domenica 20 settembre 2026

 Midterm, Trump spinge sulla strategia del caos

Luca Celada Il Manifesto 29/08/2026

STATI UNITI La rodata strategia del "voter suppression" prende storicamente di mira le minoranze propense a votare democratico come gli afroamericani e molti stati del sud, come la Louisiana e il Tennessee, hanno riattivato strategie in uso durante gli anni della segregazione.

Con il conto alla rovescia ormai avviato per finalizzare i preparativi, il contenzioso legale attorno al voto per posta negli Stati Uniti continua a produrre un groviglio di indicazioni contraddittorie. L’ultima in ordine di tempo è stata l’ingiunzione di una giudice federale di Boston. La honorable Indira Talwaniha bloccato ieri l’ordine esecutivo che Trump sta cercando di imporre a poche settimane dalle parlamentari del 3 novembre. La “riforma” consiste in un decreto con cui a marzo il presidente ha vietato agli stati di usare schede per posta se non avessero prima consegnato a Washington le proprie liste elettorali. Nel 2024 oltre 48 milioni di americani (il 31% del totale) hanno usato le poste per spedire la propria scheda. In alcuni stati come Washington si svolgono interamente per posta, altrove come in California vi fanno ricorso l’80% degli elettori. Vi sono inoltre cittadini all’estero e militari. Per posta vota anche lo stesso Donald Trump la cui scheda viene imbucata dalla Florida. NEL LABIRINTICO e complesso sistema americano, inoltre, l’organizzazione modalità delle elezioni competono a ciascuno dei 50 singoli stati, regola su cui la costituzione è ineccepibile. Questo non ha impedito a Trump di tentare in ogni modo di influire sul loro svolgimento, prima ordinando agli “stati amici” (come Texas e Florida) di riconfigurare la mappa dei propri collegi elettorali per favorire vittorie repubblicane. La rodata strategia del “voter suppression” prende storicamente di mira le minoranze propense a votare democratico come gli afroamericani e molti stati del sud, come la Louisiana e il Tennessee, hanno riattivato strategie in uso durante gli anni della segregazione.

SECONDO OBIETTIVO del presidentissimo è stata il voto per corrispondenza a cui statisticamente ricorrono più elettori democratici che repubblicani. Il pretesto per abrogarlo o limitarne l’uso è stato la solita teoria complottistica dei “vasti brogli” messa in campo nei prodromi del tentato golpe del 6 gennaio 2021, una tesi cui lo stesso Trump non sembra davvero credere. A marzo ha dichiarato a parlamentari del suo partito che la riforma fosse passata, la vittoria nei midterm «sarebbe stata garantita».

A QUESTO SCOPO ha chiesto agli stati di fornire alle autorità federali le liste degli iscritti al voto per un “vaglio”. Quando i tribunali hanno respinto l’ordine come palesemente contrario alla costituzione che non assegna all’esecutivo alcun ruolo di controllo, Trump si è rivolto direttamente alla direzione delle poste, ordinando all’agenzia federale di non consegnare le schede per posta ad elettori che non compaiano su una lista preparata (in base ad ignoti criteri) dal dipartimento per la sicurezza nazionale.

OGNI MANOVRA è stata accolta da numerosi ricorsi da parte di autorità elettorali di 24 stati democratici, cittadini ed associazioni civiche. Virtualmente bloccate ad ogni ripresa, le misure sono giunte al vaglio della Corte suprema che la scorsa settimana ha prodotto una (non) sentenza. Con fine acrobazia giuridica, il massimo tribunale ha scritto che i tempi «non erano ancora maturi» per una sentenza definitiva dato che il progetto (sulla cui costituzionalità ha evitato di pronunciarsi direttamente) «non aveva ancora prodotto danni». La strategia già spesso impiegata dalla Corte alleata Maga consiste nel permettere all’esecutivo plenipotenziario di completare l’opera (esempio la demolizione di mezza Casa bianca, lo stanziamento di militari nelle città o altre palesi trasgressioni della legge) prima di intervenire, assicurando in pratica che il danno diventi irreparabile. Nel caso in cui alcuni stati si preparano spedire le schede già dalla prossima settimana, la decisione è non solo un invito a delinquere, ma un assist palese alla strategia del caos messa in campo dalla Casa bianca.

NEL MOTIVARE l’ultima ingiunzione, la giudice federale Indira Talwani ha notato che l’amministrazione non aveva fornito «alcuna prova relativa a frode comprovata dovuta a votazioni per corrispondenza». L’interesse del governo a «correggere un problema infondato attraverso mezzi probabilmente incostituzionali», ha aggiunto, «è sopravanzato dal rischio preponderante di una privazione generale del suffragio». Talwani ha affermato che gli stati «non hanno a questo punto né il tempo né i fondi» per soddisfare i requisiti necessari, tra cui «l’aggiornamento dei sistemi di gestione elettorale e la formazione del personale». Il confronto, il rinvio di un verdetto definitivo da parte del Corte suprema, insinua l’idea che vi sia qualche cosa di vagamente sospetto nel processo, incrementando la possibilità di astensione e preparando il terreno per eventuali ricorsi contro risultati non graditi al presidente.

IL PROGETTO SEMBRA dunque ricalcare il copione seguito dall’estate 2020 al gennaio 2021 quando le ripetute infondate accuse di brogli, indussero migliaia di trumpisti a prendere d’assalto il Parlamento. È ancora possibile che una sentenza possa definitivamente cassare la riforma ma la paradossale confusione così prossima agli scrutini potrebbe essere già bastata per propagare dubbi sufficienti per il possibile rinvio della certificazione di vittorie “contese”. Non si tratterebbe a questo punto di fantapolitica ma della replica di una collaudata strategia di destabilizzazione potenzialmente definitiva.