sabato 8 agosto 2026

 da Domani del 01/08/2026

Ci siamo subito abituati a non leggere di Palestina

di Ahmed Marouani

Da qualche mese la parola Palestina sembra scomparsa dai titoli dei giornali. L'urgenza, l’ostinazione, l’ostentazione con cui tale parola “faceva notizia” fino a qualche tempo fa, hanno lasciato il posto a una distratta routine, o almeno a una sorta di sospensione.

Se a qualche pazzo venisse in mente di fare una ricerca filologica sul numero delle volte in cui la parola Palestina è stata adoperata nella cronaca di questi anni, compilando delle liste sotto le diverse voci: partiti politici, giornali, persone, ecc. si troverebbe davanti a una statistica che a suo modo darebbe perfettamente idea del clima politico e morale in cui siamo vissuti: e peccato che a tale indagine verrebbe a mancare l’apporto dell'uso orale che si è fatto di questa parola. Infatti, la parola Palestina è stata nella maggior parte dei casi usata demagogicamente, per obbligo, per moda, per moralismo, per necessità. Mentre in Europa si combattono false battaglie di avanguardia, laggiù, in Palestina, si combatte una guerra di retroguardia cioè si combatte prima di tutto per quelle cose minime ed elementari che sono la libertà e l’indipendenza. L'Occidente ha educato se stesso a conoscere solo i conflitti che possono essere tradotti nel linguaggio del mercato dell'informazione. Ogni dolore deve avere il ritmo di una stagione, ogni tragedia la durata di un titolo, ogni vittima il tempo di una notifica.

Quando la sofferenza resiste a questo calendario, smette di essere un fatto politico e diventa rumore di fondo. E’ una delle più sofisticate forme di censura che il nostro tempo abbia escogitato: non proibire di vedere ma consumare lo sguardo a renderlo incapace di distinguere. Forse il vero scandalo non è che la Palestina scompaia dalle prime pagine. Il vero scandalo è la rapidità con cui la nostra coscienza accetta questa scomparsa come un evento naturale.