giovedì 15 ottobre 2026

Il Fatto quotidiano, venerdì 9 ottobre 2026

Il ministero arma 6.521 soldati pronti a partire subito in guerra

di Tommaso Rodano  

 

L’Italia si prepara a intervenire militarmente all’estero, anche con pochissimo preavviso. E lo fa mettendo in piedi un dispositivo che in un anno ha più che raddoppiato le sue dimensioni: da 2.867 a 6.521 soldati, con 1.024 mezzi terrestri, 29 aerei e cinque unità navali. Una forza pronta a partire in caso di crisi internazionali, anche nell’ambito delle operazioni Nato.

Il governo Meloni ha già stabilito quanti militari mobilitare, con quali mezzi e risorse. Resta da decidere dove e quando mandarli. L’ultimo tassello è un decreto firmato l’11 settembre da Guido Crosetto e pubblicato mercoledì in Gazzetta Ufficiale. Un documento apparentemente contabile, dedicato al “Fondo per gli assetti ad alta e altissima prontezza operativa.”[…]

mercoledì 14 ottobre 2026

Quando è giorno?


Un vecchio Rabbi chiese un giorno ai suoi discepoli: <<Chi di voi saprebbe dirmi come si può distinguere il momento in cui finisce la notte ed inizia il giorno?>> <<Io direi>>, rispose prontamente un allievo, <<quando, vedendo un animale a distanza, uno sa distinguere se è una pecora o un cane>>. <<No>>, rispose il Rabbi. 

<<Potrà essere l’inizio del giorno>>, disse un altro, <<quando, vedendo da lontano un albero, si può dire se è un fico o un pesco>>. <<Neppure>>, insisté il Rabbi.

<<Ma allora>>, chiesero i discepoli, <<quando mai si può capire quando finisce la notte ed inizia il giorno?>>.

<<Quando>>, rispose il Rabbi, <<guardando in volto un uomo qualunque, tu vedi che è tuo fratello: perché, se non riusciamo a fare questo, qualunque sia l’ora del giorno, è sempre notte…>> 

(da Quando è giorno?, Torre Pellice, 1988).


da Confronti - 2026

L’Italia dell’emergenza abitativa

di Francesca Lequaglie (giornalista freelance) 


Oltre 40mila sfratti nel 2024, 1,5 milioni di famiglie in grave disagio abitativo, quasi un milione di nuclei in povertà assoluta che vivono in affitto. Mentre crescono gli affitti brevi e restano inutilizzati milioni di alloggi, la casa da diritto sociale si trasforma in privilegio, con costi psicologici e sociali sempre più drammatici. 


Sono le dieci del mattino e la porta al primo piano del palazzo di via Cavour 101, a Roma, continua ad aprirsi e chiudersi. Il citofono squilla senza sosta. Una dopo l’altra entrano persone che chiedono aiuto. La sede dell’Unione inquilini si è trasformata in un presidio permanente dell’emergenza abitativa. Silvia Paoluzzi, segretaria nazionale dell’associazione, riceve tutti: chi deve fare domanda per una casa popolare, chi ha bisogno di assistenza durante uno sfratto, chi non sa come districarsi tra bandi e graduatorie. 

Tra queste persone c’è Fabio, 63 anni, due figli. Vivevano in un appartamento dell’Ater (Azienda territoriale per l’edilizia residenziale) in via Ennio Felice finché, il 2 marzo 2025, la casa è andata a fuoco a causa di un corto circuito. «Erano le 17.20, la Roma giocava alle 18. Un amico mi ha chiamato: “Sta bruciando casa tua!”», racconta. Per fortuna nell’appartamento non c’era nessuno. 

Ad oggi, però, è ancora inagibile. Da allora la famiglia vive in una sistemazione di fortuna. L’Ater non ha fornito loro alcuna soluzione alternativa e, soprattutto, non ha provveduto a effettuare i lavori necessari per il rientro nell’abitazione. 

«Avremmo necessità di fare domanda per avere una casa perché viviamo in 50 metri quadri, abbiamo tre figli di cui una con gravi disabilità. Lì dentro non ci entriamo più», la richiesta di un’altra famiglia. Poco dopo entra Ester, arrivata a Roma dalla Nigeria, con la figlia piccola. Ha presentato domanda per una casa popolare nel 2024 e vuole sapere a che punto è la pratica. Ha solo 23 punti, che sono ancora pochi per sperare di ricevere a breve un alloggio. Nel frattempo paga 800 euro di affitto a fronte di un reddito familiare di circa 1.000 euro al mese. Oltre l’80% delle sue entrate è assorbito dalla casa. «È una situazione sempre più frequente», commenta Paoluzzi.


da Il Fatto Quotidiano del 07/10/2026                 

In Francia altri 500 arresti.

E Macron guarda i suoi missili

di Luana De Micco


Abbiamo visto i soliti incappucciati, ieri sera, alla Nation, sul finire del corteo parigino dei liceali, lanciare ogni tipo di oggetto contro i poliziotti bardati nelle tenute antisommossa. Cassonetti incendiati, vetrine infrante come al tempo dei “Gilet gialli”, quando la violenza finì per diventare l’ultimo strumento per ottenere dal governo misure concrete. Stando ai dati ufficiali, erano 300 i casseurs mescolati al corteo parigino. Degli incidenti sono stati segnalati anche in altre città e più di 480 persone sono state fermate. Dall’inizio della protesta sono più di 6.500. Ma ieri abbiamo visto anche migliaia di ragazzi partire da place de la République, alle 14, con striscioni per rivendicare classi meno affollate, insegnanti presenti e istituti decenti. Ragazzi che, un paio d’ore dopo, si dovevano proteggere gli occhi dal fumo dei lacrimogeni, mentre adulti – sindacalisti, genitori, militanti associativi – formavano delle catene per proteggerli dal confronto con la polizia e dai proiettili di gomma che nei giorni scorsi hanno mutilato tre minorenni. Il bilancio della risposta delle forze dell’ordine domina il dibattito politico. I socialisti presenteranno una proposta di legge per vietare l’uso delle “armi mutilanti”, in particolare delle pistole Lbd, durante le manifestazioni in presenza di minorenni. È stato l’atto III della protesta dei liceali, un movimento giovanile nato dalla denuncia delle condizioni degradate della scuola è riuscito a portare in piazza migliaia di persone.


da Il Fatto Quotidiano del 08/10/2026              

ADDIO BARBARA- (1946 – 2026)

La progressista “esiliata” in lotta per i diritti nella Fortezza Europa

di Salvatore Cannavò 


Spinelli è morta ieri all’età di 80 anni dopo una malattia gestita riservatamente. È stata una giornalista dotata di un forte impegno civile, parlamentare europea dal 2014 al 2019 con la lista Tsipras, e dopo aver scritto per Repubblica – che ha contribuito a fondare – Corriere della Sera e La Stampa, è divenuta collaboratrice preziosa del Fatto Quotidiano. La sua lettura dei processi politici, sociali ed economici meriterebbe di essere studiata nelle scuole di giornalismo.

A questo rigore analitico, Barbara univa una mitezza e una gentilezza profonde che la portavano a schermirsi in appuntamenti pubblici. “Di lei colpiva – dice Daniela Padoan, presidente di Libertà e Giustizia e collaboratrice di Spinelli al Parlamento europeo – la commistione stranissima tra il rigore intellettuale, severo, e una dolcezza nel modo di aver a che fare con le persone. Ma anche la passione civile che le imponeva di rompere le retoriche”.

Barbara è stata la figlia di due giganti del Novecento, Altiero Spinelli e Ursula Hirshmann, conosciutisi al confino di Ventotene: il padre dello storico Manifesto, lui, una testimone dell’avanzata nazista in Germania, lei, attiva sostenitrice del progetto dei confinati di Ventotene.


da Il Fatto Quotidiano del 08/10/2026                 

L’euro-follia bellicista contro la Russia e la pistola di Cechov

di Barbara Spinelli 


Vorrei parlare del nuovo bellicismo europeo e dei suoi fondamenti: l’ignoranza, la menzogna, l’avidità del complesso militare-industriale. L’ignoranza per prima, abissale e volontaria, di quel che vuole ed è la Russia, di quel che sono gli Stati dell’est europeo usciti dall’Urss con un pensiero dominante: vendicarsi della Russia.

E se possibile smembrarla, come sostenuto da Kaja Kallas, Alto rappresentante della politica estera dell’Ue, ex premier nota per l’oppressione in Estonia delle minoranze russe.

E ancora: ignoranza della guerra degli ucraini, di come l’hanno persa nonostante fosse stata preparata fin dal 2014, e poi condotta, dai servizi e dai militari Usa. La verità è che Trump sta gestendo la prima grande sconfitta occidentale contro una potenza nucleare (anche la guerra dei dazi è gestione di una sconfitta). L’Occidente intero è alle prese con una disfatta, anche se l’Europa occidentale si benda gli occhi e fa finta di niente.

Certo, all’inizio fu legittima resistenza all’invasore, ma le cose sono cambiate. Si moltiplicano i reportage, anche ucraini, sulle diserzioni dei giovani, su una generazione perduta, sugli arruolamenti forzati: ti acchiappano per strada con un bus e ti sbattono al fronte o ti riempiono di botte (si chiama bussificazione). Nella Resistenza non succedeva. Infine la bugia sull’Ucraina compatta: è invece divisa, col Donbass che parla russo (lingua proibita dal 2019) e anche se non approva Putin resta etnicamente russo.


O DIO CHE CI ABBRACCI

 

Oggi guardo e godo

il sole che, lento e gioioso,

caldo e fedele,

ritorna a strappare tempo

alla notte.

Questo sole

che risveglia dal letargo

anche i fiori del mio balcone,

è per me un segno di Te,

Dio della vita.

Mi dai fiducia,

mi aiuti a guardare oltre

queste notti buie,

piene di razzismo, di violenze,

di volgarità e di indifferenza.

Tu rischiari per noi una strada

e poni un limite alle tenebre della violenza

che vorrebbero cancellare i giorni dell'amore.

Tale e tanto è l'amore

che Tu immetti nel mondo

che nulla potrà arrestarne il cammino.

Io, vecchio bambino impotente,

so che Tu mantieni le promesse

e continuo a guardare alla vita

con la meraviglia e la fiducia

del primo sguardo, del primo giorno

perché più forte della violenza

è l'abbraccio nel quale Tu stringi

tutto il creato.

 

da Franco Barbero, "PREGHIERE D'OGNI GIORNO",

anno 2021, Ed. ILMIOLIBRO

martedì 13 ottobre 2026

da un vecchio scritto di don Franco Barbero…

I poveri nostro belletto


Lungo la strada della costruzione di una fede liberante non possiamo evitare alcune verifiche indilazionabili. Ne cito una sola.

Si tratta di verificare se il nostro costante riferirci ai poveri e alle loro lotte di liberazione a livello verbale trova corrispondenza nei fatti, cioè nella pratica quotidiana o sé, invece, compensiamo la nostra sostanziale estraneità con una proiezione puramente parolaia. E’ dal di dentro di una lotta realmente combattuta (non solo contemplata o descritta o nostalgicamente ricordata secondo la diffusa pressi degli ex-combattenti!) che si rigenera una fede nuova e nasce una teologia nuova. Questa è regola inderogabile per ogni comunità, per ogni singolo credente, per ogni operatore pastorale, per il teologo. Altrimenti i poveri e le loro lotte sono la vernice con cui noi nascondiamo la nostra pratica reale e un pericoloso ed imbellettato cianciare dei poveri con l’illusione che basti parlarne per essere collocati sul fronte della lotta. Ma di fatto questo risulterà un battere l'aria perché siamo spiazzati, fuori cioè della loro realtà.

L’atto secondo, cioè la nostra riflessione teologica, diventa malsana e idealistica senza l'atto primo che è l'inserzione nella prassi storica di liberazione e la riscoperta della Parola in relazione ad essa. Quando invece sul piano dell'esistenza e della operatività si è pressoché estranei ai sentieri che gli oppressi praticano per costruire liberazione, come si potrà penetrare quell'evangelo e il Padre tiene nascosto ai sapienti e rende manifesto ai piccoli (Mt. 11:25)?

Si tratta davvero di una fede e di una riflessione teologica che nasce dai sotterranei della storia, dal rovescio della storia? <<Ciò che deve essere distrutto è l’intelligenza dell’intellettuale svincolato dalla vita e dalla lotta dei poveri>>, dice il teologo Gutierrez. In tale contesto il teologo sarà un <<intellettuale organico>>, organicamente collegato al progetto popolare di liberazione, inserito egli stesso in tale lavoro e collegato alle comunità che camminano in tale pratica.

Ricordo tutto questo perché, all'interno delle nostre esperienze ecclesiali, la tentazione dell'imbellettatura é seducente e diffusa ai vertici ed alla base. 

Proprio dalle comunità di base dell'America Latina ci giunge un segnale che ci aiuta a snidare le diverse pratiche <<imbellettanti>> che s’infiltrano tra noi.

<<Una riflessione teologica in contesto di liberazione parte dalla percezione che questo contesto ci obbliga a ripensare radicalmente il nostro essere cristiani e il nostro modo di essere chiesa… Ciò indica la sua divergenza da ogni tentativo di imbellettare con preoccupazione sociale o con terminologia di “liberazione” vecchi atteggiamenti pastorali e teologici. Atteggiamenti facili e una certa moda hanno portato di fatto alcuni a parlare delle cose di sempre aggiungendo ad esse l'aggettivo "liberatore" e a vendere in tal modo una mercanzia che cominciava a riempire i magazzini>>.

<<C’è in questo momento un grande sforzo inteso ad addomesticare la Teologia della Liberazione adottando, per esempio, i termini che essa usa, ma svuotandoli del loro significato… In questo modo le si toglie tutto il suo spessore umano e storico, rendendola accettabile al sistema politico ed ecclesiastico nella stessa misura in cui non mette più nulla in questione…>>.

Da noi il rischio è quello di una chiesa che si modernizza, che si lava la bocca parlando continuamente dei poveri e degli emarginati o che impianta una grossa industria assistenzialistica per gestire in proprio l'area del bisogno con grande efficienza. Ma convertirsi è un'altra cosa. Le stesse comunità cristiane di base su questo punto debbono ancora compiere molti passi per essere un realtà popolare. Quando si è realmente inseriti nei processi di liberazione (e non se ne ragiona soltanto ideologicamente) cambiano le stesse priorità teologiche, le questioni centrali diventano altre e la stessa vita comunitaria riceve un’impostazione profondamente diversa.

Invece certi gruppi di lettura biblica mi sembrano piuttosto cacio biblico su maccheroni borghesi, per dirla con il proverbio. Quando non si è realmente inseriti in un processo di liberazione la lettura della bibbia diventa ozioso passatempo religioso, malsano circolotto di amici, che si illudono di leggere la Parola di Dio mentre si divertono dopo cena con alcuni giochetti di interpretazione biblica.