Riporto alcune righe di Alberto Crespi da L’Unità del 7 settembre
Vorrei suggerire ai cattolici di ricordarsi di essere cristiani». Beh, mica male. Un bel sasso nello stagno, soprattutto se a lanciarlo è un artista come Ermanno Olmi, spesso identificato con un cattolicesimo «istituzionale» (per film come Genesi, E venne un uomo, lo stesso Albero degli zoccoli) ma da qualche anno sempre più libero, più «cristiano» nel senso evangelico del termine. E capace anche di mentire, per fortuna: qualche anno fa aveva annunciato il proprio ritiro dal cinema narrativo («Dopo Centochiodi basta film di finzione, solo documentari») e per il bene di tutti noi ha cambiato idea. Il villaggio di cartone, presentato ieri a Venezia fuori concorso, è tutt'altro che un documentario: semmai è un apologo umanistico, nel quale Olmi declina a suo modo il «grande tema» della Mostra di quest'anno. È infatti l'ennesimo film sull'immigrazione, sulla necessità di accogliere e aiutare chi è meno fortunato di noi.
State a sentire: «La chiesa dovrebbe essere una casa che accoglie, senza domandare se una persona è credente o no. Dobbiamo liberarci dagli orpelli, aprire le nostre case, altrimenti come possiamo riuscire ad intenderci?». Il senso dell'immagine iniziale, il crocifisso che viene rimossa dalla chiesa: «È troppo facile e ambiguo affermare il valore di un simbolo, il simbolo deve rinviare alla realtà di carne per avere valore. Di fronte a un Cristo di cartone tutti si genuflettono; dovremmo invece inginocchiarci davanti a coloro che soffrono. Cristo ha pagato due millenni fa. È troppo comodo inginocchiarci davanti a un simulacro. Avere fede non significa uniformarsi ad una liturgia. Si ha davvero fede quando i nostri dubbi pesano più delle nostre convinzioni. Per essere uomini di fede bisogna avere davanti a sé un muro di dubbi».