Sembra una vicenda ai confini della realtà e invece non lo è affatto. O meglio, lo è se siamo disposti ad accettare una evidenza terribile, che è anche e soprattutto una sconfitta di tutti noi e di questo mondo. Dove l'educazione civile, il progresso, le infinite campagne per la parità dei diritti si scontrano con una "normalità" deviata in cui un ragazzino viene malmenato da un coetaneo per avere dichiarato la propria omosessualità. Su un autobus di notte, davanti ad altri indifferenti e "normali" coetanei. Se il jet set discute più o meno animatamente sulle adozioni per le coppie gay più in basso, dove siamo tutti, succedono queste cose.
Che razza di mondo è questo? L'abbiamo costruito con fatica, ci lavoriamo ogni giorno per insegnare il rispetto, per fare sì che sia almeno un poco migliore. E poi, episodi come questi demoliscono tutto come fosse un fragile castello di carta, uccidono la speranza che l'educazione civile possa servire a qualcosa. Al di là della sua gravità, fisica e morale, questo episodio a margine di una notte fra adolescenti "normali" ma anche terribilmente crudeli o terribilmente indifesi, è quasi un invito a gettare la spugna, a pensare che parlando e spiegando non si ottiene nulla, se non un pugno in faccia come quello assestato a un ragazzino perché è gay. Tanta strada è ancora da fare.
Elena Loewenthal
(La Stampa 16 marzo)
Che razza di mondo è questo? L'abbiamo costruito con fatica, ci lavoriamo ogni giorno per insegnare il rispetto, per fare sì che sia almeno un poco migliore. E poi, episodi come questi demoliscono tutto come fosse un fragile castello di carta, uccidono la speranza che l'educazione civile possa servire a qualcosa. Al di là della sua gravità, fisica e morale, questo episodio a margine di una notte fra adolescenti "normali" ma anche terribilmente crudeli o terribilmente indifesi, è quasi un invito a gettare la spugna, a pensare che parlando e spiegando non si ottiene nulla, se non un pugno in faccia come quello assestato a un ragazzino perché è gay. Tanta strada è ancora da fare.
Elena Loewenthal
(La Stampa 16 marzo)