ESSERE POETI A GAZA
Le trincee della parola
Segno stancamente e non intervengo mai nei dialoghi, sarebbe meglio definirli risse che avvengono nei social sulle vicende israelo-palestinesi nella numericamente insignificante, ma animata comunità ebraica italiana, talvolta pacati e tolleranti, spesso sguaiati, aggressivi e ciechi, quelli che cercano di difendere la posizione indifendibile dello stato d'Israele. Non diverse, ma di segno opposto le esternazioni dei filopalestinesi, nel considerare, in comizi, convegni, articoli e libri la situazione medio orientale, dove la legittima critica trascende nell'inventiva e nell’insulto o nell'omissione, non sempre involontaria, di aspetti essenziali per comprendere la realtà di cui si parla.
Si tratta ormai di una reazione generalizzata che accompagna buona parte delle pubblicazioni che trattano le vicende mediorientali.
Non sfugge a questa sorte, anche questa piccola antologia di poeti gazawi.
E’ quindi con timore e tremore che un lettore doppiamente particolare, si avvicina a questi testi, se è come loro poeta ed ebreo. É un terreno minato e difficile che richiede una sorta di pulizia mentale prima di addentrarsi, per accogliere parole gravi che stanno tra la morte e la vita, di poeti che scrivono con una materia che non è fatta d'inchiostro, ma di sangue. Sono 10 persone, di cui ire onne, tue sono esuli da Gaza e due sono morte sotto le bombe israeliane. Il libro s'intitola:
Il loro grido è la mia voce - Poesie da Gaza
(Fazi editore, 2025)
Gaza ha prodotto e produce molta poesia che in prevalenza passa sui social e ha sottopelle quella simbolica, nazionale e collettiva del massimo scrittore palestinese, Mahamoud Darwish. È in prevalenza di giovani e ha carattere testimoniale e personale.
Haheillah, Torino, Luglio 2026