A pochi chilometri dalla capitale d'Italia trentamila braccianti di origine indiana lavorano, per la maggior parte, in regime di semi schiavitù. Storie di cui pochi parlano, storie che mi hanno portato qui, stamattina, insieme ai colleghi Davide Mattiello e Pippo Civati, per vedere, capire, ascoltare.
Tra le fertili terre dell'agro pontino, tutta quella zona che gira intorno alla provincia di Latina e lambisce il litorale del Circeo, vive una numerosa comunità di indiani sikh che da anni le coltiva, rendendole famose in Italia per la mozzarella di bufala e la produzione agroalimentare.
Sono terre incredibilmente belle, enormi campi coltivati con granoturco, ortaggi, verdure o frutta; un lavoro duro e quotidiano che dipende dai braccianti agricoli, per lo più di origine indiana. Quella dell'agro pontino e la seconda comunità sikh d'Italia per dimensioni e rilievo.
Quasi un mese fa è uscito il dossier «Doparsi per lavorare come schiavi» a cura dell'Associazione In Migrazione, vi si raccontava la drammatica condizione che vivono molti uomini della comunità Sikh dell'agro pontino, che vedono scorrere tutta la propria vita nei campi, piegati per ore a raccogliere le verdure che poi arrivano nei nostri piatti. Sono un esercito silenzioso, che lavora senza pause. «Dobbiamo portarci l'acqua da casa - ci spiega Gurjeet Singh - perché il padrone che ci chiede 10 e più ore nei campi non ce la passa». Il dossier denuncia soprattutto una grave abitudine che stanno prendendo questi lavoratori che è quella di doparsi con sostanze stupefacenti e antidolorifici in grado di inibire la sensazione di fatica e stanchezza. Pratica che si rende necessaria quando si lavora per 10-12 ore piegati sui campi.
Colpisce inoltre il clima di omertà, la paura di parlare di questa gente, di denunciare lo sfruttamento inumano al quale sono sottoposti. Una comunità, quella Sikh, che per cultura, indole e religione è particolarmente docile, pacifica e dedita al lavoro. Questo li porta però spesso a subire in silenzio, a tollerare il ricorso continuo a pesanti farmaci con gravi ricadute sulla salute, sulla dignità personale, sulla identità e integrità dell'intera comunità.
Oltre a questo c'è il problema - gravissimo - della malavita organizzata legata al traffico di permessi di soggiorno, per cui queste persone sono spesso tenute «in ostaggio» dai loro padroni che, non di rado, arrivano a sottrarre loro il documento di identità.
Nel nostro viaggio tra sfruttati e sfruttatori siamo accompagnati da Marco Omizzolo, giovane attivista del luogo, tra gli autori del dossier, che da anni studia questo fenomeno e lo racconta attraverso la sua attività di giornalista e da alcuni sindacalisti della Flai Cgil che svolgono anche il ruolo di mediatori culturali, spiegano ai lavoratori indiani quali sono i loro diritti e chiedono loro di denunciare le violenze e lo sfruttamento.
E proprio Marco ci spiega che molti lavoratori non percepiscono la paga da mesi, e come sia in uso, da parte del datore di lavoro, di farsi chiamare «padrone» e pretendere che il lavoratore indiano faccia tre passi indietro e abbassi la testa quando si rivolge. a lui. «Il padrone è molto muscoloso e si innervosisce se qualcuno sbaglia», spiega Gagandeep Singh. «E' anche capitato che qualcuno venisse picchiato».
Non siamo nel sud est asiatico, non siamo in Sudamerica... a pochi chilometri da Roma c'è uno sfruttamento sommerso e purtroppo ben consolidato che chiede di essere raccontato. E' compito della politica, della buona politica, non solo verificare e incontrare queste persone, ma fare in modo che si spezzi questa catena di omertà e di criminalità che piega e umilia i lavoratori. Come diceva un canto popolare di altri tempi «nessuno più al mondo dev'essere sfruttato».
Khalid Chaouki, parlamentare PD
(L'Unità 14 giugno)
Tra le fertili terre dell'agro pontino, tutta quella zona che gira intorno alla provincia di Latina e lambisce il litorale del Circeo, vive una numerosa comunità di indiani sikh che da anni le coltiva, rendendole famose in Italia per la mozzarella di bufala e la produzione agroalimentare.
Sono terre incredibilmente belle, enormi campi coltivati con granoturco, ortaggi, verdure o frutta; un lavoro duro e quotidiano che dipende dai braccianti agricoli, per lo più di origine indiana. Quella dell'agro pontino e la seconda comunità sikh d'Italia per dimensioni e rilievo.
Quasi un mese fa è uscito il dossier «Doparsi per lavorare come schiavi» a cura dell'Associazione In Migrazione, vi si raccontava la drammatica condizione che vivono molti uomini della comunità Sikh dell'agro pontino, che vedono scorrere tutta la propria vita nei campi, piegati per ore a raccogliere le verdure che poi arrivano nei nostri piatti. Sono un esercito silenzioso, che lavora senza pause. «Dobbiamo portarci l'acqua da casa - ci spiega Gurjeet Singh - perché il padrone che ci chiede 10 e più ore nei campi non ce la passa». Il dossier denuncia soprattutto una grave abitudine che stanno prendendo questi lavoratori che è quella di doparsi con sostanze stupefacenti e antidolorifici in grado di inibire la sensazione di fatica e stanchezza. Pratica che si rende necessaria quando si lavora per 10-12 ore piegati sui campi.
Colpisce inoltre il clima di omertà, la paura di parlare di questa gente, di denunciare lo sfruttamento inumano al quale sono sottoposti. Una comunità, quella Sikh, che per cultura, indole e religione è particolarmente docile, pacifica e dedita al lavoro. Questo li porta però spesso a subire in silenzio, a tollerare il ricorso continuo a pesanti farmaci con gravi ricadute sulla salute, sulla dignità personale, sulla identità e integrità dell'intera comunità.
Oltre a questo c'è il problema - gravissimo - della malavita organizzata legata al traffico di permessi di soggiorno, per cui queste persone sono spesso tenute «in ostaggio» dai loro padroni che, non di rado, arrivano a sottrarre loro il documento di identità.
Nel nostro viaggio tra sfruttati e sfruttatori siamo accompagnati da Marco Omizzolo, giovane attivista del luogo, tra gli autori del dossier, che da anni studia questo fenomeno e lo racconta attraverso la sua attività di giornalista e da alcuni sindacalisti della Flai Cgil che svolgono anche il ruolo di mediatori culturali, spiegano ai lavoratori indiani quali sono i loro diritti e chiedono loro di denunciare le violenze e lo sfruttamento.
E proprio Marco ci spiega che molti lavoratori non percepiscono la paga da mesi, e come sia in uso, da parte del datore di lavoro, di farsi chiamare «padrone» e pretendere che il lavoratore indiano faccia tre passi indietro e abbassi la testa quando si rivolge. a lui. «Il padrone è molto muscoloso e si innervosisce se qualcuno sbaglia», spiega Gagandeep Singh. «E' anche capitato che qualcuno venisse picchiato».
Non siamo nel sud est asiatico, non siamo in Sudamerica... a pochi chilometri da Roma c'è uno sfruttamento sommerso e purtroppo ben consolidato che chiede di essere raccontato. E' compito della politica, della buona politica, non solo verificare e incontrare queste persone, ma fare in modo che si spezzi questa catena di omertà e di criminalità che piega e umilia i lavoratori. Come diceva un canto popolare di altri tempi «nessuno più al mondo dev'essere sfruttato».
Khalid Chaouki, parlamentare PD
(L'Unità 14 giugno)