Ricordo di Massimo Recalcati
La morte di Enzo Bianchi lascia una grande tristezza innanzitutto in chi lo ha conosciuto e amato. La scomparsa di un amico assomiglia sempre alla scomparsa di un mondo intero. Il mio primo ricordo della sua persona riguarda la sua forza, la vitalità, l’energia dell’uomo. È quello che i Vangeli descrivono come potenza (dynamis): la sua vita era una vita capace di essere davvero viva. C’era una specie di fuoco che animava tutto quello che faceva: studiare, scrivere, predicare, curare l’orto e la cucina del suo monastero, viaggiare, incontrare i fratelli, le sorelle e gli amici, dialogare, avere rapporti affettuosi con i suoi cani, scegliere i vini giusti per la sua tavola, amare l’arte. Insomma, in tutto questo e in molte altre delle sue innumerevoli attività era la vita viva a salire in primo piano. Non l’ascesi sacrificale, la mortificazione della carne, la penitenza patibolare. È stata questa, se si vuole, la cifra più radicale del suo cristianesimo: accogliere con gioia la vita in tutte le sue svariate forme.