Franco Barbero, 1981
PER PROSEGUIRE LA RICERCA
In questa ultima parte, vorrei semplicemente mettere davanti agli occhi del lettore l’elenco dei passi in cui nel vocabolario greco del Nuovo Testamento si parla di upomené, cioé di perseveranza e costanza. Chi vorrà potrà prolungare una riflessione che queste pagine hanno appena avviato. Ecco i passi:
«Chi avrà tenuto duro fino alla fine, questi sarà salvato» (Mt 10, 22)
« Chi avrà tenuto duro fino alla fine, questi sarà salvato» (ML 24, 13)
«Chi avrà tenuto duro fino alla fine, questi sarà salvato» (Mc. 13, 13)
«.. i semi caduti nella terra buona indicano quelle persone che ascoltano la parola di Dio con cuore sincero, la custodiscono e portano frutto con la loro perseveranza» (Lc. 8, 15).
« Se saprete resistere fino alla fine, salverete voi stessi» (Lc., 21, 19).
«… Dio pagherà ciascuno per quello che avrà fatto. Darà vita eterna a coloro che cercano gloria, onore e immortalità operando il bene con perseveranza» (Rm. 2, 7).
« Siamo addirittura orgogliosi delle nostre sofferenze, perché sappiamo che la sofferenza produce perseveranza, la perseveranza ci rende forti nella prova, e questa forza ci apre alla speranza» (Rm. 5. 3-4).
« Sperare quel che non vediamo significa attenderlo con perseveranza» (Rm. 8, 25).
« Siate perseveranti nella tribolazione e assidui nella preghiera » (Rm. 12, 12).
« Tutto cio che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché teniamo viva la nostra speranza con la perseveranza e la consolazione che ci vengono dalle Scritture. E quel Dio che solo può darvi perseveranza o corvaggio, vi dia la capacità di vivere d'accordo tra voi, come vuole Gesù Cristo» (Rm. 15, 4-5).
« Chi ama, tutto scusa, di tutti ha fiducia, tiene duro di fronte a qualunque evenienza, non perde mai la speranza » (I Cor 13, 7).
«Se siamo comsolati, è perché voi riceviate quella consolazione che vi farà sopportare con perseveranza quelle sofferenze che anche noi sopportiamo» (2 Cor 1, 6).
« In ogni caso ci presentiamo come ministri di Do, con molta costanza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce...» (2 Cor 6, 4).
« Io sono un vero apostolo; lo provano le azioni che ho compiuto in mezzo a voi con grande perseveranza» (2 Cor 12, 12).
Sta di fatto che questo profeta del Regno incontra molta opposizione nei capi, nei detentori del potere sacerdotale, nei seguaci delle varie scuole teologiche. Gli stessi zeloti, partigiani nazionalisti, non possono che osteggiarlo per il suo rifiuto di lasciarsi coinvolgere in un progetto di « rivoluzione nazionalistica ».
La gente ora lo segue, ora lo abbandona.
I dodici passano dall’euforia alla totale diserzione.
Questo profeta che desacralizza il potere e le istitozioni, che non dispensa mai dal cambiamento del cuore, non incontra fortuna, ma resistenza.
Il Gesù resistente, se perdonate questo giochetto di parole, nasce dall'impatto con questa resistenza-opposizione crescente che lo attornia, che diventerà congiura o abbandono. Colui che mette al primo posto l'adempimento della volontà del Padre, accetterà di fare i conti con il contrasto, la «tentazione», la lotta. In questa luce leggeremo tutta la vicenda di quest’uomo che Dio ci ha donato come suo «inviato»: egli è innamorato della vita, della felicità, del piacere, della poesia, ma deve spesso fare i conti con tutto ciò che non è vita e non vuole la vita.
Il vangelo di Matteo, che ci descrive al cap. 4 l’episodio delle «tentazioni» (concentrate in un episodio la lotta, che invece, occupò tutto l’arco della vita di Gesù), proietta già sulle origini di questo novello Mosé-liberatore, l’ombra densissima della persecuzione, dell'ostilità, del sangue.
Anche se la congiura gli cresce attorno, egli sale a Gerusalemme, e i vangeli sinottici ritmano questo suo viaggio con i tre annunci della passione. Nel vangelo di Marco Gesù apre la strada verso Gerusalemme:
egli «tira», fa la strada da solo al gruppo dei dodici che è preso dalla paura: «... Gesù camminava davanti a loro...; coloro che venivano dietro erano pieni di paura» (Mc. 10,32). Il Gesù che deve fare i conti con l'abbandono della gente (Gv. 6), con la cecità dei discepoli, con la fuga dei dodici, non è forse il Gesù resistente? Se nel Getsemani Gesù deve registrare il sonno dei dodici, sulla croce lo abbandona anche il Padre.
Il Gesù di Nazareth, che fonda la nostra fede in Dio, non è il banditore triste di un messaggio ascetico e mortificante, un profeta dolorista. Tutt'altro. A lui preme la vita: vivere e mettersi a servizio della vita.
Semplicemente, nella fedeltà a questa consegna, accetta di fare i conti con l'ostilità, la sofferenza, la condanna: ecco la sua resistenza.
Il discepolo che abbraccia la volontà del Padre nella sequela di Gesù, dovrà spesso misurarsi con questa esperienza del Maestro. Al centro però non c’è la resistenza, ma la volontà di far posto al Regno di Dio e alla sua chiamata. Essa, semmai, può esserne la conseguenza. Colui che ha aperto la strada, rende possibile la resistenza.
Vorrei dire che, in qualche modo, tutto il messaggio biblico sulla resistenza-perseveranza va letto alla luce della vicenda di Gesù di Nazareth, che ha posto mano all’aratro e non si è più voltato indietro.
Franco Barbero, 1981
RIFLESSIONE finale da "Proseguendo nella vita quotidiana”