giovedì 17 settembre 2026

 GRAZIE GRAZIE GRAZIE

di DERIO OLIVERO Vescovo di Pinerolo
Al termine di questa calda estate sento in cuore la voglia di dire grazie. Grazie alle tante persone che hanno partecipato alle messe in valle o in cima alle vette. Hanno fatto chilometri, a volte anche su strade impervie (vedi il Lauzon). Molti sono arrivati a piedi, dopo lunghe camminate. A volte rischiando anche la pioggia. Grazie alle tante persone che ho incontrato nelle feste patronali. Grazie per il lavoro, per il servizio. Il vostro tempo speso per altri, la vostra passione, sono ossigeno per me e per molti. Grazie alle tante persone che hanno partecipato, alle cinque del mattino, alla messa d’inizio estate. Non ho parole, a quell’ora, presenti per pregare, ringraziare, invocare, fare silenzio, lodare. Pregare per chi ancora sta dormendo, per chi non crede, per chi lotta per un po’ di giustizia, per la pace. E grazie alle tante persone che ho incontrato nei posti più strani (bar, piazze, feste, montagna, rifugi, ospedale, stazione di posta, vie di Pinerolo), alle persone che mi hanno fermato per un saluto, una domanda, una richiesta di preghiera. Grazie alle tantissime persone che sono venute nel mio giardino a cantare le canzoni di Guccini. Tante davvero. Un momento bello di festa, di festa vera. Semplice, senza etichette. Fatta di umanità che condivide due patatine e un bicchiere di vino. Una fetta di torta o una fetta di salame. Un vero momento di comunità. Condividendo la gioia di cantare insieme. Come facevano i nostri padri e i nostri nonni. Come facevamo noi da giovani su una panchina, in oratorio o ad un campo scuola. Coloro che “si fanno paladini delle tradizioni” forse non ricordano che anche queste sono “buone tradizioni”. Io ho cantato Guccini (e De Andrè, Bertoli e Vecchioni) in oratorio, in Seminario. Soffiava un’aria libera, c’era uno sguardo aperto a cambiamenti, a grandi orizzonti. Ora l’orizzonte si sta chiudendo. Stiamo alzando muri e steccati. In nome della paura (che qualcuno chiama fede) stiamo difendendo l’identità, cioè noi stessi. Facciamo passare per identità un’arroccata difesa di noi stessi. Mentre l’identità è una ricerca, una strada percorsa, un esodo, una decisione. Il nostro Maestro, pur essendo di “natura divina” non considerò un tesoro la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso assumendo un’identità umana. Potremmo dire che “cambiò identità” per poter incontrare gli uomini e le donne di questa terra. Mi fa impazzire questo brano (lo trovi in Filippesi al capitolo 2: (Gesù Cristo), pur essendo nella condizione di Dio, / non ritenne un privilegio / l'essere come Dio,/ ma svuotò se stesso / assumendo una / condizione di servo, / diventando simile agli uomini. / Dall'aspetto riconosciuto come uomo, / umiliò se stesso/ facendosi obbediente fino alla morte / (e a una morte di croce). Questo è il nostro Maestro. Con Lui possiamo, senza paura, smettere di difendere la nostra identità per arricchirla offrendo relazione con tutti. Incontrare l’altro non significa rinnegare se stessi, ma arricchire se stessi. La preghiera centrale dei cristiani dice “Padre nostro”. Nel testo originale “nostro” non significa “di qualcuno”, “dei cristiani”, “dei più pii”. No! Nostro significa “di tutti”. Tutti. Può piacere o non piacere, ma questo sguardo ampio è lo sguardo del nostro Maestro e Signore. Uno sguardo difficile. Eppure il solo che può generare pace.
Le Parole per dirlo
Derio Vescovo
L'Eco del Chisone
26 agosto 2026