venerdì 16 dicembre 2011

ANCORA SULLA CRISI NELLA CHIESA

Riporto un secondo passo da QOL che ritengo veramente prezioso

E’ interessante, poi, che nella lingua giapponese il carattere che indica la crisi è una combinazione dei caratteri che indicano il pericolo e l’opportunità, o la promessa. Da questo punto di vista, la crisi non è allora l’esaurimento delle circostanze favorevoli, ma piuttosto soltanto l’inizio, il punto in cui si incontrano pericolo e opportunità, in cui il futuro è ancora in bilico e gli eventi possono orientarsi sia in un modo sia nell’altro. Il che è tanto più rilevante poiché spesso, negli ultimi anni, in ambito ecclesiale, è un dato assodato che non si stia vivendo un tempo di profezia; che mancano i maestri che c’erano ai giorni del Vaticano II e in effetti moltissimi di quei protagonisti non ci sono più. E allora, proprio in un contesto simile, affrontare appieno la crisi può rappresentare un kairòs, un momento propizio alla salvezza: “in mancanza di maestri, - scrive Christiane Singer esaltando il buon uso delle crisi – nella società in cui viviamo, sono le crisi i grandi maestri che hanno qualcosa da insegnarci, che possono aiutarci a entrare nell’altra dimensione, nella profondità che dà senso alla vita”. La crisi, ci pare, può essere colta come una sorta di rito di passaggio, e svolgere in tal modo un insostituibile ruolo pedagogico: ci fa uscire dal consueto, dal rassicurante e dal ripetitivo, ci obbliga a prendere coscienza della realtà e ad uscire dalle illusioni, ci obbliga a una lettura sincera e, se necessario, impietosa di noi stessi e degli aspetti sociali, ecclesiali, economici, etici che ci eravamo dati