L'amore non verrà mai meno…
(1 Corinzi 13, 8)
E' questo versetto di Paolo che è inciso nella chiesa all'aperto di Agape e che cerca di ispirare gli incontri che accadono lì. Agape rappresenta per molte e molti la casa dove sentirsi accolti e amati. Il filosofo Roberto Esposito ci ricorda che ciò che è comune «non è proprio, né appropriabile da qualcuno; che è di tutti, o quantomeno di molti...». Ci fa inoltre notare che la parola latina communitas contiene la parola numus (legge, ufficio ma anche dono). Non si parla però di un dono generico, per il quale esiste la parola donum, ma di un dono che non si riceve e che viene esclusivamente dato. «Ciò significa che i membri della comunità, piuttosto che da un'appartenenza, sono vincolati da un dovere di dono reciproco, da un obbligo donativo, che li spinge a sporgersi fuori di sé, letteralmente esposti, per rivolgersi all'altro e quasi a espropriarsi in suo favore». Agape crea da sempre una comunità, nella quale scambiarsi reciprocamente doni, seppur in forma transitoria, una settimana, un mese, un anno. Esporci per saper condividere la propria storia, la propria spiritualità rende possibile capire e vedere la forza di Dio nelle nostre vite e nel mondo intero e ci permette di mettere al centro della propria vita la relazione come forma essenziale con la quale abitare una terra, la nostra, testimone di continue relazioni interrotte. Agape e un posto ai margini del mondo nel quale assaporare quel respiro di Dio incarnato negli incontri che vengono fatti e dal quale poter ripartire nel mondo con quella passione gioiosa necessaria per aver fiducia e orientamento nel nostro presente. Paolo, l'apostolo, chiedeva le stesse cose alle sue chiese perché lui sapeva, con certezza assoluta, che quel mondo nuovo fatto dell'amore di Cristo per noi, che non morirà mai, e del nostro per le altre e gli altri era ed è alla portata di tutte e tutti.
Daniela Di Carlo
(L'Eco delle Valli Valdesi)