lunedì 28 marzo 2016

La resistenza della fede e la violenza dei jihadisti

Come ogni gruppo islamista radicale, l'Is ha una precisa tassonomia del Nemico. Le minoranze religiose, ma non solo, ne fanno parte a pieno titolo. Agli occhi dei radicali sono eretici gli sciiti, "colpevoli" di essere all'origine della grande discordia che ha provocato lo scisma dell'Islam e di "associare", termine che evoca immediatamente il politeismo, a Dio altre figure: come i Dodici imam che nella shi'a mediano tra sacro e profano. Gli sciiti sono invisi anche perché assegnano un significato esoterico e non letterale al Corano e considerano non ancora completata la rivelazione. Per i radicali sono apostati verso i quali è legittima la jihad. Anche se1'anatema, o takfir, è scagliato sia contro i musulmani sunniti "tiepidi" che con la loro passività sostengono i "regimi empi", sia contro chi, come i curdi, in larga parte sunniti, antepongono l'identità etnica a quella religiosa.
Quanto ai cristiani, fanno parte della "gente del Libro" e dovrebbero poter coltivare la propria fede. In realtà sono ritenuti quinta colonna delle "potenze crociate". Dunque, se non si convertono o accettano di pagare la jiyza, la tassa di capitazione, sono passibili di morte. Gli yazidi non godono nemmeno di questa, onerosa e umiliante via di fuga. Sono ritenuti pagani perché venerano "l'Angelo Pavone" e, come altre religioni, credono nella trasmigrazione delle anime da un corpo all'altro. Al di là delle differenziazioni teologiche, è il rifiuto delle minoranze a piegarsi alla totalizzante logica radicale che scatena l'impulso distruttivo nei loro confronti.
Renzo Guolo

(La Repubblica 18 marzo)