sabato 29 agosto 2026

CHI ALIMENTA LA FIAMMA DELLA VIOLENZA

Il Manifesto 22 agosto

Alessandra Pigliaru

 Il femminicidio è una parola che indica la morte di una donna in quanto donna. Viene uccisa per questo: in quanto donna. Si potrà obiettare, come da anni accade nella parte culturalmente e politicamente più reazionaria del Paese, che si può chiamare omicidio, che le violenze non hanno genere e che Tania Terrin, Daniela Florea, Tania Sperindio siano morte per ragioni diverse e lontane da un istinto proprietario o dalla volontà di sopprimere la loro libertà. Si può obiettare quasi tutto, anche contro l’evidenza: sostenere, ad esempio, che l’educazione affettiva sia inefficace, che sia questione di nazionalità, eccetera.

Ci sono i dati, gli osservatori, per quanto parziali, i convegni, gli studi. C’è soprattutto un’elaborazione teorica e delle pratiche condivise da decenni dal femminismo, dai movimenti e dai centri antiviolenza. Dal dicembre scorso c’è persino una legge dello Stato che, utile o meno, ha introdotto nel codice penale il reato di femminicidio e lo definisce attraverso parole piuttosto difficili da equivocare: odio, discriminazione, prevaricazione, controllo, possesso, dominio; il rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo; la volontà di limitarne le libertà individuali.

Eppure ci sarà sempre chi continuerà a discutere strumentalmente se la violenza maschile contro le donne costituisca o meno un fenomeno sistemico, là dove “sistemico” non vuol dire che ogni uomo sia violento né che ogni donna uccisa sia vittima di femminicidio.

Lo ripetiamo, magari serve: il punto comune di queste storie, diverse e prossime, è l’annientamento della libertà femminile. Non è accettabile la possibilità che una donna interrompa una relazione, cambi casa, ami qualcun altro oppure nessuno, denunci, sottragga il proprio corpo e il proprio tempo, stabilisca da sé la forma della propria esistenza. Il punto terminale e irreversibile di questa pretesa è il femminicidio. Poi viene il lavacro pubblico in cui ogni volta ci si domanda cosa non abbia funzionato nella rete istituzionale che avrebbe dovuto impedire la morte di una donna.

Nel frattempo, nelle sacche più retrive di quella che si autodefinisce destra (e che talvolta riesce persino a creare imbarazzo a chi a destra siede in Parlamento) il problema sembra essere invece la collocazione geografica del patriarcato, cioè se fosse «mediterraneo» allora potrebbe perfino diventare sostenibile, desiderabile. L’operazione linguistica non è innocua, si pretende di contrastare la violenza restaurando almeno simbolicamente alcuni di quei rapporti dentro i quali quella stessa sopraffazione ha attecchito e, per secoli, ha trovato legittimazione.

In questa nostalgia dell’ordine, ciò che viene taciuto è che le donne continuano a morire in quanto donne. Si potrebbe aggiungere che il patriarcato ha danneggiato anche gli uomini imponendo una maschilità obbligata alla forza, all’autosufficienza, al controllo, incapace di nominare dipendenza, fragilità e perdita. Perché il suo nucleo, a qualunque latitudine, è che la libertà di una donna possa costituire una sottrazione a un uomo. È un’idea tossica della relazione tra i sessi: pericolosa, antistorica e antisociale. E nonostante il femminismo l’abbia già decostruita, il suo ripresentarsi offre il terreno su cui si vorrebbero far crescere generazioni educate alla regressione. Questo è il clima intorno ai corpi morti delle donne e a chi piange la propria orfanità. Di fronte a loro non può più bastare l’elenco di “cosa non abbia funzionato”, perché non ha funzionato niente e tutto questo è intollerabile.