La fessura qui si chiama tenerezza. Siamo abituati, fin da bambini, a diffidare della tenerezza, perché questa fessura potrebbe allargarsi fino al dono totale e disinteressato di noi stessi. Ma questa diffidenza non ci permette di renderci conto che la tenerezza è già un dialogo, senza parole.
Muro è l'impatto doloroso con la spesso disumana istituzione sanitaria, dove non c'è incontro e scambio tra le persone perché in quel recinto il corpo sofferente diventa "organismo" e l'essere umano una malattia da aggredire.
La fessura, in questo caso, è la com-passione, perché è proprio in quei momenti di debolezza che abbiamo bisogno di qualcuno che ci prenda per mano, invece di trascurarci e umiliarci.
Muro è rispondere seccati "Sono forse io custode di mio fratello?" a un Dio che chiede anche a noi "Dov'è Mohammed, dov'è Ludmilla, dov'è Abele tuo fratello?".
Muro è respingerli in alto mare, verso i loro terribili destini, dopo aver pregato nelle nostre comode chiese cristiane con le parole del Salmo 50,13 "Non respingermi dalla tua presenza".
Fessura è aprire il cuore all'estraneo, allo straniero, al diverso. A Babele gli uomini volevano costruire una grande torre/civiltà ma Jahweh distrusse la torre e confuse le lingue perché non voleva una costruzione gigantesca a comando unificato ma piccole tende dove ognuno potesse esprimersi nella propria lingua e nella propria cultura. La torre di Babele è il muro per eccellenza, le capanne sono le fessure.
Se qualcosa ci rimane da fare è allora metterci pazientemente, ostinatamente alla ricerca delle piccole ma strategiche fessure, se vogliamo veder cadere i muri, anche quelli meglio progettati e costruiti dai vari poteri che ci condizionano.