mercoledì 16 settembre 2026

 LE DONNE NEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI

 

Negli Atti degli Apostoli, le donne occupano un ruolo attivo, visivo e fondamentale nella nascita e nella diffusione della prima Comunità cristiana rompendo gli schemi culturali del tempo. Esse partecipano alla preghiera comunitaria, accolgono i missionari, profetizzano e guidano comunità domestiche. 

Ricordiamo:

 

  • Maria, la madre di Gesù
  • Lidia di Filippi
  • Tabità (Dorcàs)
  • Priscilla (o Prisca)
  • Le figlie di Filippo
  • Damari e altre nobili
  • Saffira
  • Rode

 

Negli Atti degli Apostoli, le donne compaiono a Gerusalemme fin dall'inizio. Esse partecipano alla vita della prima comunità cristiana con un ruolo attivo nella preghiera, nella condivisione dei beni e nell'ospitalità, ricevendo lo Spirito Santo al pari degli uomini. 

 

La presenza nel Cenacolo

  • Unità nella preghiera: Nel capitolo 1 (versetto 14), le donne sono menzionate esplicitamente insieme agli apostoli e a Maria, la madre di Gesù, mentre perseverano concordi nella preghiera in attesa della Pentecoste.

 

Azione e ospitalità nella comunità di Gerusalemme

Testimoni e discepole: Le donne che avevano seguito Gesù fin dalla Galilea continuano a fare parte integrante del gruppo dei credenti.

  • Spazio domestico: Le case delle donne (come quella di Maria, madre di Giovanni Marco, in Atti 12,12) diventano i luoghi di ritrovo fondamentali, di preghiera e di rifugio per i primi cristiani perseguitati a Gerusalemme. 

Lidia

Lidia è una donna citata negli Atti degli Apostoli. Vive a Filippi, prima città europea raggiunta da  Paolo, dove commercia stoffe pregiate. Proviene da Tiatira, città della Lidia in Asia Minore,  famosa in quei tempi per le sue tintorie della porpora. Lidia, quindi, è stata la prima discepola di Paolo e la prima persona a noi nota ad essere battezzata in Europa .Lidia è una donna intraprendente, benestante e indipendente e con diverse qualità. Luca la descrive «credente in Dio» quindi aggregata alla sinagoga, senza essere giudea. Lidia fa parte di un gruppo di donne ebree che si riuniscono a pregare lungo il fiume nelle vicinanze della porta della città, probabilmente per mancanza di una propria sinagoga dove poter pregare. Durante queste riunioni si può immaginare il gruppo di donne ad ascoltare, ma non con la stessa attenzione e curiosità con cui ascolta Lidia. Infatti Luca scrive «il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo», quindi lei non si limita ad ascoltare il Vangelo, lei lo applica. Per Lei l'unica cosa che conta è il Vangelo. Infatti diede ospitalità agli Apostoli, quasi costringendoli. Per Luca, Lidia è una donna che si caratterizza per le sue fondamentali virtù: fede e ospitalità.

«Salpati da Troade, facemmo vela verso Samotracia e il giorno dopo verso Neapoli e di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedonia. Restammo in questa città alcuni giorni; il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera, e sedutici rivolgevamo la parola alle donne colà riunite. C'era ad ascoltare anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. Dopo esser stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò: "Se avete giudicato ch'io sia fedele al Signore, venite ad abitare nella mia casa". E ci costrinse ad accettare. 

(Atti degli Apostoli 16,11-15)

 

 

Priscilla 

 

Spesso chiamata anche Prisca negli Atti degli Apostoli è una donna ebrea cristiana, moglie di Aquila, che fu una preziosa collaboratrice dell'apostolo Paolo nella prima età della Chiesa. E’ l’unica con funzioni di maestro. 

Incontro con Paolo a Corinto

·       Paolo arriva a Corinto e li incontra.

·       I coniugi sono costretti a lasciare Roma a causa dell'editto dell'imperatore Claudio contro i Giudei.

·       Fanno lo stesso mestiere di Paolo, fabbricanti di tende.

·       Paolo vive e lavora insieme a loro. [

 

Viaggio a Efeso e incontro con Apollo

·       Lasciano Corinto e seguono Paolo fino a Efeso.

·       Ospitano una comunità cristiana nella loro casa.

·       Ascoltano il predicatore Apollo e gli spiegano con più precisione la via di Dio.

·       Nei testi biblici, il nome di Priscilla viene spesso citato prima di quello del marito, segno del suo grande ruolo nella fede.

 

ATTI cap.18

 1 Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto. 2Qui trovò un Giudeo di nome Aquila, nativo del Ponto, arrivato poco prima dall'Italia, con la moglie Priscilla, in seguito all'ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i Giudei. Paolo si recò da loro 3e, poiché erano del medesimo mestiere, si stabilì in casa loro e lavorava. Di mestiere, infatti, erano fabbricanti di tende4

 

….18 Paolo si trattenne ancora diversi giorni, poi prese congedo dai fratelli e s'imbarcò diretto in Siria, in compagnia di Priscilla e Aquila.

 

24Arrivò a Èfeso un Giudeo, di nome Apollo, nativo di Alessandria, uomo colto, esperto nelle Scritture. 25Questi era stato istruito nella via del Signore e, con animo ispirato, parlava e insegnava con accuratezza ciò che si riferiva a Gesù, sebbene conoscesse soltanto il battesimo di Giovanni. 26Egli cominciò a parlare con franchezza nella sinagoga. Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio. 27Poiché egli desiderava passare in Acaia, i fratelli lo incoraggiarono e scrissero ai discepoli di fargli buona accoglienza. 

 

Damari 

(o Damaris) è una donna menzionata brevemente nel Nuovo Testamento, nel libro degli Atti degli Apostoli al capitolo 17, versetto 34. Ella vive ad Atene e decide di credere nel messaggio cristiano dopo il discorso tenuto dall'apostolo Paolo all'Areopago.]

 

Il versetto 34 del capitolo 17 degli Atti degli Apostoli conclude il famoso discorso di Paolo all'Areopago di Atene. Il testo dice: "Ma alcuni aderirono a lui e divennero credenti, fra questi anche Dionigi membro dell'Areopago, una donna di nome Damaris e altri con loro"

Il contesto dell'Areopago

·       Paolo parla ad Atene e discute con filosofi epicurei e stoici.

·       Annuncia il Dio ignoto e la risurrezione di Gesù.

·       La reazione della folla è divisa: alcuni deridono, altri rinviano l'ascolto, pochi credono.

Le persone che credono

      Dionigi: Un membro del tribunale dell'Areopago (l'areopagita).

·       Damaris: Una donna presente all'ascolto.

·       Altri: Un gruppo non specificato di persone che scelse di seguire la fede cristiana.

 

Maria, mamma di Gesù

 

Negli Atti degli Apostoli, Maria viene menzionata esplicitamente per nome un'ultima volta nel Nuovo Testamento in At 1,14. Ella si trova nel Cenacolo a Gerusalemme, unita assieme agli apostoli, ad alcune donne e ai fratelli di Gesù, in attesa concorde e assidua nella preghiera del dono dello Spirito Santo. 

 

  Ultima apparizione biblica: Il nome di Maria scompare dai testi canonici dopo il     capitolo 1 degli Atti, lasciando l'immagine della madre in mezzo alla comunità cristiana nascente.

Presenza attiva e di comunione: Non è una figura isolata o marginale, ma partecipa alla vita e alla preghiera della prima Chiesa.

 

Il ruolo di Maria: La madre di Gesù assume una funzione di raccordo e di memoria viva della comunità delle origini a Gerusalemme

 

Il versetto Atti 1,14 della Bibbia recita: "Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui". La comunità dei discepoli si raccoglie in preghiera a Gerusalemme in attesa dello Spirito Santo

 

Tabita

 

Detta anche Dorcas, che in greco significa "gazzella" è un personaggio del Nuovo Testamento, una pia donna di Ioppe (Giaffa) nota per la sua grande carità e generosità verso i poveri e le vedove. Secondo gli Atti degli Apostoli, fu miracolosamente risuscitata da Pietro. 

 

Sicuramente con il suo mestiere di sarta sosteneva i poveri, specialmente appunto le vedove che non avendo più il marito a provvedere al sostentamento della famiglia erano in condizioni disagiate. Le vedove che sono radunate per i riti e le lamentazioni funebri ci richiamano anche a funzioni proprie del mondo giudaico, ma il pianto appare sincero, perché eseguito da persone che hanno beneficiato delle buone opere di Tabità.
Tabità faceva mantelli e tuniche, era un mestiere molto importante e difficile. Dalla Bibbia sappiamo quanto era importante il mantello, e anche la tunica, specialmente per i poveri.
Mi viene in mente la tunica che Maria aveva confezionato per Gesù, non aveva cuciture, era tutta d’un pezzo. Dopo che Gesù è stato crocefisso i soldati non l’hanno strappata ma se la sono giocata a dati, doveva essere molto preziosa.

Atti 9,36-42

A Giaffa c’era una discepola chiamata Tabità, nome che significa “Gazzella”, la quale abbondava in opere buone e faceva molte elemosine. Proprio in quei giorni si ammalò e morì. La lavarono e la deposero in una stanza al piano superiore.
E poiché Lidda era vicina a Giaffa i discepoli, udito che Pietro si trovava là, mandarono due uomini ad invitarlo: “Vieni subito da noi!”.
E Pietro subito andò con loro. Appena arrivato lo condussero al piano superiore e gli si fecero incontro tutte le vedove in pianto che gli mostravano le tuniche e i mantelli che Gazzella confezionava quando era fra loro.
Pietro fece uscire tutti e si inginocchiò a pregare; poi rivolto alla salma disse: “Tabità, alzati!”. Ed essa aprì gli occhi, vide Pietro e si mise a sedere.
Egli le diede la mano e la fece alzare, poi chiamò i credenti e le vedove, e la presentò loro viva.La cosa si riseppe in tutta Giaffa, e molti credettero nel Signore. Pietro rimase a Giaffa parecchi giorni, presso un certo Simone conciatore.

 

Maria, mamma di Giovanni Marco

 

«Dopo aver riflettuto, si recò alla casa di Maria, madre di Giovanni detto anche Marco, dove si trovava un buon numero di persone raccolte in preghiera.» Atti,12,12

Il contesto del versetto

·       La liberazione di Pietro: L'apostolo Pietro è appena uscito di prigione grazie all'aiuto di un angelo che lo ha liberato dalle catene.

·       Il ritorno in sé: Dopo aver capito che il miracolo è reale, Pietro decide di andare dove i cristiani sono riuniti.

·       Il luogo: Va a casa di Maria (madre di Giovanni Marco), un punto di ritrovo della prima comunità cristiana.

·       La preghiera: I fedeli sono riuniti a pregare proprio per la salvezza di Pietro.

Da questi brani si può evincere che la madre di Giovanni, Maria, avesse a Gerusalemme una grande casa, dove Pietro si recò dopo essere stato liberato dal carcere;

 

 

Le figlie di Filippo

 

Nel libro degli Atti degli Apostoli (capitolo 21, versetti 8-9), viene ricordato che l'evangelista e diacono Filippo aveva quattro figlie nubili che avevano il dono della profezia

 

Il testo biblico: Nel capitolo 21 degli Atti, Paolo e i suoi compagni arrivano a Cesarea e si fermano a casa di Filippo, definito "l'evangelista, che era uno dei sette". Il testo nota specificamente che egli "aveva quattro figlie nubili che profetizzavano".

·       Ruolo profetico: La Bibbia non riporta i contenuti delle loro profezie o i loro nomi, ma la menzione riconosce in modo espositivo e positivo il ruolo attivo e il carisma profetico delle donne nella Chiesa delle origini.

·       Tradizioni successive: Fonti storiche e agiografie cristiane successive (come gliscritti di Policrate di Efeso o antichi menologi greci) hanno tramandato alcuni nomi attribuiti a queste donne, tra cui ErmioneCaritinaIsaide ed Eutichiana.

 

Saffira

Il suo nome è strettamente legato allo zaffiro, gemma blu simbolo di purezza saggezza e valore.

Saffira è moglie di Anania che muore con il marito. Entrambi sono accusati di mentire allo Spirito Santo. La storia racconta che vendettero un terreno ma tennero per sé una parte segreta del ricavato, mentendo agli apostoli e affermando di aver donato l’intera somma alla comunità cristiana. ATTI 5,1-11

Luca intende suscitare nei suoi lettori il timore del potere di Dio che ha di vendicare gli inganni contro lo Spirito Santo.

 

Rode

 

E’ una giovane serva che riconosce la voce di Pietro che era stato liberato dal carcere, ma quando Pietro bussa alla porta della casa di Maria madre di Giovanni detto Marco, sopraffatta dalla gioia, dimentica di aprirgli la porta e corre ad annunciare che Pietro è fuori.

I presenti non le credono, le dicono che è pazza o che si tratta dell’angelo di Pietro, ma lei insiste fermamente. Alla fine vanno ad aprire e, vedendo che è davvero lui  rimangono sbalorditi. Atti 12, 12-17

 

-La Bibbia delle donne, vol.III, Claudiana

-Riletture bibliche al femminile, Claudiana

 

 

(Maria Grazia Bondesan, 13 settembre 2026)

 


martedì 15 settembre 2026

 Il Gruppo biblico di Rivalta quest'anno leggerà gli ATTI DEGLI APOSTOLI. 

Ecco una breve introduzione.

Introduzione agli ATTI DEGLI APOSTOLI

(Tratto da alcuni commenti di Franco Barbero e dal Libro “Atti degli apostoli” di William H. Willimon, Ed Claudiana 2003)

Gli Atti sono stati scritti, pare, tra il 70 e il 100 d.C., forse anche dopo.
Secondo questo autore, il VANGELO DI LUCA e il Libro degli ATTI vanno letti
insieme. Il taglio dell’autore di Luca è simile a quello degli Atti (forse è lo
stesso?) Luca sarebbe un cristiano di terza generazione (85/90 d.C.). Nei primi
15 capitoli domina PIETRO e il luogo è GERUSALEMME; dal cap. 16 al 28
domina PAOLO e il luogo è il MONDO. Paolo fa da ponte tra ebrei e pagani, ma
lo approfondiremo in seguito.
Pare che Pietro e Paolo siano morti nel 70 d.C. circa; essi “avevano capito che
Gesù voleva dare vita a un esperimento di fedeltà a Dio”, dice Franco. In Atti
non si parla mai né di una struttura verticale gerarchica, né di una dogmatica
(Franco). Atti è sostanzialmente un libro che affronta la vita in comunità, con le
sue fatiche e le sue bellezze. Vi sono liti, rotture, intoppi, ma, nonostante tutto,
il cammino prosegue!
Dio sostiene il cammino delle comunità; il cammino è quello tracciato da Gesù,
di cui i suoi testimoni ne garantiscono la veridicità. TESTIMONIARE ha 3
accezioni in etimologia:
- Dal latino testis, da tres (tre) e stare (stare): stare come un terzo;
- Dal greco martire: attesto le mie convinzioni a costo della vita, ci metto la faccia;
- Passaggio del testimone in atletica: trasmetto ad altri qualcosa di prezioso che mi è
stato affidato.

(Da Willimon) In Atti, siamo dentro alla narrazione della PROMESSA DI DIO DI
DARCI CIELI NUOVI E TERRA NUOVA. Il Libro non descrive un nuovo Dio, ma UN
NUOVO MONDO. Chi ascolta, chi fa esperienza di questa narrazione, diventa il
destinatario della promessa, che rappresenta CHE COSA SARA’. Il racconto è un
ostinato rifiuto di rimanere tranquilli e accettare il mondo come dato
inalterabile.

SCOPO DEL LIBRO non è evangelizzare, bensì formare, incoraggiare e rinforzare
chi è già discepolo o discepola. Si era ormai compreso che il ritorno di Cristo,
non sarebbe arrivato di lì a poco, per cui era importante mantenersi motivati e
costanti. Già in Luca si sottolinea come sia importante non voler “fissare una
data” per il ritorno di Gesù, ma imparare ad aspettare un evento imprevisto.
CARO TEOFILO - 1° prologo - intende una persona che già conosce Cristo e che
già fa parte di una comunità. Ma è facile per Teofilo perdere la fede e la
speranza quando incontra l’opposizione ufficiale, i malintesi, la violenza;
inoltre, c’erano anche i conflitti e le tensioni interne alle comunità. Insomma,
Teofilo siamo tutti noi!
CONTINUITA’ TRA PASSATO E PRESENTE - 2° prologo – In Atti si ribadisce più
volte (ad es. nel discorso di Pietro e in quello di Stefano, primo martire) la
catena di eventi salienti della storia ebraica (Abramo, Giuseppe, Mosè, Davide)
per affermare che già in essi si parlava del Messia e come sia dunque possibile
RICONOSCERE GESU’ NAZARENO COME IL MESSIA. Si sottolinea la presenza di
testimoni oculari della vicenda di Gesù, poiché si parla di una fede basata sui
FATTI. Ma è lo Spirito che consente ai “fatti” di avere un senso. Lo stile
letterario si basa su uno SCHEMA PROMESSA – ADEMPIMENTO: era stato detto
e si è compiuto, in una sequenza ininterrotta. In questo caso, Gesù ha
promesso ai discepoli/e che avrebbero ricevuto POTERE DALLO SPIRITO,
promessa che ha trovato poi adempimento nella Pentecoste.
STILE LETTERARIO DELLE “BIOGRAFIE CULTUALI”: Atti utilizza questo stile
letterario, secondo cui la narrazione della vita del fondatore di una comunità
religiosa è seguita dalle storie dei suoi successori o discepoli, a cui capitano
eventi simili a quelli avvenuti al fondatore. Infatti, in Atti, si descrive Gesù
come il fondatore, che si preoccupa del dopo-di-lui, e le storie degli apostoli
riproducono nella loro vita quanto successo al fondatore. L’obiettivo è
trasmettere i VALORI di Gesù ed EMULARLI, RINFORZARLI.

ATTI NON HA UN VALORE STORICO, né si interessa alle azioni di tutti gli apostoli.
Qualcuno dice che sarebbe più corretto chiamare il Libro “Atti dello Spirito
Santo”, come forza dinamica che guida le comunità. Ma il Libro non si interessa
allo Spirito in sé, ma piuttosto a cosa fa succedere.

PRESENZA DI CRISTO NEGLI ATTI. In Atti, la Parola di Dio è sempre predicata
“NEL NOME DI GESU’”. E’ la parola predicata che mette in opera il potere di
Cristo resuscitato. La presenza di Cristo è accessibile nella parola predicata
degli Apostoli. La promessa si realizza ora attraverso la Parola. L’autore di Atti
elabora una teologia della costante presenza di Cristo Risorto: mediante lo
Spirito, l’opera di Gesù continua (Lc 6,40: “Ogni discepolo sarà come il suo
maestro”). Per questo Pietro, quando guarisce, dice “Gesù Cristo ti guarisce”.
SULLA SALVEZZA: non avviene grazie a uno sforzo umano, ma come chiamata,
azione dello Spirito: è iniziativa di Dio aiutare il popolo a riscoprirsi profetico.
Pietro, che sente l’urgenza dell’annuncio, non propone una “procedura di
salvezza”, ma dice: “Pentitevi col cuore e convertitevi”. Non è dunque il rito del
Battesimo a salvare (gesto e formule), ma il pentimento e il perdono sincero
(tanto che Cornelio riceve lo Spirito prima del Battesimo, mentre i seguaci di
Giovanni lo ricevono solo dopo il battesimo). Dio invita: “Lasciatevi salvare”
(come con gli ebrei prima dell’uscita dall’Egitto: “Lasciatevi liberare”).

RESURREZIONE/poi ASCENSIONE/poi PENTECOSTE: 3 momenti separati.
L’ascensione, negli Atti, avviene dopo 40 giorni, mentre nel Vangelo di Luca,
subito dopo la Resurrezione. In Atti, gli intimi di Gesù sono andati sul Monte
degli Ulivi e lì Gesù ascende. Poi i discepoli/e tornano nella casa dove
abitavano a Gerusalemme; qui si riunivano regolarmente gli Undici con Maria
md di Gesù e i suoi fratelli.
PENTECOSTE: La Pentecoste era una festa ebraica tradizionale che si
festeggiava 7 settimane dopo la Pasqua, per celebrare la rivelazione di Dio sul
Sinai e il dono della THORA’; prima ancora era la festa della mietitura. Dopo la
morte di Gesù, la comunità si è ritirata ad aspettare e pregare; poi giunge la
Pentecoste come GIORNO DELLA NASCITA, che porta ispirazione e coraggio. In
Lc 24 “il Signore risorto fu da loro riconosciuto con lo spezzare del pane” e
perché “spiegava le scritture”, e ancora perché promise di dar loro lo stesso
potere che lo aveva mosso: “Rimanete in questa città finché siate rivestiti di
potenza dall’alto” (come a dire: state insieme, pregate e confrontatevi,
l’ispirazione arriverà, e con essa, la potenza). Con la Resurrezione si manifesta
la potenza di Dio; con la Pentecoste, essa è concessa al popolo di Dio. Si
presenta un rumore in cielo, un vento forte, le lingue di fuoco e il dono delle
lingue. In Atti si cita il re Davide come testimone prestigioso, che sapeva già
che sarebbe arrivato il Messia e che “il suo corpo non sarebbe andato in
corruzione” (cioè, sarebbe asceso al cielo).
LA NASCITA DELLE COMUNITA’: a Gerusalemme è guidata da Giacomo, che
intende che la salvezza passa dalla Legge. In Galilea si formano gruppi gestiti da
donne, ma dal 150 spariscono come guide delle comunità (Franco).
IL PROCESSO DI CONVERSIONE non è una conquista personale o una
realizzazione individualistica, ma avviene sempre, in un processo continuo,
entro le comunità. La conversione di Paolo è la sua conversione, possono
essercene molte altre differenti. La conversione passa da:
-distacco dai modelli di identità anteriori (Gv Battista e LC: cambiate vita);
- tempo di sradicamento e confusione, insignificanza e anomia (Paolo vaga
cieco, Pietro ha visione imbarazzante);
- drammatica transizione dall’oscurità alla luce, dal caos al senso (Saulo cieco);
- la comunità di fede appoggia e accetta l’iniziato nella propria vita insieme.
DUE TIPI DI DISCEPOLI:
TESTIMONI OCULARI, ma non basta la conoscenza diretta, la tradizione
consolidata, ci vuole lo Spirito, cioè è necessario sperimentare la
presenza di Cristo risorto prima di esporsi all’esterno con autorità.
- CHIAMATE SUCCESSIVE: testimonio sulla base della mia attuale
esperienza di Cristo. Paolo fa esperienza di Cristo, ma attende che sia
convalidata dai Discepoli di Gerusalemme, prima di esporsi
pubblicamente. In atti non c’è spaccatura tra tradizione ed esperienza,
entrambe sono necessarie l’una all’altra.
(Antonella Ganio Mego)

 da il Domani del 13 settembre 2026

Youssef Hassan Holgado e Marika Ikonomu

 

L'islamofobia è disegno politico

Le destre negano un'Italia che c'è

 

Le parole remigrazione, deportazione, rastrellamenti «vengono ripetute con facilità senza coglierne il portato»

«Mentre l’italianità non è granitica», dice Kaabour, consigliere di Genova, una delle voci di un apese già cambiato

 

Creare un'emergenza per alimentare la percezione di insicurezza. È il filo che unisce i partiti della destra estrema in Europa, da Alternative für Deutschland di Alice Weidel a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Passando anche per partiti di governo come Fratelli d'Italia e Lega. A giudicare dall’exploit ottenuto da AfD alle elezioni in Sassonia-Anhalt e dalla crescita nei sondaggi di Fn, sul

piano del consenso funziona. Meno nella descrizione del reale.

«I bambini tedeschi vengono aggrediti perché cristiani», sostiene Weidel, secondo cui «diventiamo stranieri a casa nostra». Per Vannacci «l'omogeneità culturale è già compromessa, con oltre il 12 per cento di stranieri sul suolo nazionale». Il suo programma non include «l’immigrazione», ma la «remigrazione». Che, lo ha detto ospite da Otto e mezzo, significa di fatto «deportazione». Chi rimane, quel 4 per cento di popolazione di origine straniera fissato come tetto massimo, secondo l'ex generale, deve assimilarsi.

E vuole «che in Italia vivano gli italiani».

 

Italia di fatto

Ma cosa significa essere italiani? Per i partiti post-fascisti europei l'Islam non è compatibile con la cultura occidentale, le persone in movimento sono invasori e l'identità europea ha origini romano-cristiane e greche. Non può essere contaminata, scrive Fn.

Qual è, invece, l'«Italia di fatto»? E un paese «già cambiato», «fatto di storie, percorsi e biografie differenti che contribuiscono ogni giorno alla vita democratica». Lo scrive Idem Network, una rete che riunisce amministratori e amministratrici locali, con background migratorio e non, che accoglie chiunque condivida una visione partecipata e solidale della politica. Una realtà che

«testimonia come nel nostro paese ci sia una classe dirigente capace di leggere e interpretare la complessità dei nostri tempi» e contrasta le «semplificazioni "identitarie"», riflettendo sul «significato contemporaneo dell’essere italiani, sul rapporto tra cittadinanza e appartenenza», «L'italianità non è granitica», precisa SiMohamed Kaabour, consigliere comunale a Genova, insegnante e coordinatore della rete.

In un paese in cui le persone con background migratorio sono considerate permanenza provvisoria, relegate a essere forza lavoro, «esiste un'Italia in carne e ossa che nessuno può negare», continua. «La classe dirigente futura avrà sempre più una testimonianza interna di persone che hanno una storia di

 

migrazione in famiglia». Le persone di origine straniera in Italia, secondo la Fondazione Ismu, al 1 gennaio 2025 erano 5 milioni e 898mila. Il 9,1 per cento della popolazione del paese. Si stimano 339mila persone senza permesso di soggiorno, mentre, a scuola, circa uno studente su otto non ha la cittadinanza, di questi tre su cinque sono nati in Italia. Invece di riconoscere formalmente l’Italia di fatto, nella corsa sempre più a destra di questa campagna elettorale, la Lega sta accelerando l'approvazione del ddl Iezzi, previsto in aula il 21 settembre, che prevede casi di sospensione o revoca della cittadinanza.

 

Se lo Stato non riconosce

Il clima che si respira è percepito come pesante, soprattutto dalla popolazione di origine straniera, spiega Kaabour. L'appartenenza a un territorio non è automatica. Lo sa Raisa Labaran, infermiera e consigliera comunale a Brescia, nata e cresciuta nella città lombarda da genitori di origine ghanese e nigeriana. «Certo che mi sento italiana, ma avrei voluto che per andare in gita sulla mia

carta di identità non ci fosse scritto "non valida per l'espatrio". L'appartenenza può essere forte, ma serve la formalità per sostenerla». Labaran, che ha ottenuto la cittadinanza a 18 anni, ha le deleghe ai temi della Salute e lavora in un'agenzia di prevenzione. Come lei, ci sono sempre più persone con background migratorio impegnate in politica, soprattutto a livello locale.

«Qualitativamente parlando, però», dice, «la strada è ancora lunga. C'è sempre la narrazione che ci vuole in politica perché portiamo i voti di una comunità. lo non sono rappresentativa di una comunità, ma della società in cui vivo».

L'attivismo di Labaran non è iniziato con la candidatura in una lista civica. È nato 25 anni fa, all’indomani dell'attentato alle Torri gemelle, sui temi dell'inclusione, dei diritti delle persone con background migratorio, anche musulmane: «Per far capire che non tutti i musulmani sono terroristi, per i giovani nati o cresciuti in Italia smarriti in un racconto che ci accusa di cose che non ci appartengono».

Se a livello locale c'è un'apertura, «a livello regionale, nazionale o europeo, gli spazi della politica sono ancora chiusi», afferma Othmane Yassine, avvocato e Consigliere a Fermignano, con deleghe all'Europa e alle politiche di inclusione, a cui si sono aggiunte le deleghe al Pnr. Yassine è nato nel 1990 a Casablanca, in Marocco, e nel 1996 si è trasferito con la famiglia nella

provincia Di Pesaro e Urbino. Ha studiato Giurisprudenza, poi un dottorato di ricerca internazionale, e all’età di 24 anni è entrato in politica, dopo aver visto lo slogan della Lega che recitava: «Le palestre ai nostri figli». «Io ero figlio di quel paese non potevo trovarmi emarginato», racconta. Anche Kaabour è nato in Marocco e, arrivato in Italia a dieci anni, non ha potuto ottenere la

cittadinanza ai 18. Un mancato riconoscimento che ha avuto anche conseguenze, per un periodo, sul suo lavoro.

 

Violenza del linguaggio

Il linguaggio escludente non è frutto di questa campagna elettorale. La Lega ha sempre portato avanti campagne contro le persone di origine straniera, ma «c'era un limite». Ora il linguaggio si è fatto «sempre più aggressivo", denuncia Labaran. Tanto che, per la prima volta nella sua vita, ha pensato: «Se a un certo punto mi chiederanno di andarmene, dove potrei andare? Non vedo un altro posto come casa».

Le parole maranza, remigrazione, deportazione, movimentazione coatta, rastrellamenti, «vengono ripetute con facilità e senza coglierne la portata storica né il significato reale», sottolinea Kaabour, che recentemente ha ricevuto migliaia di attacchi, offese razziste e minacce di morte sui social. Un'escalation di violenza che il consigliere ha notato anche nelle istituzioni ed è «frutto di un clima costruito in modo consapevole». Yassine, alla sua prima

candidatura, ha ricevuto insulti come «Terrorista islamico» e una lettera con minacce di morte. Attacchi che continua ancora oggi a ricevere sui social, in quello che chiama «uno sdoganamento del razzismo».

Descrive l'islamofobia come disegno politico, una storia già vista con altre religioni: «Una politica che mira al consenso e alla creazione di una società chiusa, che prende di mira un determinato gruppo e disegna tutto lo scandalo possibile affinché possa attecchire l’idea della paura». Le persone musulmane chiedono di esercitare il diritto di professare il loro credo nelle moschee, create, in mancanza di una legge per l'edilizia di culto, in spazi privati. L'unico strumento giuridico offerto loro per potersi riunire, spiega l'avvocato, è l'associazione culturale: «Di fatto, però, tutte le moschee vengono strumentalmente chiamate abusive, quando in realtà, a livello giuridico, nessuna lo è».

Nel rifiuto dell'Islam, c'è poi un ulteriore piano che - come mostra il divieto di niqāb e burqa in classe che il ministro Valditara vuole introdurre - si appropria del linguaggio femminista e della parità di genere per rappresentare le donne musulmane come vittime e oppresse. «Da donna in politica, in più musulmana e con il velo, la gente mi vede come quella che non riesce a liberarsi dalle tradizioni, che non ha un suo pensiero», racconta Labaran.

Tutto ciò è in funzione di una riuscita politica - conclude Kaabour -, ma di una disfatta del paese. La riuscita politica è individuale, mentre la disfatta del paese è collettiva». In questo modo, per Yassine, «stiamo negando a questo paese di strutturarsi in prospettiva». L’impegno politico dei tre amministratori locali guarda anche alle nuove generazioni con una storia di migrazione infamiglia, perché si sentano riconosciuti e rappresentati. Occorre quindi, dicono, occupare gli spazi pubblici, portare la propria voce, la propria narrazione, i propri corpi, con un impegno quotidiano.



Il potere religioso e il virus della violenza
Adista 1/8
Secondo l'analisi di  Marcelo Barros, la tendenza a intrecciare la fede con logiche di dominio rappresenta una deviazione profonda dal messaggio evangelico originario. 
I punti chiave del pensiero di Barros
  • La strumentalizzazione del divino: Barros evidenzia come storicamente le istituzioni ecclesiastiche abbiano spesso assimilato l'idea antica di associare la forza di Dio al potere politico dei sovrani o degli imperi. Questo legame ha finito per legittimare dinamiche patriarcali, coloniali e di sottomissione. 
  • Il "virus della violenza": Il teologo definisce la violenza e l'intolleranza come un vero e proprio "virus" che infetta le religioni quando queste pretendono di detenere l'egemonia o l'esclusività della verità, scivolando nell'arroganza dottrinale. 
  • Il volto del Dio liberatore: Al contrario del "Dio onnipotente" usato per giustificare la dominazione, Barros propone il volto di un Dio che sceglie di trasformare l'umanità esclusivamente attraverso l'amore e la non-violenza attiva. 
  • Il vero dialogo interreligioso: Citando l'ispirazione del vescovo Pedro Casaldáliga, Barros sottolinea che il dialogo tra fedi non deve essere un esercizio intellettuale o narcisistico. Le religioni devono invece superare le barriere dogmatiche per unirsi nel contrasto alle ingiustizie sociali, alla violenza e alla devastazione ecologica. 
In sintesi, per Barros sconfiggere il "virus della violenza" all'interno delle religioni richiede una radicale decostruzione delle strutture di potere e un ritorno a una spiritualità accogliente, plurale e schierata dalla parte degli oppressi e della giustizia.