sabato 2 aprile 2011

UNA LETTERA SINCERA E FRANCA

 “Prego lo Spirito santo, di essere un po’ cristiano, ma non so se sono ancora cattolico. Penso che la chiesa di Cristo è una “chiesa di chiese”, tutte con la stessa autenticità - «dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» -, e solo Dio vede quanto ciascuna è fedele al Vangelo. Posso partecipare al culto evangelico, alla Santa Cena, riconoscendovi lo stesso valore della messa cattolica. Partecipo alla chiesa nella preghiera, nella riflessione, nel dibattito, nella parresia.

Ho scritto al vescovo che lo riconosco come riferimento nella chiesa torinese. «Mi dispiace solamente – ho aggiunto - anche per rispetto della Sua persona, che Lei sia arrivato qui nel modo in cui, in certe strutture patriarcali, uno sposo sconosciuto viene assegnato ad una sposa ignara; (...) designato da fuori, come un funzionario spedito in una prefettura, senza alcuna partecipazione della chiesa torinese alla Sua designazione. Forse un vescovo, all’atto della sua designazione, potrebbe dire una parola giusta e doverosa contro questa penosa piaga della chiesa ».

Riguardo alla chiesa cattolica, la mia posizione attuale è quella di sorella Maria di Campello, grande spirito illuminato: «Io sono riconoscente e in venerazione per la Chiesa della mia nascita e della mia famiglia, ma la chiesa del mio cuore è l’invisibile chiesa che sale alle stelle. Che non è divisa da diversità di culti, ma è formata da tutti i cercatori della verità» (lettera a Gandhi, 11 luglio 1932). E parlava spesso di chiesa «senza confini». Oh, così finalmente si respira! I maggiori testimoni della fede che ho incontrato personalmente nella mia vita – Balducci,

Turoldo, Michele Do, Umberto Vivarelli, Benedetto Calati, Adriana Zarri - pensavano e parlavano

così.

Invece, oggi, archiviato lo spirito del Concilio, nonostante il solito omaggio retorico, la chiesa si rappresenta, agli occhi del mondo, nei vescovi e nel papa, che rubano – non solo per colpa dei media superficiali – l’intera immagine della chiesa. Con qualche bella eccezione, grazie a Dio, la gerarchia appare come una categoria separata, una  struttura immobile, lontana da un atteggiamento fraterno, coraggioso, incoraggiante, umano, misericordioso (il trattamento di Welby ha scandalizzato i cattolici più semplici e buoni).

Invece, la chiesa è molto più che i vescovi, anche come fede, teologia, scelte di vita, testimonianza, nonostante debolezze ed errori di tutti i cristiani. La gerarchia non prende atto del fatto che come chiesa ufficiale non significhiamo più nulla per le nuove generazioni. Tanti nostri figli, senza neppure astio, ignorano totalmente la chiesa, come io ignoro il calcio.”

 

Questi sono alcuni passaggi della lettera che Enrico Peyretti ha indirizzato al vescovo di Torino a pochi mesi dal suo ingresso in diocesi (da Il Foglio 380)