DUBLINO. La prima proposta di matrimonio arriva in diretta domenica mattina alla radio nazionale: «Mi vuoi sposare?», chiede Linda Cullen a Feargha Ni Bhroin, e la risposta è uno "yes!" subito sommerso dagli applausi della redazione. La coppia di lesbiche irlandesi non ha perso tempo dopo la schiacciante vittoria dei "sì" alle nozze gay, approvate con il 62 per cento nel referendum di venerdì: «Stiamo insieme da vent'anni, abbiamo due figli e il matrimonio è importante per sentirsi davvero una famiglia uguale a tutte le altre». Perché la cerimonia sia effettivamente celebrata da un ufficiale di stato civile dovranno aspettare qualche mese: il parlamento deve modificare la costituzione, la formula darà l'opzione di diventare "sposi reciproci" anziché "marito e moglie", il primo rito è previsto entro Natale. Ma il giorno dopo il voto si avvertono già le conseguenze di un terremoto epocale, a partire dalla prima reazione della Chiesa cattolica.
E' l'arcivescovo di Dublino, monsignor Diarmuid Martin, uno dei più alti prelati d'Irlanda, a riconoscere che l'isola è cambiata e che anche la Chiesa di conseguenza deve cambiare. «Non possiamo rispondere a quanto è accaduto con una negazione della realtà», ha dichiarato l'arcivescovo alla televisione irlandese. «Al contrario, la Chiesa deve fare i conti con la realtà. Comprendo come si sentono oggi gay e lesbiche. Capisco che sentono che questa decisione rappresenta un arricchimento delle loro vite. Penso anch'io che si tratti di una rivoluzione sociale». Monsignor Martin ha precisato di avere votato "no" nel referendum, pur rispettando i diritti degli omosessuali, perché non voleva modificare la definizione del matrimonio. Ma poi ha aggiunto: «Mi chiedo, molti dei giovani che hanno votato "sì" sono usciti da 12 anni di sistema scolastico cattolico. Cosa significa questo? Significa che esiste una grande sfida per la Chiesa, se vuole far sentire il proprio messaggio alla gente». In sostanza, l'arcivescovo ammette che molti irlandesi, pur sentendosi cattolici, sono favorevoli al matrimonio tra gay, a dare piena eguaglianza ai gay; e che se la Chiesa vuole continuare ad avere un dialogo con questi cattolici non potrò condannarli per la loro scelta. Dovrà anzi, forse, comprenderli. Legittimarli.
Il referendum irlandese potrebbe dunque modernizzare la Chiesa d'Irlanda, e forse non solo quella d'Irlanda, commentano i media di Dublino. Dopo il grande party collettivo di sabato notte nelle strade della capitale, un altro genere di euforia si avverte sull'Isola di Smeraldo: la sensazione di orgoglio per la decisione presa, l'impressione che la piccola Irlanda possa dare una lezione al mondo. I giornali pubblicano i messaggi giunti da ogni parte, da leader politici, come David Cameron, congratulazioni al popolo d'Irlanda», a vip, attori, cantanti. I siti notano che in Germania i Verdi chiedono ora alla Merkel: «Se l'hanno fatto gli irlandesi, possono farlo anche i tedeschi». E cresce la pressione per estendere le nozze gay anche all'Irlanda del Nord, che fa parte della Gran Bretagna, dove il matrimonio a coppie dello stesso sesso è legale dal 2014, ma non lo ha ancora approvato proprio in omaggio a una morale cattolica spesso fatta coincidere con la lotta per l'indipendenza. E' proprio in Irlanda del Nord che una pasticceria cattolica rifiutò l'anno scorso di confezionare una torta nuziale per una coppia gay: decisione che si è dovuta rimangiare dopo una sentenza della Corte Suprema britannica L'eguaglianza avanza anche cosi: scrivendo "oggi sposi" su un pan di zucchero destinato a due gay. Quando un arcivescovo cattolico parla- in termini positivi - di «rivoluzione sociale», è innegabile che sia accaduto qualcosa di grosso, perfino di più di quanto i promotori del referendum immaginavano nei mesi passati. «Il mondo ci segua», dice il primo ministro irlandese Enda Kenny, e il mondo sembra effettivamente colpito dal prodigio di questa piccola isola, dove 22 anni fa l'omosessualità era ancora un reato, che ha votato massicciamente per il cambiamento. Non solo nella capitale: il "sì" è passato in 42 delle 43 circoscrizioni elettorali, praticamente dovunque.
Nessuno più si scandalizza, in Irlanda, se i una donna chiede la mano di un'altra donna in diretta alla radio: lo consente la legge.
Enrico Franceschini
(la Repubblica 25 maggio)
E' l'arcivescovo di Dublino, monsignor Diarmuid Martin, uno dei più alti prelati d'Irlanda, a riconoscere che l'isola è cambiata e che anche la Chiesa di conseguenza deve cambiare. «Non possiamo rispondere a quanto è accaduto con una negazione della realtà», ha dichiarato l'arcivescovo alla televisione irlandese. «Al contrario, la Chiesa deve fare i conti con la realtà. Comprendo come si sentono oggi gay e lesbiche. Capisco che sentono che questa decisione rappresenta un arricchimento delle loro vite. Penso anch'io che si tratti di una rivoluzione sociale». Monsignor Martin ha precisato di avere votato "no" nel referendum, pur rispettando i diritti degli omosessuali, perché non voleva modificare la definizione del matrimonio. Ma poi ha aggiunto: «Mi chiedo, molti dei giovani che hanno votato "sì" sono usciti da 12 anni di sistema scolastico cattolico. Cosa significa questo? Significa che esiste una grande sfida per la Chiesa, se vuole far sentire il proprio messaggio alla gente». In sostanza, l'arcivescovo ammette che molti irlandesi, pur sentendosi cattolici, sono favorevoli al matrimonio tra gay, a dare piena eguaglianza ai gay; e che se la Chiesa vuole continuare ad avere un dialogo con questi cattolici non potrò condannarli per la loro scelta. Dovrà anzi, forse, comprenderli. Legittimarli.
Il referendum irlandese potrebbe dunque modernizzare la Chiesa d'Irlanda, e forse non solo quella d'Irlanda, commentano i media di Dublino. Dopo il grande party collettivo di sabato notte nelle strade della capitale, un altro genere di euforia si avverte sull'Isola di Smeraldo: la sensazione di orgoglio per la decisione presa, l'impressione che la piccola Irlanda possa dare una lezione al mondo. I giornali pubblicano i messaggi giunti da ogni parte, da leader politici, come David Cameron, congratulazioni al popolo d'Irlanda», a vip, attori, cantanti. I siti notano che in Germania i Verdi chiedono ora alla Merkel: «Se l'hanno fatto gli irlandesi, possono farlo anche i tedeschi». E cresce la pressione per estendere le nozze gay anche all'Irlanda del Nord, che fa parte della Gran Bretagna, dove il matrimonio a coppie dello stesso sesso è legale dal 2014, ma non lo ha ancora approvato proprio in omaggio a una morale cattolica spesso fatta coincidere con la lotta per l'indipendenza. E' proprio in Irlanda del Nord che una pasticceria cattolica rifiutò l'anno scorso di confezionare una torta nuziale per una coppia gay: decisione che si è dovuta rimangiare dopo una sentenza della Corte Suprema britannica L'eguaglianza avanza anche cosi: scrivendo "oggi sposi" su un pan di zucchero destinato a due gay. Quando un arcivescovo cattolico parla- in termini positivi - di «rivoluzione sociale», è innegabile che sia accaduto qualcosa di grosso, perfino di più di quanto i promotori del referendum immaginavano nei mesi passati. «Il mondo ci segua», dice il primo ministro irlandese Enda Kenny, e il mondo sembra effettivamente colpito dal prodigio di questa piccola isola, dove 22 anni fa l'omosessualità era ancora un reato, che ha votato massicciamente per il cambiamento. Non solo nella capitale: il "sì" è passato in 42 delle 43 circoscrizioni elettorali, praticamente dovunque.
Nessuno più si scandalizza, in Irlanda, se i una donna chiede la mano di un'altra donna in diretta alla radio: lo consente la legge.
Enrico Franceschini
(la Repubblica 25 maggio)