I DANNI DELLA TEOLOGIA DELL'ESPIAZIONE
Penso che l'idea di dover espiare le proprie colpe abbia invaso e angosciato molti cuori. Per altri, paradossalmente, ha fornito la spiegazione delle proprie sofferenze, delle malattie. Ho sentito molti cristiani dire: "Ho questo male, mi sono capitati questi guai perché devo espiare davanti a Dio i peccati commessi...". Mi sembra terribile. Certo, talvolta i mali ci vengono anche perché noi ce li siamo procurati. Ma pensare che dobbiamo espiare deforma il nostro rapporto con Dio, con il Dio biblico che è gratuità, amore, tenerezza, perdono.
Sarebbe un Dio ragioniere, un Dio odioso e detestabile quello che esigesse la saldatura di un conto con noi. Nelle nostre sofferenze Dio ci accompagna con una presenza spesso nascosta (Isaia 45, 15), ma non è Colui che esige che "paghiamo" per i nostri o altrui errori e peccati. Gesù ha definitivamente sepolto l'immagine del Dio che chiede il sangue delle vittime e il gemito dell'espiazione. Davanti a Dio non abbiamo nulla da espiare; piuttosto Dio è la voce, è l'amore che ci chiama a conversione. Le teologie femministe, da almeno 30 anni, hanno messo in luce le funeste conseguenze di una teologia dell'espiazione di un certo cristianesimo: "Le qualità che il cristianesimo idealizza, specialmente per le donne, sono anche quelle di vittima: amore che si sacrifica, accettazione passiva della sofferenza, umiltà, mansuetudine. Poiché queste sono le qualità idealizzate in Gesù "che è morto per i nostri peccati", il fatto che egli funge da modello rafforza per le donne la sindrome del capro espiatorio" (Mary Daly). Le teologhe Carlson Brown e Rebecca Parker, sempre esaminando questa teologia dell'espiazione, concludono che certo cristianesimo è stato la forza primaria per indurre le donne ad accettare i maltrattamenti: "Quelle persone le cui vite sono state profondamente plasmate dalla tradizione cristiana sono convinte che il sacrificio di sé e la propria obbedienza non sono soltanto virtù, ma la definizione dell'identità di chi crede" (vedi E. Schussler Fiorenza, Gesù, figlio di Miriam, profeta della sofia" (Claudiana, pag. 139).
Anche su questo terreno le teologie femministe sono state le più rigorose e feconde.
A mio avviso, non c'è dubbio. "Questo Dio assetato di sangue, è il Dio del patriarcato", ribadiscono molte teologhe. Si tratta di una immagine di Dio che è ancora prevalente purtroppo nella tradizione ebraico-cristiana e che, come abbiamo visto, ha profonde radici nelle Scritture, anch'esse largamente debitrici delle culture maschiliste in cui sono nate e sono state redatte. Forse, proprio il fatto che nei secoli molte donne sono state spinte e costrette a identificarsi nel ruolo di espiatrici, ha permesso alle teologhe femministe di svelare con maggior lucidità e combattere con maggior coraggio questo impianto teologico che ha favorito la cultura dell'oppressione, della violenza, dei maltrattamenti e la mistica dell'immolazione sacrificale. Oggi, chiunque voglia occuparsi del rinnovamento teologico e pastorale in una comunità cristiana, dovrà mettere al primo posto, dopo la Bibbia, una seria ed abbondante documentazione sulle teologie femministe. Senza l'ascolto di queste esperienze e di queste voci … non si aprono molte finestre nuove né ci si incammina verso un mondo più giusto e una chiesa più evangelica. Pietro deve ascoltare Maria. Maria è stanca di ascoltare Pietro …: vuole ancora ascoltare, ma ha tante cose da dire e non accetta più di starsene zitta.
Franco Barbero, 2001
Penso che l'idea di dover espiare le proprie colpe abbia invaso e angosciato molti cuori. Per altri, paradossalmente, ha fornito la spiegazione delle proprie sofferenze, delle malattie. Ho sentito molti cristiani dire: "Ho questo male, mi sono capitati questi guai perché devo espiare davanti a Dio i peccati commessi...". Mi sembra terribile. Certo, talvolta i mali ci vengono anche perché noi ce li siamo procurati. Ma pensare che dobbiamo espiare deforma il nostro rapporto con Dio, con il Dio biblico che è gratuità, amore, tenerezza, perdono.
Sarebbe un Dio ragioniere, un Dio odioso e detestabile quello che esigesse la saldatura di un conto con noi. Nelle nostre sofferenze Dio ci accompagna con una presenza spesso nascosta (Isaia 45, 15), ma non è Colui che esige che "paghiamo" per i nostri o altrui errori e peccati. Gesù ha definitivamente sepolto l'immagine del Dio che chiede il sangue delle vittime e il gemito dell'espiazione. Davanti a Dio non abbiamo nulla da espiare; piuttosto Dio è la voce, è l'amore che ci chiama a conversione. Le teologie femministe, da almeno 30 anni, hanno messo in luce le funeste conseguenze di una teologia dell'espiazione di un certo cristianesimo: "Le qualità che il cristianesimo idealizza, specialmente per le donne, sono anche quelle di vittima: amore che si sacrifica, accettazione passiva della sofferenza, umiltà, mansuetudine. Poiché queste sono le qualità idealizzate in Gesù "che è morto per i nostri peccati", il fatto che egli funge da modello rafforza per le donne la sindrome del capro espiatorio" (Mary Daly). Le teologhe Carlson Brown e Rebecca Parker, sempre esaminando questa teologia dell'espiazione, concludono che certo cristianesimo è stato la forza primaria per indurre le donne ad accettare i maltrattamenti: "Quelle persone le cui vite sono state profondamente plasmate dalla tradizione cristiana sono convinte che il sacrificio di sé e la propria obbedienza non sono soltanto virtù, ma la definizione dell'identità di chi crede" (vedi E. Schussler Fiorenza, Gesù, figlio di Miriam, profeta della sofia" (Claudiana, pag. 139).
Anche su questo terreno le teologie femministe sono state le più rigorose e feconde.
A mio avviso, non c'è dubbio. "Questo Dio assetato di sangue, è il Dio del patriarcato", ribadiscono molte teologhe. Si tratta di una immagine di Dio che è ancora prevalente purtroppo nella tradizione ebraico-cristiana e che, come abbiamo visto, ha profonde radici nelle Scritture, anch'esse largamente debitrici delle culture maschiliste in cui sono nate e sono state redatte. Forse, proprio il fatto che nei secoli molte donne sono state spinte e costrette a identificarsi nel ruolo di espiatrici, ha permesso alle teologhe femministe di svelare con maggior lucidità e combattere con maggior coraggio questo impianto teologico che ha favorito la cultura dell'oppressione, della violenza, dei maltrattamenti e la mistica dell'immolazione sacrificale. Oggi, chiunque voglia occuparsi del rinnovamento teologico e pastorale in una comunità cristiana, dovrà mettere al primo posto, dopo la Bibbia, una seria ed abbondante documentazione sulle teologie femministe. Senza l'ascolto di queste esperienze e di queste voci … non si aprono molte finestre nuove né ci si incammina verso un mondo più giusto e una chiesa più evangelica. Pietro deve ascoltare Maria. Maria è stanca di ascoltare Pietro …: vuole ancora ascoltare, ma ha tante cose da dire e non accetta più di starsene zitta.
Franco Barbero, 2001