Prove
di giustizia provvisoria in Vaticano. Nel marzo 2013 il neoeletto
arciprete di Santa Maria Maggiore, il cardinale portoghese Abril
Santos y Castillò, si rivolse alla gendarmeria vaticana per
obbligare il monsignore polacco Bronislaw Morawiec ad aprire la
cassaforte del suo ufficio di camerlengo. Il monsignore, tra
ammanchi, appropriazioni indebite e finti affari, aveva fatto sparire
dalle casse centinaia di migliaia di euro. Dopo una minuziosa
inchiesta condotta dalla magistratura vaticana, fu rinviato a
giudizio per i reati di uso di scrittura privata falsa,
appropriazione indebita e truffa. Tra luglio e novembre 2014, il
processo si svolse nel Tribunale dello Stato Vaticano e il collegio
giudicante produsse una sentenza utilizzabile, come esempio, nelle
facoltà giuridiche per quanto strutturata e motivata, in modo
esemplare, in diritto e in fatto. La condanna è severa: il
monsignore viene condannato a 4 anni per truffa aggravata
dall'ingente valore patrimoniale del danno. La pena, in base al
codice penale vaticano, viene ridotta a tre anni e due mesi perché
il condannato risulta incensurato.
In
realtà, in questa prima fase Bronislaw Morawiec fa fatica a prendere
sul serio le cose fatte, la sua tesi difensiva è semplice: "Prima
toccava a noi polacchi, poi è toccato ai tedeschi, adesso gli
argentini: dov'è il problema". Ma, dopo la prima sentenza,
comprende che immaginare il Vaticano come una mucca da mungere
secondo la nazionalità occupante della sede è un problema. E,
infatti, durante il processo di appello, tra il novembre 2014 e il
giugno 2015, nelle aule del tribunale gli avvocati animano una serie
di udienze particolarmente interessanti per dottrina e
argomentazioni. E anche la sentenza di appello risulta una bella
lezione di diritto; dopo aver confermato la condanna a 4 anni per
truffa riconosciuta nella prima sentenza, la corte si dilunga sulla
riducibilità dei fatti al peculato, negando che si tratti solo di
appropriazione indebita. Tutto cambia l'11 dicembre 2015, quando la
Cassazione della Città del Vaticano, dopo aver frettolosamente
dichiarato la causa "matura per la decisione", ribalta
tutto e condanna l'imputato soltanto per il reato di appropriazione
indebita aggravata. E dunque: Morawiec non deve restituire un euro
del maltolto e torna libero e riverito "monsignore" nella
natia Polonia. In fondo, chi l'ha detto che il debito non paga?
(Filippo
Di Giacomo, Il Venerdì
4 marzo)