sabato 19 settembre 2026

 

Ricordo di Massimo Recalcati

La morte di Enzo Bianchi lascia una grande tristezza innanzitutto in chi lo ha conosciuto e amato. La scomparsa di un amico assomiglia sempre alla scomparsa di un mondo intero. Il mio primo ricordo della sua persona riguarda la sua forza, la vitalità, l’energia dell’uomo. È quello che i Vangeli descrivono come potenza (dynamis): la sua vita era una vita capace di essere davvero viva. C’era una specie di fuoco che animava tutto quello che faceva: studiare, scrivere, predicare, curare l’orto e la cucina del suo monastero, viaggiare, incontrare i fratelli, le sorelle e gli amici, dialogare, avere rapporti affettuosi con i suoi cani, scegliere i vini giusti per la sua tavola, amare l’arte. Insomma, in tutto questo e in molte altre delle sue innumerevoli attività era la vita viva a salire in primo piano. Non l’ascesi sacrificale, la mortificazione della carne, la penitenza patibolare. È stata questa, se si vuole, la cifra più radicale del suo cristianesimo: accogliere con gioia la vita in tutte le sue svariate forme.

Quando con le proprie mani il giovane Enzo pose la prima pietra del Monastero di Bose — nel lontano inverno del 1965 — era solo. Nessuno attorno a sé, nessuna garanzia, nessuna istituzione, nessuna protezione, nessuna raccomandazione, nessun mandato. Restaura una cascina abbandonata nella zona della Serra di Ivrea vivendo da solo e poi con i primi compagni per tredici anni senza luce elettrica.
Aveva paura di morire? Credo di sì. E anche molta, come del resto accade solitamente a tutti coloro che hanno amato profondamente la vita. Del resto, ne aveva anche Gesù Cristo, che nel Getsemani supplica il padre di lasciarlo vivere ancora, di allontanare dalle sue labbra il calice amaro della morte. Quel mistero — il mistero della morte –, Enzo lo sapeva bene, non può essere addomesticato nemmeno dalla fede.
Mi ha detto una volta, quand’era già molto anziano, che di mattina amava abbracciare gli alberi e le grandi pietre. Immagino fosse anche quello un suo modo di pregare. Non alzando gli occhi al cielo ma trovando il cielo in terra.