Notte d’inverno in stazione di Genova 1982
Spezzoni di parole,
sillabe sconnesse
che vengono dalla notte,
quella che dentro
distrugge un cuore
ormai alla deriva;
come eruzione di dolore,
come schegge di cuore
che scoppia di disperazione.
Non c’è parola
d’uomo o di donna
che incroci
il suo parlare.
Gli risponde
soltanto
un’altra notte
piena di freddo
e di sordità.
Una, poi cinque,
poi dieci
persone
quasi ammucchiate
come per illudersi
di non esser sole.
Sembra che a notte
si diano convegno
in sala d’attesa
come a sommare
le loro disgrazie.
L’angoscia
dipinta sui volti
scavati
corrode le ossa
percorse
da gelide
ondate di morte.
Sono lì anch’io
come atterrito
da uomini
che sembrano
ombre di morte,
e temo l’incontro
di quegli occhi
che lanciano sguardi
pieni di fiamma.
Tanti racconti, spezzettati,
come litanie d’inferno
s’intrecciano
nella lunga notte.
A tratti
le voci prorompono
alte e minacciose,
poi declinano
fino a morire
e sopraggiunge un sonno
senza pace,
pieno di rantoli
e di brontolii cupi.
Poi il mio treno
finalmente parte
prima della pigra alba
d’inverno.
Gli occhi mi bruciano,
ma li guarirà
quel sole
che forse invano
per loro
sorgerà.
Troppo è il dolore
che si perde
senza risposta
e il cuore geme
di tragica impotenza.