da Volere la Luna del 09/10/2026
Espulsioni. Un’analisi della politica di rimpatrio italiana, 2015-2025
di Action Aid e Università di Bari
La politica di rimpatrio occupa un posto centrale nel dibattito pubblico italiano. Su questo terreno, politicamente molto sensibile, i governi hanno investito risorse crescenti per rafforzare la capacità dello Stato di eseguire i provvedimenti di allontanamento, puntando in particolare sui centri di detenzione e l’esecuzione forzata dei rimpatri. Ma quanto è realmente efficace e proporzionata questa politica? Quali costi materiali e umani produce in cambio di quali risultati? Basato su un’ampia serie di dati raccolti e ricostruiti dal progetto Trattenuti, questo report di ActionAid Italia e dell’Università di Bari offre la prima sistematica analisi empirica del funzionamento della politica italiana di rimpatrio tra il 2015 e il 2025.
Qual è l’indicatore più adatto per misurare l’efficacia della politica di rimpatrio? Nei documenti del Ministero dell’Interno i rimpatri vengono talvolta rapportati al numero degli sbarchi, fino a presentare una specifica “percentuale di rimpatriati rispetto agli sbarcati”. Ma questo indicatore mette in relazione popolazioni diverse e risente soprattutto delle oscillazioni degli arrivi via mare. Tra il 2017 e il 2019, per esempio, i rimpatri restano pressoché invariati, mentre gli sbarchi crollano da 119.369 a 11.471: eppure il rapporto rimpatri/sbarchi aumenta di oltre dieci volte, dal 6,2% al 65%. Per capire se la politica di rimpatrio funziona, bisogna quindi confrontare i rimpatri con i provvedimenti di allontanamento che l’amministrazione è chiamata a eseguire, non con il numero delle persone sbarcate nello stesso anno.
Solo una parte minoritaria dei provvedimenti di allontanamento si traduce in un rimpatrio. Tra il 2015 e il 2025 sono stati adottati circa 302.000 provvedimenti di allontanamento e realizzati circa 66.000 rimpatri: in termini aggregati, circa 22 rimpatri ogni 100 provvedimenti. In nessun anno il rapporto supera un terzo. Nel 2025 il tasso risale al 31,5%, ma il miglioramento è un effetto statistico prodotto dalla forte diminuzione dei provvedimenti adottati: rispetto al 2015 i rimpatri aumentano appena del 6%, mentre i provvedimenti diminuiscono di oltre il 15%.
La capacità di rimpatrio è fortemente selettiva per nazionalità. Nel periodo 2018-2024 il rapporto fra rimpatri eseguiti e provvedimenti adottati varia dal 54,8% per l’Albania a valori prossimi allo zero per Siria, Afghanistan, Iran e Iraq. Tunisia e Albania concentrano insieme il 59% dei rimpatri eseguiti nel periodo. La capacità italiana di rimpatrio è quindi fortemente segmentata: dipende dall’esistenza di corridoi di rimpatrio costruiti in cooperazione con i paesi di destinazione.
La capacità di rimpatrio è strutturalmente fragile. Nel triennio 2022-2024 la Tunisia da sola concentra circa la metà dei rimpatri forzati eseguiti. Nel 2025 i rimpatri via charter verso la Tunisia crollano da 1.705 a 360. Il caso mostra con chiarezza quanto la politica di rimpatrio italiana sia esposta alla disponibilità a cooperare dei paesi terzi, una disponibilità che l’Italia non controlla unilateralmente e deve essere continuamente negoziata e mantenuta attraverso una complessa e costosa diplomazia delle migrazioni.
Il sistema resta prevalentemente fondato sull’esecuzione coattiva, mentre le alternative sono fragili. In tutti gli anni considerati i rimpatri forzati rappresentano fra il 70,6% e il 92,8% del totale. L’ottemperanza autonoma agli ordini di allontanamento cresce fino a 1.313 casi nel 2025, ma resta scarsamente tematizzata come strumento di policy. I rimpatri volontari assistiti dipendono invece fortemente dalla continuità dei finanziamenti e dei progetti: quando la macchina amministrativa si inceppa, anche i risultati crollano.
Più detenzione non significa più rimpatri. Il confronto tra 2022 e 2025 è particolarmente istruttivo. Nel 2022, quando i Cpr raggiungono la loro massima centralità nel sistema dei rimpatri, vi entrano 6.457 persone e dai centri vengono eseguiti 3.154 rimpatri. Nel 2025 gli ingressi salgono a 6.835, il valore più alto della serie, mentre i rimpatri dai Cpr crollano a 1.732, il 45,1% in meno. Nello stesso periodo i rimpatri forzati complessivi aumentano del 22,2% e quelli realizzati senza passare dai Cpr quadruplicano. Più posti e più ingressi nei Cpr non si traducono automaticamente in più rimpatri.
Il costo umano della detenzione per ogni rimpatrio aumenta. Per misurare quanta coercizione venga impiegata per produrre un risultato esecutivo, il report mette in rapporto le giornate complessive di trattenimento prodotte dal sistema con i rimpatri eseguiti dai Cpr. Nel 2025 si raggiungono circa 148 giornate complessive di detenzione per ogni rimpatrio, più del doppio della media 2018-2024. Il sistema produce quindi una quantità crescente di privazione della libertà per ciascun rimpatrio ottenuto.
Aumenta anche il costo economico per ogni rimpatrio. Tra il 2023 e il 2025 i rimpatri dai centri diminuiscono del 42%, mentre la spesa detentiva per ciascun rimpatrio cresce del 156,5%; considerando la sola spesa corrente, l’aumento è del 178%. Nel 2025 la stima composita del costo associato a ciascun rimpatrio eseguito dai centri raggiunge circa 20.200 euro.
L’espansione del ricorso ai Cpr pone un’ineludibile questione di proporzionalità e di legittimità. Il trattenimento è giustificato solo in quanto necessario a rendere possibile il rimpatrio e quando lo stesso risultato non possa essere ottenuto attraverso misure meno coercitive. I dati mostrano invece che all’aumento della capacità detentiva non corrisponde un aumento dei rimpatri e che, nel 2025, per ciascun risultato ottenuto crescono fortemente sia la quantità di libertà personale sacrificata sia le risorse impiegate. Prima di espandere ulteriormente i Cpr andrebbe dimostrato quale beneficio esecutivo aggiuntivo produca la detenzione e se tale beneficio sia proporzionato ai suoi costi umani ed economici.
Sul piano dell’efficacia, la capacità italiana di rimpatrio appare segmentata e fragile: lo Stato può aumentare il numero dei provvedimenti adottati, i posti nei Cpr e le risorse destinate all’esecuzione forzata, ma la possibilità di trasformare gli ordini di allontanamento in partenze effettive continua a dipendere soprattutto dalla fragile cooperazione con i paesi terzi e dall’esistenza di corridoi di rimpatrio funzionanti. Più coercizione, da sola, non produce quindi più capacità di rimpatrio. Ma i dati pongono anche una questione di legittimità. Se la coercizione, e in particolare la detenzione amministrativa, è giustificata perché necessaria a eseguire il rimpatrio, la sua espansione dovrebbe essere accompagnata dalla dimostrazione di un beneficio esecutivo aggiuntivo che non possa essere ottenuto attraverso strumenti meno coercitivi. I dati analizzati non mostrano un simile beneficio e nel 2025 registrano anzi un forte aumento della quantità di detenzione e della spesa associata a ciascun rimpatrio realizzato dai Cpr. La questione non è dunque soltanto quanti rimpatri lo Stato riesca a eseguire, ma quanta coercizione sia realmente necessaria per produrli e se il suo costo materiale e umano sia proporzionato al risultato ottenuto.