venerdì 30 ottobre 2026

da Il Fatto Quotidiano del 24/10/2026 

Altro che le nuove carceri: per 23 ragazzini arrestati non c’era posto in comunità

di Paolo Frosina

  

Tre persone. È tutto qui, alla fine, il numero “massiccio” di ragazzini in cella per cui Carlo Nordio ha invocato addirittura un ampliamento delle carceri minorili. Al termine delle udienze di convalida, appena tre dei 36 minorenni arrestati nel weekend a Milano sono stati sottoposti a custodia cautelare in carcere, mentre tutti gli altri sono stati collocati ai domiciliari o in comunità: i giudici hanno respinto in parte le richieste della Procura, che comunque avrebbe voluto la misura massima per soli otto indagati. Quasi tutti i protagonisti dei disordini, infatti, non avevano denunce pregresse, la stragrande maggioranza va a scuola e qualcuno frequenta addirittura licei. L’esito rende ancora più surreale la sparata del ministro della Giustizia, che sembrava augurarsi una carcerazione di massa dopo i disordini: “Certi eventi non si possono risolvere solo con le belle parole, vi sono momenti in cui è necessario mandare dietro le sbarre i minori violenti”, ha detto.

Mentre si focalizza sul carcere, però, il Guardasigilli sembra ignorare il vero problema di sovraffollamento messo in luce dalla vicenda, che riguarda i luoghi dove i giovanissimi arrestati attendono di conoscere il loro destino. Nei quattro giorni tra l’arresto e la convalida, infatti, i minori non dormono in carcere o in commissariato come gli adulti, ma dovrebbero essere ospitati nelle Comunità di prima accoglienza: strutture gestite dal ministero e presidiate da educatori, psicologi e assistenti sociali, che parlano con i ragazzi e le loro famiglie, li preparano all’interrogatorio e scrivono relazioni in vista dell’udienza. Strumenti, questi, preziosissimi per i magistrati, che possono avere un quadro professionale della situazione sociale, familiare e psicologica degli arrestati prima ancora di trovarseli davanti. Questo sistema virtuoso però è andato in tilt con gli arresti dei giorni scorsi, a causa del numero esiguo di posti disponibili nelle Comunità di prima accoglienza. Quella di Milano, una delle più grandi d’Italia, ne ha appena otto, esauriti già con gli 11 arrestati di sabato: due di loro infatti sono stati mandati a Genova, mentre un terzo è rimasto in una comunità di tipo diverso dove già si trovava. Ma il peggio è arrivato il giorno dopo, domenica, con l’arresto di altri 25 ragazzini: gli unici posti disponibili per ospitarli, a quel punto, sarebbero stati al Centro-sud, dall’Aquila in giù. “Una follia”, la definiscono dal palazzo di giustizia. Così è stata adottata la soluzione più razionale: lasciare 23 minori a casa in attesa dell’udienza, sfruttando una possibilità prevista in teoria per i casi di minore gravità, nonostante le accuse gravissime di devastazione e saccheggio.

L’assenza di una presa in carico da parte dello Stato, però, ha avuto conseguenze visibili. A differenza del solito, i magistrati raccontano di essersi trovati davanti dei completi sconosciuti: sconosciuti che con ogni probabilità, invece di confrontarsi con psicologi ed educatori, avevano trascorso le giornate precedenti sui social a compiacersi delle loro stesse violenze. Un danno emerso con chiarezza negli interrogatori, in cui i ragazzi hanno descritto l’“eccitazione” provata negli assalti ai negozi, paragonati a una “rivoluzione”. Secondo i magistrati minorili, quindi, non servono nuovi posti in carcere, ma una norma che consenta, in casi come questi, di allestire urgentemente Comunità di prima accoglienza dove possano accedere gli operatori dei servizi ministeriali. Potrebbe proporla Nordio, se si ricordasse di essere un garantista.