Commento alla lettura biblica - domenica 19 ottobre 2008
| Allora i farisei si ritirarono e tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nelle sue parole. E gli mandarono i loro discepoli con gli erodiani a dirgli: «Maestro, noi sappiamo che sei sincero e insegni la via di Dio secondo verità, e non hai riguardi per nessuno, perché non badi all'apparenza delle persone. Dicci dunque: Che te ne pare? È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, disse: «Perché mi tentate, ipocriti? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli porsero un denaro. Ed egli domandò loro: «Di chi è questa effigie e questa iscrizione?» Gli risposero: «Di Cesare». E Gesù disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio». Ed essi, udito ciò, si stupirono e, lasciatolo, se ne andarono (Matteo 22, 15-22). |
| L'evangelista Matteo ha una simpatia per i conflitti, i contrasti, gli aut-aut. In realtà non siamo così sicuri che erodiani e farisei abbiano voluto organizzare e tendere insieme un trabocchetto a Gesù. Poteva essere anche una onesta domanda che qui viene "drammatizzata". In ogni caso la questione del pagamento delle tasse è decisamente importante e dibattuta dai discepoli del nazareno al tempo in cui vengono redatti i vangeli. Cittadini responsabili Non è un caso che, con lievissime varianti, i tre sinottici riportino questa pagina quasi con le medesime parole. Forse ancor più che ad uno scontro avvenuto tra Gesù, farisei ed erodiani, l'evangelista è interessato a documentarci una disputa interna al movimento di Gesù fin dalle prime origini. Era serpeggiante la tentazione di alcuni discepoli di Gesù di credersi totalmente cittadini del cielo da ritenersi dispensati dal dovere di contribuire alla "città terrena" mediante i comuni doveri civici. Gesù non ha mai incoraggiato lo spiritualismo di chi vola in cielo e salta la terra. Già nelle lettere di Paolo troviamo ben documentata questa deviazione alla quale l'apostolo si oppone vigorosamente. Noi oggi in realtà abbiamo sotto gli occhi lo squallido panorama in cui i più grandi evasori siedono al potere. Ma c'è anche il dovere di ciascuno di noi di contribuire al bene comune e di non sottrarsi ai doveri del cittadino. Cesare, sinonimo del potere politico, oggi è spesso sostituito da una banda di evasori e di affaristi privati che usano la politica per i propri interessi e incoraggiano l'illegalità con i loro comportamenti disonesti. Ma veniamo al passo evangelico e al contesto storico al quale siamo rimandati. Il tributo di cui qui si parla è la tassa pro capite imposta dai romani dopo l'occupazione della Palestina nel 6 dopo Cristo, cioè il census. Questo veniva riscosso da tutti gli abitanti della Giudea, della Samaria e dell' Idumea (uomini, donne e schiavi) dai quattordici anni fino ai sessantacinque. Cesare, in questo caso, era Tiberio Cesare, imperatore dal 14 al 37 d.C. e il tributo ammontava alla paga quotidiana di un lavoratore. La moneta con cui pagare il tributo portava l'immagine dell'imperatore con l'iscrizione latina e, secondo alcune interpretazioni strettissime di Esodo 20, 4, doveva considerarsi idolatria. In ogni caso tale moneta circolava normalmente anche tra gli abitanti della Palestina più fedeli all'insegnamento biblico. Tuttavia la domanda sulla liceità o illiceità di tale tributo era viva anche ai tempi di Gesù perché i più accaniti oppositori dei romani lo giudicavano un atto di sottomissione all'impero. La risposta di Gesù è straordinariamente originale e creativa. Afferma il dovere di pagare il tributo a Cesare e, nello stesso tempo, mette Cesare al suo posto contro la sua, antica e moderna tentazione, di credersi "imperiale", divino. Il messaggio non ha perso di attualità. Oggi più che mai Cesare è il simbolo del potere politico ed economico che vuole troppo, che detta leggi oltre e contro il giusto, che invade campi della vita personale e collettiva ben oltre le proprie competenze. Anzi, il potere oggi, nella sua dimensione politica, economica e anche religiosa, vuole tutto per sè, si divinizza, ci vuole mettere in adorazione come davanti a un dio. I poteri non sanno limitarsi e, nel loro delirio di onnipotenza, hanno perso il senso della loro funzione, hanno stravolto il loro compito. Il re è nudo Davanti ai nostri occhi, se proprio non siamo ciechi o "venduti", si apre un panorama in cui i poteri hanno perso ogni autorevolezza e fanno valere le loro decisioni prevalentemente con la violenza. La pratica invasiva dei poteri paralizza molte coscienze che, davanti a questo "onnipotente" spettacolo planetario, si lasciano impaurire, ridurre al silenzio o si uniscono al coro dei consenzienti. Taluni poteri - penso agli interessi delle multinazionali che spingono alla guerra per espandere i loro guadagni con il petrolio dell'Iraq - impersonano la "bestia" di cui parla il capitolo 13 dell'Apocalisse. Una bestia travestita che ora blandisce ora colpisce. Saper dire di no Diamo troppo spazio ai poteri nella nostra vita. E' tempo di ripensare radicalmente la nostra relazione con i vari poteri. Nella società e nella chiesa occorre imparare e praticare quanto Paolo scriveva alla comunità di Salonicco: "Valutate ogni cosa e ritenete ciò che è buono". Non, dunque, una obbedienza rassegnata, ma il discernimento, il confronto, una sana e profonda libertà dei figli e delle figlie di Dio per poter diventare cittadini/e e credenti adulti e responsabili. Il potere estende la sua influenza anche perchè noi gli diamo credito e spazio. Il dominio spesso trova la "compiacenza" o la complicità dei dominati. Tocca a noi porre un limite alla "sacralità" dei poteri. Anzi tocca a noi sdivinizzarli, desacralizzarli, spogliarli quando si mettono l'aureola. Vedere l'onestà Nella storia dell'umanità e anche delle nostre chiese ci sono state e ci sono persone che usano il potere con competenza, saggezza e onestà. Ci sono eccome! amministratori e politici che hanno a cuore il bene comune e non traggono privilegi e denaro dalla loro funzione pubblica. Serve soltanto ad ingrossare le fila del disimpegno e del qualunquismo non vedere questa realtà molto positiva e fare di ogni erba un fascio. Se è doveroso denunciare i poteri che sono "devianti", è sempre confortante e costruttivo poter mettere in luce la realtà di tante persone che spesso non fanno immagine, ma lavorano con tenacia ed intelligenza, con amore e con passione, per il bene comune. Così ho conosciuto vescovi e sacerdoti sullo stile di Tonino Bello che bilanciano lo squallore vaticano. Ma è soprattutto nella vita quotidiana, quella più anonima, che continuo a vedere donne e uomini di altissima qualità morale che esercitano i loro compiti e vivono le loro responsabilità come servizio alla collettività. Sento che è importante sostenere il loro operato, mettere in risalto la loro "virtù", solidarizzare con le loro speranze e le loro lotte. Per me, come cittadino e come cristiano, amare la "città terrena" e amare la chiesa comporta anche l'impegno gioioso e convinto di sostenere le persone che concepiscono l'autorità come servizio, perché non cedono alle "tentazioni" tipiche del potere e non si scoraggiano. Infatti spesso sono attorniati da sfiducia e avversati da quei disonesti che non sopportano l'onestà. Trovo estremamente espressivi, nel contesto culturale e linguistico del tempo, i seguenti versetti del libro di Qohelet: "Guai a te, o popolo, che hai per re un immaturo e i cui principi banchettano fin dal mattino. Felice te, o popolo, che hai per re un uomo libero e i cui principi mangiano al tempo dovuto per rinfrancarsi e non per gozzovigliare" (10, 16-17). Quando chi è costituito in autorità ha anche (e prima di tutto) l'autorevolezza che viene dalla competenza e dall'onestà, allora anche il deserto può diventare un giardino irriguo. L'antica preghiera che talune comunità rivolgevano a Dio per i "governanti" era spesso animata da questo pensiero: il Signore li sostenga nel loro compito e li renda fedeli al bene del popolo. Oggi purtroppo quando nelle solenni liturgie si ricordano i "capi", ciò avviene quasi sempre per compiacere il potere, perché governanti e chiesa si incensano a vicenda, si danno la mano e si scambiano favori e privilegi. Quasi sempre a danno del popolo che viene così invitato a dare consenso ai poteri che producono spettacoli sacri e profani per coprire le loro sordide alleanze. L'etichetta cristiana Ancora un pensiero che ritengo assai importante. Per dialogare laicamente con tutti non ho bisogno di mettere tra parantesi la mia identità cristiana. Ma noi corriamo un rischio serio quando nella società, per dare a Dio quello che è di Dio, aggiungiamo l'aggettivo cristiano a gruppi, partiti, sindacati. Abbiamo addirittura la "banca cattolica"! Anche Dio o la nostra identità cristiana non vanno usati come etichette nel nostro vivere laico di ogni giorno. Dare a Dio ciò che è di Dio significa qualcosa di più profondo: riconoscerci Sue creature, adorarlo come fonte della vita, cercare la Sua volontà e praticare le vie del Suo regno. |
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