lunedì 2 novembre 2026

da Pressenza del 29/10/2026

Appello dei docenti universitari solidali con le mobilitazioni studentesche e giovanili

di Redazione Italia


A fianco delle nostre studentesse e studenti, dei e delle giovani che hanno manifestato e continuano a farlo per un presente e un futuro radicalmente migliore per tutti e tutte.

Da settimane nelle strade e piazze d’Europa e non solo, giovani donne e uomini, studenti e studentesse, protestano contro la precarietà, la privatizzazione, i tagli allo stato sociale e l’abbandono e desolazione in cui versano le scuole, le paghe da fame, le università sempre più deprivate di fondi, la gentrificazione, l’angoscia per un futuro che per la prima volta da decenni appare più buio di quello della generazione dei genitori e dei nonni. Sotto accusa la corruzione morale e politica delle classi di governo, la complicità con la politica genocidaria israeliana, la militarizzazione del sapere e i massicci investimenti in armamenti e nella “difesa”. A colorare le proteste come di consueto, ormai da almeno tre anni, bandiere palestinesi e keffyah, simboli della centralità della Palestina come paradigma sia simbolico che materiale della brutalità estrema del presente.

Da Parigi ad Atene, da Tirana a Madrid, da Roma a Belgrado, fino al movimento degli “scarafaggi” in India, le nuove generazioni stanno dando una lezione di coraggio, civiltà e speranza, superando le divisioni e gli steccati delle generazioni precedenti attraverso mobilitazioni profondamente trasversali. In India le proteste hanno ironicamente fatto proprio l’insulto classista del governo Modi, che aveva liquidato i manifestanti come “scarafaggi”. Scenario simile in Francia, dove lo slogan del movimento è diventato “Bismillah, c’est les ténèbres”, frase originariamente coniata da un poliziotto che tentava di infiltrarsi nei canali social dei collettivi fingendosi un giovane di origine araba.

La forza di questi movimenti di giovani donne e uomini risiede proprio nella loro trasversalità e conseguente capacità di produzione di una ironia radicale verso l’apparato repressivo e il suo tentativo di criminalizzare il dissenso. Sempre in Francia, lo stereotipo razzista e islamofobo del “giovane arabo-musulmano pericoloso” è stato ribaltato e ridicolizzato: emerge, rovesciata, una soggettività che pone al centro della propria prassi l’intersezionalità e mira ad abbattere le barriere di razza, casta e classe.

Su questo sfondo, risultano non solo gravissime ma anche anacronistiche le dichiarazioni del Ministro della Difesa Crosetto, che il 24 ottobre 2026 per complimentarsi con il collega Piantedosi scriveva sui social: “[Youssef Siher] non è un emarginato ma una persona molto introdotta e che aveva avuto molte più occasioni di lavoro e collaborazioni di gran parte dei suoi coetanei. Da quotidiani ad enti pubblici, ha frequentato il gotha dell’intellighentia [sic!] italiana. E si sono visti i risultati”.

Il profilo a cui il ministro fa riferimento è quello di Youssef Siher – studioso, attivista e giornalista freelance – arrestato con gravissime accuse, tra cui istigazione a delinquere e terrorismo. Dietro la presunta condotta “criminale”, il messaggio di Crosetto appare chiaro: le “seconde generazioni” sono ospiti e devono mostrare gratitudine, non dissenso. Siamo quindi di fronte al tentativo di silenziare un movimento di protesta attraverso una doppia strategia: la criminalizzazione e il razzismo, dove il razzismo come è sempre stato storicamente, produce le sue proprie categorie di “criminali”. Non dimentichiamoci infatti che la macchina di razzializzazione ha sempre prodotto devianti e folli, classificando nelle categorie del malato di mente e/o del reo tutti gli oppressi ed esclusi che intendeva silenziare. In Italia questo processo viene portato avanti con gli innumerevoli decreti sicurezza, il più recente estende le maglie dell’articolo 270-bis c.p. equiparando il dissenso e la protesta, anche radicale, ad atti di terrorismo – una deriva già duramente stigmatizzata da Gina Romero (Relatrice Speciale ONU sui diritti alla libertà di riunione pacifica e di associazione) ed altri giuristi internazionali, che hanno evidenziato come sia il decreto stesso a porsi in contrasto con il diritto internazionale dei diritti umani, e a minare libertà fondamentali di manifestazione ed espressione, con alto rischio per alcune categorie di cittadini e “di minoranze razziali ed etniche, migranti e rifugiati.”

D’altro canto, la repressione assume una connotazione marcatamente razziale nelle parole della leadership politica. La direzione è chiara: una sorta di divide et impera in cui gli studenti considerati “nativi” sono violentemente infantilizzati, manganellati e redarguiti, nel tentativo di sminuire e distogliere l’attenzione dal valore e dalla portata globale dei movimenti di protesta. I giovani e le giovani razzializzate diventano l’oggetto di una vera e propria caccia alle streghe. Sbattuti in prima pagina, indagati e incarcerati.

Di fronte a questo scenario, anziché denunciare l’illiberale torsione della norma, i media mainstream si sono accodati, finendo per normalizzare la retorica criminalizzante e razzializzante del governo. I titoli dei principali organi di stampa hanno cavalcato immediatamente la narrazione inquirente: «La mente del movimento del 17 che inneggia al 7 ottobre», titolava La Repubblica, mentre la RAI batteva: «Chi è Youssef Siher, il ricercatore ritenuto mente del “Movimento 17 ottobre” fermato per terrorismo. Il 30enne è un italiano di seconda generazione, residente a Brescia, di origini marocchine», arrivando a sbattere in prima pagina pure la moglie di Siher, con il crimine di essere “appassionata di Palestina” e “di gestire le pagine instagram e telegram” del “movimento 17 Ottobre”.

Come accademici e accademiche, siamo allarmati e allarmate da questa deriva che echeggia e amplifica il populismo delle destre estreme, distorcendo la vitalità e la legittimità di un movimento intersezionale che rivendica con forza il proprio diritto ad un futuro a partire dalla critica del presente: armi, genocidi, sfratti, salari da fame, precarietà, repressione, distruzione del pianeta.

Siamo allarmate e allarmati di fronte al razzismo non più nascosto ma ostentato del governo e dei media che tentano di isolare i giovani di cosiddetta seconda generazione, rappresentandoli in modo sinistro, come violenti, ignoranti e abbandonati a loro stessi. Lo stesso appellativo dispregiativo di “maranza”, ormai assunto acriticamente come categoria sociologica associata alla presunta criminalità dei movimenti e delle proteste ha, tra le sue possibili genealogie, una origine di stampo razzista. Negli anni ’80 denotava i giovani delle periferie milanesi, spesso del Sud Italia, etichettati come rozzi ed emarginati: ora viene associato ai giovani italiani di origine araba.

Siamo profondamente allarmati e allarmate anche di fronte alla estensione del crimine di terrorismo ad associazioni e forme di protesta che chiedono la fine della violenza coloniale, il rispetto del diritto internazionale, la fine di forme di estrattivismo estreme e dei profitti stellari delle società legate ai complessi militari -razziali- industriali.

Siamo a fianco delle nostre studentesse e studenti, dei e delle giovani che hanno manifestato e continuano a farlo per un presente e un futuro radicalmente migliore per tutti e tutte.