giovedì 19 luglio 2012

IN DIFESA DEI FOLLI

La follia è un mistero. Lo è per noi che restiamo perplessi di fronte agli atteggiamenti e alle parole dei folli, lo è per la scienza che, nonostante gli studi fatti nelle più diverse direzioni, ancora non ne conosce l'origine, il decorso e l'esito, e perciò ricorre all'efficacia farmacologica per costruire le sue  diagnosi. Ma una cosa non scientifica e tuttavia abbastanza evidente nelle sue conseguenze è che  una volta rinchiuso nel manicomio, il folle viene privato della sua soggettività. E come è possibile ricostruirgliela sottraendogliela? Fu questa la scoperta di Franco Basaglia che nel '78 riuscì a far approvare la legge che sancì in Italia la chiusura dei manicomi, e che nel 2003 l'Organizzazione Mondiale della Sanità riconobbe come «uno dei pochi eventi innovativi nel campo della psichiatria su scala mondiale». «Avevamo capito scrive Basaglia - che un individuo malato ha come sua prima necessità non solo la cura della malattia, ma molto altro: ha bisogno di un rapporto umano con chi lo cura, ha bisogno di risposte reali per il suo essere, ha bisogno di denaro, di una famiglia e di tutto ciò di cui anche noi medici che lo curiamo abbiamo bisogno. Questa è stata la nostra scoperta.
Il malato non è soltanto un malato, ma un uomo con tutte le sue necessità. E se priviamo il fole del suo mondo e di tutto ciò di cui ha bisogno per essere al mondo, come si pensa di poterlo reinserire nel mondo?
E poi quanta follia è connessa alla miseria, dal momento che la follia dei ricchi trova altri luoghi in cui esprimersi e farsi curare? E allora non sorge il sospetto che per controllare e contenere questa miseria non torni comodo il manicomio che la rende muta come "miseria" per farla parlare solo come, "malattia"? Del resto, osserva Basaglia, «II manicomio ha qui la sua ragion d'essere, che è poi quella di far diventare razionale l'irrazionale. Quando qualcuno è folle ed entra in manicomio, smette di essere "folle" per trasformarsi in "malato"».
Basaglia proponeva la creazione di servizi di salute mentale diffusi sul territorio, residenze comunitarie assistite non solo da medici ma anche da maestri, educatori e accompagnatori motivati. In parte questi servizi sono stati realizzati, ma solo in minima parte funzionano davvero. E siccome l'Organizzazione Mondiale della Sanità ci informa che «un giovane su cinque soffre di disturbi mentali e nel 2020 i disturbi neuropsichiatrici cresceranno in una misura superiore al 50%, divenendo una delle cinque principali cause di malattia, di disabilità e di morte», che facciamo? Mettiamo tutti in manicomio? O li aiutiamo a recuperare quel mondo che il manicomio preclude? Un anno prima di morire Basaglia scriveva: «Magari i manicomi torneranno a essere chiusi e più chiusi di prima. Io non lo so, ma a ogni modo abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo, e la testimonianza è fondamentale. In questa minoranza che siamo, non possiamo vincere, perche è il potere che vince sempre. Noi possiamo al massimo convincere. Nel momento in cui convinciamo, vinciamo. Non vorrei che questa speranza di Basaglia venisse spenta dal degrado culturale e ideale che il nostro Paese ha subito dagli anni che ci separano dal suo auspicio.
Umberto Galimberti
Il sabato, 30 giugno 2012