Ebola è arrivata in cima alle prime pagine dei nostri siti di notizie. Perché il bilancio dei morti ha superato quota quattromila? No, non per quello. Perché il presidente Obama ha lanciato un appello al mondo intero per combattere insieme l'epidemia? Nemmeno. Perché i Paesi africani più colpiti - Liberia, Guinea, Sierra Leone - sono da mesi alla disperazione? Neanche.
Ebola è diventata la top news perché a Dallas, Texas, un'infermiera che aveva accudito un paziente giunto malato dall'Africa (e nel frattempo deceduto) risulta adesso a sua volta infettata. Questa notizia è salita più in alto di tutte le precedenti, come se i nostri media avessero d'improvviso scoperto che il contagio può avvenire anche qui da noi, e non soltanto in Africa. (Anche un'infermiera spagnola ha contratto la malattia curando un missionario ricoverato in patria con 1'Ebola, ma non era riuscita ad arrivare in cima alla home page).
Ci volle una rivoluzione, e centosessant'anni dopo una guerra mondiale, perché 1'umanità proclamasse che ogni uomo nasce - e muore, dovremmo dedurne - con uguali diritti. Nelle nostre aule di giustizia è scritto a grandi lettere che ognuno è uguale davanti alla legge. Ma gli uomini non sono tutti uguali davanti alle redazioni dei giornali. Cercare di cambiare questo stato di cose è stata una scommessa della mia vita professionale, che temo di aver perso. E' cattivo giornalismo considerare gli africani uomini come noi? Una infermiera texana come una mamma della Sierra Leone, o come quella donna liberiana che ho visto fotografata su Internazionale, abbandonata sul ciglio della strada, senza un letto d'ospedale?
Pietro Veronese
(Il Venerdì 24 ottobre)