Si discute da tempo, negli ambienti sanitari e politici, sull'iniquità della macellazione rituale degli animali secondo la tradizione ebraica ("shechitah") e secondo l'analogo rito islamico ("dhabilah").
Lo "shochet", l'addetto a tale funzione, con un lungo e affilato coltello, recide l'esofago, la trachea e la vena giugulare dell'animale. Ciò provoca dissanguamento e una lenta, dolorosissima morte, che potrebbe essere evitata, risparmiando inutili sofferenze, se la macellazione si effettuasse previo stordimento dell'animale e impiego di una pistola.
Nell'intervento chirurgico a un essere umano s'impiega l'anestesia. Non applicandola il paziente proverebbe atroci dolori. Altrettanto soffrirebbe quando muore lentamente per un'emorragia provocata da un corpo contundente.
Agli animali oggi sono riconosciuti dei diritti fra cui quello di non essere sottoposti a sofferenze non necessarie. Perciò l'Associazione di cultura ebraica, Hans Jonas, il Collegio rabbinico italiano e la "Rassegna mensile di Israele" hanno organizzato, per il 6 novembre, un dibattito a Roma sulla sofferenza degli animali attraverso la "shechitah", fermo mantenendo il principio della carne "casher" pretesa dagli abrei osservanti.
In Olanda sta per essere approvata una legge che proibisce la macellazione se non preceduta dallo stordimento dell'animale, vietato dalla tradizione ebraica e musulmana. I rabbini e gli imam si appellano erroneamente alla libertà religiosa, che in altri secoli conduceva al rogo o alla decapitazione degli avversari.
Si tratta di un'usanza barbara e crudele che deve essere abolita ovunque. Non è la sola: anche la circoncisione è una menomazione irreversibile, giustificata da arabi e ebrei come il simbolo di un patto fra l'individuo e la divinità. Quasi che l'ebraismo (valido per la morale e la filosofia) si riducesse ridicolmente alla sfera genitale di un maschio.