Riporto un secondo passo da QOL che ritengo veramente prezioso
E’ interessante, poi, che nella lingua giapponese il carattere che indica la crisi è una combinazione dei caratteri che indicano il pericolo e l’opportunità, o la promessa. Da questo punto di vista, la crisi non è allora l’esaurimento delle circostanze favorevoli, ma piuttosto soltanto l’inizio, il punto in cui si incontrano pericolo e opportunità, in cui il futuro è ancora in bilico e gli eventi possono orientarsi sia in un modo sia nell’altro. Il che è tanto più rilevante poiché spesso, negli ultimi anni, in ambito ecclesiale, è un dato assodato che non si stia vivendo un tempo di profezia; che mancano i maestri che c’erano ai giorni del Vaticano II e in effetti moltissimi di quei protagonisti non ci sono più. E allora, proprio in un contesto simile, affrontare appieno la crisi può rappresentare un kairòs, un momento propizio alla salvezza: “in mancanza di maestri, - scrive Christiane Singer esaltando il buon uso delle crisi – nella società in cui viviamo, sono le crisi i grandi maestri che hanno qualcosa da insegnarci, che possono aiutarci a entrare nell’altra dimensione, nella profondità che dà senso alla vita”. La crisi, ci pare, può essere colta come una sorta di rito di passaggio, e svolgere in tal modo un insostituibile ruolo pedagogico: ci fa uscire dal consueto, dal rassicurante e dal ripetitivo, ci obbliga a prendere coscienza della realtà e ad uscire dalle illusioni, ci obbliga a una lettura sincera e, se necessario, impietosa di noi stessi e degli aspetti sociali, ecclesiali, economici, etici che ci eravamo dati