Spezzare il pane nelle Comunità Cristiane di Base
Intervento all’Assemblea della Rete Sinodale
24 ottobre 2026
Le Comunità Cristiane di Base sono figlie dello spirito del Concilio Vaticano II, che si pose onestamente in ascolto della Parola di Dio e che prospettò un modello di Chiesa non più come struttura gerarchica, ma come “popolo di Dio in cammino”.
Il desiderio di essere protagoniste e protagonisti nella gestione anche della nostra vita spirituale e nell’attuazione del messaggio di Gesù entrò presto in contrasto con l’autorità gerarchica che, per la paura di perdere il controllo della situazione e di vedersi sminuita nella propria funzione di guida, non concepiva un confronto aperto. Perciò in molti casi chi ricercava una nuova modalità di vivere il cristianesimo, o venne allontanato dalla normale vita ecclesiale o scelse di uscirne per vivere un modello di Chiesa più comunitario.
Dovemmo perciò imparare a camminare con le nostre gambe alla ricerca di una spiritualità più autentica, cercando il modo migliore per attuare in concreto il messaggio evangelico nella società del nostro tempo. Abbiamo scoperto con ciò il valore della nostra autonomia, non come singoli, ma come comunità, nel confronto tra le nostre idee ed esperienze in comunità e tra le varie comunità, convinte e convinti che, dove due o tre si riuniscono nel nome di Gesù, lì c’è il suo Spirito.
Molte le Comunità cristiane di base in quei primi anni, da nord a sud d’Italia, tutte emarginate o sconfessate dalla gerarchia ecclesiastica, tutte diverse ma convergenti su precise tematiche e impegni per realizzare non un’altra Chiesa, ma una Chiesa altra, una Chiesa povera, senza privilegi, dalla parte degli emarginati e delle emarginate, in cui ci fosse pari dignità tra i suoi membri, anche se con ruoli diversi. Una Chiesa che si fidi più dello Spirito che del potere.
Negli anni ’70 la gerarchia ha emarginato molti dei presbiteri che accompagnavano i nostri cammini, soprattutto in occasione del referendum sul divorzio. Giovanni Franzoni è stato sospeso a divinis e con lui molti altri. In molte comunità non c’erano più preti “autorizzati” a celebrare l’Eucarestia. Grande sofferenza, smarrimento, ma poi, come si dice, necessità fa virtù. Ci siamo messi a studiare i testi biblici, l’esperienza delle prime comunità cristiane, il loro modo di concepire i ministeri come raccontato nel Nuovo Testamento e nelle lettere di Paolo, e con l’aiuto di esperti biblisti e bibliste siamo arrivati a mettere in discussione il ruolo del sacerdote. Prezioso, tra gli altri, a questo proposito il contributo di Romano Penna, professore di Nuovo Testamento alla Pontificia Università Lateranense, da poco scomparso, che scrive: “Un dato comune alle prime comunità cristiane è che i ministeri sono intesi come ‘diakonìe’ al servizio della comunità e che nessun ministero è qualificato come sacerdotale, mentre tale è l’intera comunità cristiana”.
L’aver messo in discussione il ruolo del sacerdote non è affatto una peculiarità delle Comunità di base, la nostra peculiarità sta nel fatto di essere passati dalla teoria alla prassi e di averlo fatto senza chiedere il permesso. Col passar del tempo siamo arrivati a celebrazioni corali, tutti e tutte in cerchio ripetiamo insieme le parole che ricordano la condivisione del pane e del vino nell’ultima cena di Gesù, e chi ha preparato la celebrazione spezza il pane.
Quando a Brescia nell’aprile 1988 c’è stato il primo convegno delle comunità di base completamente preparato e guidato da donne, Le scomode figlie di Eva, le donne, che nelle tavole rotonde e nei dibattiti di quei giorni erano sempre state al tavolo della presidenza, al momento della celebrazione eucaristica ci sono rimaste. Ed è successo che, come hanno titolato i giornali, per la prima volta mani di donna hanno spezzato il pane.
Così ha ricordato quel momento Dea Santonico in un articolo pubblicato sul numero di giugno ’88 della rivista Com Nuovi Tempi:
“Una riflessione sul seminario di Brescia non può prescindere dal momento eucaristico vissuto a conclusione del seminario, che ne costituiva indubbiamente il fatto più significativo.
Dall’altra parte del tavolo stavolta c’erano le donne, ma questo non voleva significare per noi donne nessun tipo di rivendicazione di ministeri. Non era un segno di potere. Al contrario faceva perdere ai gesti compiuti e alle parole pronunciate ogni connotato di potere. Un segno forte, ma forte della sua semplicità. Quello spezzare il pane era davvero e per la prima volta dopo secoli il gesto di tutte e di tutti.
Abbiamo vissuto quell’esperienza con un coinvolgimento e con una carica di emotività del tutto particolari. Cominciavamo forse a sperare che fosse percorribile quella strada sulla quale, per concludere con le parole della celebrazione eucaristica, ‘uomini e donne possano camminare insieme per essere fonte reciproca di gioia e di Resurrezione’?”
È successo. L’abbiamo fatto senza chiedere il permesso, non solo al Papa e ai vescovi, ma neanche ai nostri presbiteri. La maggior parte di loro sono stati sanzionati per motivi politici, non dottrinali, solo alcuni hanno subito sanzioni anche per motivi dottrinali. I problemi dottrinali sono arrivati dopo, sotto la spinta e con il contributo attivo dei laici e delle laiche delle Comunità. I nostri presbiteri ci hanno accompagnato, in alcuni casi con una funzione più esplicita di guida, in altri meno, ma senza mai imporci le loro scelte. E anche in questo sta la loro grandezza! Un percorso nato dalla sofferenza e dall’emarginazione che le sanzioni della gerarchia ecclesiastica avevano provocato ha aperto un cammino inaspettato che ha portato ad una grande crescita. Quando si dà la parola al popolo di Dio, o il popolo di Dio se la prende, e le persone si sentono cristiani e cristiane adulte, non più sudditi, può succedere quello che non ci si aspetta possa succedere, e chi credeva di avere il controllo può rischiare di perderlo. In fondo anche la seconda assemblea del cammino sinodale italiano ne è una prova: a sorpresa una larghissima maggioranza dei presenti ha deciso di non far passare il documento presentato dai vescovi! Programmi saltati e si è ripartiti da lì.
Il convegno di Brescia costituisce uno spartiacque nella storia delle Comunità di base, c’è un prima e un dopo. Non era la rivendicazione da parte delle donne di un ministero sacerdotale, e non poteva esserlo, avendo noi messo in discussione il sacerdozio ordinato. La nostra è una ministerialità dis-ordinata, molto distante dalla religiosità rituale e più vicina alla fede vissuta nei gesti del quotidiano. Ma questo non vuol dire che non sentiamo la vicinanza con quelle donne che portano avanti il discorso sul sacerdozio femminile. Al contrario, a loro va tutto il nostro sostegno. Ma noi seguitiamo a pensare che quel gesto di spezzare il pane nulla abbia a che fare con il ruolo del sacerdote e che per recuperarne il significato più profondo si debba ritornare a ciò che succedeva nelle prime comunità cristiane, quando il pane si spezzava di casa in casa, all’interno di una cena, come era successo nell’ultima di Gesù. Difficile immaginarsi in quel contesto domestico che non fossero anche e soprattutto le donne che servivano a tavola a portare il pane e spezzarlo. E Paolo nelle sue lettere ricorda molte donne che avevano un ruolo importante nella comunità.
Preziosa da questo punto di vista la prima lettera di Paolo alla comunità di Corinto (1Cor 11,20-29), il testo più antico che racconta le parole pronunciate da Gesù nell’ultima sua cena e ci aiuta a scoprirne il senso.
Nella lettera Paolo rimprovera aspramente quella comunità per le ingiustizie e le disuguaglianze che c’erano tra i suoi componenti, di cui anche le loro cene, dalle quali i poveri uscivano affamati e i ricchi persino ubriachi, davano evidenza. In quelle cene ripetevano poi il gesto di Gesù e spezzavano il pane, quasi a porre quel gesto a copertura delle iniquità che regnavano tra loro. Qui sta il motivo della profonda indignazione di Paolo, per l’offesa che recavano ai poveri e per l’umiliazione del gesto di Gesù, abusato, sporcato e calpestato da chi spezzava il pane, guardandosi bene dallo spezzare la sua vita con e per gli altri. Da pane spezzato, segno di una vita spezzata per gli altri e le altre, a pane calpestato, segno della vita calpestata.
Per ripetere quel gesto non servono allora mani consacrate, servono mani pronte a stringerne altre, serve l’onestà di provare a guardarsi dentro e mettersi in discussione, perché quello spezzare il pane ci spinga a raccogliere l’invito di Gesù: “Fate questo in memoria di me”, che non vuol dire ripetere un rito vuoto, ma mettersi in gioco, spezzando la propria vita con gli scartati e le scartate come ha fatto Gesù. D’altra parte tra i motivi di indignazione di Paolo nei confronti della comunità dei corinzi non compare nulla che riguardi chi presiedesse allo spezzare il pane, quale ruolo dovesse ricoprire, se fosse un uomo o una donna…
A partire dal convegno Le scomode figlie di Eva, è nata nelle donne delle Comunità di base l'esigenza di avviare un percorso di ricerca e riflessione al femminile, autonomo da quello maschile. Già subito dopo Brescia Gabriella Natta, nel suo articolo su Com Nuovi Tempi del giugno 1988, aveva intravisto questo percorso. Scriveva: “Quali le riflessioni che emergono in questo dopo seminario? Innanzi tutto il desiderio di dare continuità a tutti quei frammenti di riflessione teologica prodotti negli anni dalle Comunità di base, nati dalla prassi e dagli eventi che – specialmente come donne – ci hanno coinvolto. Da questa volontà e da un primo confronto con altre donne è nato un programma di lavoro… sui temi che coinvolgono la sessualità, la maternità e l’idea stessa di Dio e della sua presenza nella storia”.
Non è stato facile, anche nel contesto ecclesiale delle nostre Comunità, in alcune più in altre meno, così come nella Chiesa tutta e nella società civile, le donne hanno dovuto affrontare diffidenze, opposizioni, nulla è stato dato per scontato e ogni spazio ottenuto, ogni visibilità oggi unanimemente riconosciuti, sono stati il risultato di studio, di impegno, di fatica, talvolta anche nei rapporti personali. Una fatica che, attraverso la solidarietà nella sorellanza, ci ha consentito con il tempo di esercitare tutti i ministeri, là dove la comunità lo richieda.
E il percorso continua ancora oggi, riempiendo di significato “di genere” quel “Fate questo in memoria di me”. Nel tempo si sono unite alle donne delle Comunità molte altre donne e numerose realtà impegnate nella lettura della Bibbia e nella ricerca del divino a partire dall'esperienza e dai corpi delle donne, con uno sguardo femminile sulla fede e sulla spiritualità.
I momenti celebrativi si sono andati via via arricchendo di simboli concreti tratti dalla vita quotidiana e di gesti di cura vicendevole.
Nello studio della Bibbia abbiamo affiancato al metodo storico-critico, imparato nelle Comunità, che cala il testo nel periodo storico in cui è stato scritto, l’ermeneutica del sospetto, promossa dalla teologa femminista Elisabeth Schüssler Fiorenza, interrogandoci con "sospetto" alla ricerca di tracce di presenze e voci femminili nascoste nelle pieghe delle pagine o cancellate. Per trovare nei testi la presenza delle donne e per far emergere attraverso il loro sguardo qualcosa sullo sguardo e sull’immagine di Dio, che sarebbe altrimenti perso.
Per le Comunità Cristiane di Base Anna Caruso, Carla De Stefani, Cesare Melillo, Dea Santonico, Paolo Ferrari, Salvatore Ciccarello, Stefano Toppi.