sabato 15 agosto 2026

 Notte d’inverno in stazione di Genova 1982


Spezzoni di parole,

sillabe sconnesse

che vengono dalla notte,

quella che dentro

distrugge un cuore

ormai alla deriva;

come eruzione di dolore,

come schegge di cuore

che scoppia di disperazione.


Non c’è parola

d’uomo o di donna

che incroci

il suo parlare.

Gli risponde

soltanto

un’altra notte

piena di freddo

e di sordità.


Una, poi cinque,

poi dieci

persone

quasi ammucchiate

come per illudersi

di non esser sole.


Sembra che a notte

si diano convegno

in sala d’attesa

come a sommare

le loro disgrazie.


L’angoscia

dipinta sui volti

scavati

corrode le ossa

percorse

da gelide

ondate di morte.


Sono lì anch’io

come atterrito

da uomini

che sembrano

ombre di morte,

e temo l’incontro

di quegli occhi

che lanciano sguardi

pieni di fiamma.


Tanti racconti, spezzettati,

come litanie d’inferno

s’intrecciano

nella lunga notte.


A tratti

le voci prorompono

alte e minacciose,

poi declinano

fino a morire

e sopraggiunge un sonno

senza pace,

pieno di rantoli

e di brontolii cupi.


Poi il mio treno

finalmente parte

prima della pigra alba

d’inverno.

Gli occhi mi bruciano,

ma li guarirà

quel sole

che forse invano

per loro

sorgerà.


Troppo è il dolore

che si perde

senza risposta

e il cuore geme

di tragica impotenza.