LA FRANCIA SCOSSA DAGLI STUDENTI
ISPI 6/10
Dopo le proteste dei giorni scorsi la Francia affronta oggi un’altra giornata di manifestazioni di massa organizzate dagli studenti e sostenute da vari sindacati. Più di 1.800 scuole superiori ed università hanno sospeso le lezioni, con decine di migliaia di manifestanti scesi in piazza in tutto il Paese, soprattutto a Parigi, teatro della protesta principale. Secondo un comunicato del ministero dell’Interno francese pubblicato il 5 ottobre, dall’inizio delle manifestazioni sono oltre 5.000 le persone fermate dalla polizia, di cui l’87% minorenni; fonti giornalistiche parlano di più di 200 adolescenti, 700 membri delle forze dell’ordine e 80 docenti tra i feriti. Tra questi, un 15enne che ieri ha perso una mano negli scontri con la polizia, un altro ragazzo che ha perso un occhio e un altro gravemente ferito al volto. Il primo ministro Sébastien Lecornu ha annunciato che andrà incontro alle richieste degli studenti, mentre l’Union syndicale lycéenne, la principale organizzazione sindacale dei licei francesi nonché uno dei principali organizzatori delle manifestazioni, ha detto che il governo “non ha offerto nulla di concreto” in risposta alle rimostranze dei giovani, e denuncia la repressione violenta delle forze dell’ordine. La mobilitazione, nata per protestare contro le condizioni del sistema scolastico, si è radicalizzata settimana scorsa e si inserisce nella cornice di una più profonda e radicata insoddisfazione sociale, che da mesi scuote la Francia a causa del carovita. Il governo ha presentato un contestato piano di austerità fiscale che, oltre ad esacerbare le proteste, potrebbe avere conseguenze politiche in vista delle elezioni dell’anno prossimo. In parallelo, il presidente Emmanuel Macron insieme al cancelliere tedesco Friedrich Merz chiedono a Bruxelles maggiori tutele commerciali.
Perché protestano gli studenti
La protesta è nata quasi casualmente lo scorso 21 settembre presso il liceo Saint Exupéry, in una banlieue di Parigi, quando gli studenti si sono spontaneamente uniti ai loro insegnanti che scioperavano a causa della mancanza di personale e risorse. Sebbene lo sciopero si sia concluso con l’arrivo di nuovi docenti e fondi destinati all’istituto, nel frattempo le rivendicazioni e le richieste si sono estese a livello nazionale, portando alle mobilitazioni di massa di questi giorni, con circa metà dei licei francesi costretti a sospendere le lezioni. A rincarare la rabbia degli studenti sono state le violenze di questi giorni da parte della polizia, come denunciato dai sindacati, e a cui ha risposto il ministro dell’Istruzione Édouard Geffray sostenendo che il movimento studentesco sia infiltrato da elementi estremisti, e quindi violenti. Tra le principali richieste dei cortei ci sono la garanzia che i professori assenti vengano sempre sostituiti, la revisione dell’orario scolastico (che oggi va dalle 8 alle 18) e un prolungamento della pausa pranzo. Stando alle promesse di Lecornu, il governo cercherà di soddisfare queste richieste ed esaminerà anche i lavori di manutenzione necessari negli istituti scolastici più vecchi, chiedendo ai ministri di presentare le prime proposte entro la fine di ottobre. Trovare fondi residui, tuttavia, si preannuncia complicato, soprattutto in virtù del bilancio per il 2027 presentato dal governo giovedì scorso, che verrà discusso dall’Assemblea nazionale a risparmiare 54 miliardi di euro con cui Parigi vuole ridurre il proprio deficit.
Verso una crisi di governo?
La protesta in Francia è multidimensionale: parte da richieste sociali, si confronta con complicazioni di natura economica e avrà ricadute a livello politico. Per Macron si tratta di una tempesta perfetta in vista delle elezioni presidenziali previste per aprile 2027. Le manifestazioni degli studenti sono solo un tassello delle insoddisfazioni della società francese, da mesi afflitta dal carovita dovuto perlopiù all’aumento dei costi dell’energia e dei carburanti come conseguenza della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Insoddisfazioni che le opposizioni cercano di incanalare a proprio beneficio elettorale. Jean-Luc Mélenchon, leader del movimento di sinistra La France insoumise, ha parlato delle dimostrazioni di oggi dicendo che “il 6 ottobre è per le rivendicazioni e la protezione di tutta la gioventù, ma è anche il segnale di una rottura di fronte alla crisi sociale ed ecologica. Non è solo la rabbia degli studenti, è la rabbia di un popolo”. Una sorta di avvertimento per il governo, che non gode della maggioranza parlamentare e che teme soprattutto lo spettro dell’ala di destra del Paese. Grazie ai 14 seggi ottenuti recentemente al Senato, per la prima volta il Rassemblement national di Marine Le Pen potrà costituire un gruppo parlamentare, che darà una maggior leva politica nei confronti dell’esecutivo al partito di estrema destra. La popolarità di Le Pen è in crescita e, secondo recenti sondaggi, ad aprile potrebbe prendere tra il 32% e il 34% dei voti.
La sponda europea di Macron
Per Macron alle difficoltà sul fronte interno si affianca anche la sfida di rafforzare l’economia francese attraverso l’azione europea. Su questo terreno, Parigi trova una sponda a Berlino: in una lettera congiunta alla Commissione europea, il presidente francese e il cancelliere tedesco chiedono strumenti di difesa commerciale più rapidi e incisivi, giudicando insufficienti quelli esistenti. La proposta consentirebbe a Bruxelles di limitare, o bloccare, le importazioni dai paesi responsabili di gravi e sistematiche distorsioni del mercato unico. La Commissione potrebbe adottare le misure senza attendere il via libera dei governi nazionali, che potrebbero bloccarle solo riunendo una maggioranza qualificata contraria. Anche se la lettera non nomina esplicitamente la Cina, al centro delle preoccupazioni sembra esserci soprattutto l’impatto della “overcapacity” produttiva cinese sull’industria europea. La novità politica è il cambio di posizione della Germania, finora più restia a rafforzare questi strumenti, accompagnato dalla richiesta comune di diversificare gli approvvigionamenti. Per l’Eliseo, impegnato a gestire il malcontento sociale e i vincoli della finanza pubblica, si apre dunque un distinto fronte di iniziativa: cercare nell’intesa con Berlino e nella leva commerciale europea una maggiore tutela del tessuto produttivo nazionale.