Riporto da il Foglio n°380 queste preziose e lucide righe di Enrico Peyretti, già prete diocesano ai tempo del cardinale Pellegrino:
“La chiesa appare come una forza sociale tra le altre, coi suoi interessi – addirittura interessi economici non puliti, forse peggiori delle offese sessuali –, con le sue alleanze calcolate, non di rado impresentabili. Un vescovo mi ha detto, letteralmente: «Questa non è la chiesa di Gesù Cristo». Chiederei, senza volere una risposta: ci sono discussioni franche su queste cose nella Cei? Vista da fuori è una compattezza congelata: i vescovi sostituiti da un capo, come scolaretti. La discussione pubblica è scomparsa anche dai settimanali diocesani. Come può vivere una comunità che non dibatte? Tutto ciò è irreale.
Ma, se è davvero così, è un modo responsabile, questo, di essere pastori nella chiesa? Certo, non
tocca a me giudicare. Ma queste domande che i laici si fanno, arrivano ai vescovi? Anche la
sincerità è amore e rispetto. Se è così, è un modo responsabile di essere pastori della chiesa? Certo, non tocca a me giudicare. Ma le domande che i laici si fanno, arrivano ai vescovi? Anche la sincerità è amore e rispetto. L’arcivescovo Pellegrino diceva di essere più preoccupato del gregarismo passivo che della discussione e del dissenso serio, segni di vita.
Oggi, la fede di molti è muta, senza chiesa. Tanti credenti pregano, amano, sperano, senza trovare aiuto e fraternità spirituale in una chiesa semplice, povera, chiara, libera, franca, coraggiosa. Ma così la fede rischia anche di addormentarsi.
La chiesa è, per la gente comune, un oggetto “tele-visivo” (che si vede lontana, sullo schermo delle cose imponenti e false, o finte). I suoi rappresentanti appaiono in strane vesti, strane facce, strani linguaggi, strani buffi titoli, strane relazioni.
So bene che ci sono tante piccole realtà vive. Nelle parrocchie-servizio-pubblico si può pregare. Ma sono poche – le conosciamo quasi tutte - le realtà ecclesiali “impegnate”, dove ci si dà “in pegno” al prossimo, agli ultimi, contrastando i grandi mali organizzati. Certo, non occorre la visibilità. Ma la “tele-chiesa” vatican-vescovile oscura tutto ciò. Sembra che la gerarchia continui a vivere nel sogno di una società coincidente con la chiesa, un matrimonio trono-altare, con una arcaica autorità sacerdotale. E c’è fior di mascalzoni che ne approfittano.
Ho ringraziato l’arcivescovo per suoi atti di vicinanza ai poveri e agli esclusi, alternativi alla maledetta peste del razzismo, che ha contagiato specialmente le regioni più “cattoliche”!
Ma i segnali “politici” vanno in direzione opposta. Il Papa ha ringraziato il governo per il crocifisso nelle scuole. Questa ipocrisia di origine fascista compensa forse la crocifissione dei poveri del mondo, respinti dal
governo italiano in mano a dittatori e predoni feroci? Un altro episodio – la cena festosa tra cardinali e ministri! – ha indignato tanti veri credenti: nel migliore una ingenuità inammissibile.
Non si tratta di dissenso per il dissenso, come se noi fossimo i puri, no. Ma ci sono eventi, momenti, in cui non è lecito tacere, ed è doveroso esprimere la propria distanza da posizioni prese dalla gerarchia in nome della Chiesa tutta.
L’odierno catto-berlusconismo della gerarchia cattolica italiana è pari al catto-fascismo del ventennio violento, che fu il fallimento dei pastori e l’abbandono dei fedeli al potere malvagio e falso. Questo è peggio della persecuzione.”