REALTÀ, però, c’è poco da rallegrarsi per l’ultima mossa libica. La volontà di mantenere tutto all’interno della giurisdizione domestica è un tentativo di allontanare gli occhi del mondo dagli orrori dell’ultimo quindicennio. Orrori sopra i quali sono stati fatti accordi come il memorandum sull’immigrazione stipulato con l’Italia del 2017. E affari, tra sfruttamento delle risorse energetiche, costruzione di infrastrutture e cooperazione nell’ambito della sicurezza. Discorsi da miliardi di euro che valgono un bluff sulla «condanna» del boia.