lunedì 18 aprile 2016

UN AIUTO A RICORDARE

Corso Biblico. Torino, 08.04.2016.
Giobbe.
(Appunti presi durante la conferenza di Franco Barbero).
Il libro di Giobbe tocca il tema del male e del dolore nel mondo, tema connesso con Dio: di fronte al male sorge la domanda: perché Dio non interviene? Così come il tema della lode è connesso con Dio nei momenti felici.
Il nome Giobbe non ha origine ebraica e significa: dov'è il Padre?
L'argomento è stato trattato dalle civiltà antiche del medio oriente già molto prima che in Israele: vi sono parecchi precursori di Giobbe risalenti fin all'anno 2000 a.C., molto prima della nascita dell'ebraismo.
Seguendo il testo “Giobbe” di Alonso Schökel, Borla, 1985, si possono elencare alcuni precursori del Giobbe ebraico:
- Un papiro egiziano risalente al 2190 a.C. riporta un dialogo tra un disperato e la propria anima. Un uomo stanco di vivere esprime il suo pessimismo sul mondo che lo circonda (sembra che parli oggi!) e invoca la morte come liberazione dalle sue pene. Interessante è anche la forma del dialogo, che l'autore ha con sé stesso, perché non ha neppure un amico con cui sfogarsi.
- Un testo proveniente da Ugarit e risalente al 2000 a.C. contiene la lamentazione di un uomo al suo Dio: inizia con la frase: “Un uomo senza Dio non avrà alimento”. E' una lamentazione sull'imperfezione umana. L'uomo sopraffatto dal dolore ha come unica risorsa quella di supplicare Dio, che ascolta e cambia il dolore in gioia, da cui nasce la lode a Dio. E' un testo molto profondo da cui la cultura ebraica ha certamente tratto ispirazione.
- Un papiro sumero datato 2000 a.C. contiene un monologo sulla sofferenza.
- Il cd papiro del Louvre parla di una persona che si presenta a Dio per perorare la causa dell'amico e addirittura si offre di soffrire per lui come espiatore. Ma Dio non accoglie la sua richiesta.
- In un documento risalente ad un periodo compreso tra il 2000 ed il 1700 a.C. viene invocato il Dio Marduk, che è una divinità a due volti, iroso e vendicativo da un lato, misericordioso e dolce dall'altro. Nel suo aspetto iroso il Dio è lontano e misterioso e non risponde all'invocazione (anzi non rispondono, perché al Dio maschile si affianca anche una Dea femminile) e la situazione dell'uomo è quella dell'abbandono.
E' notevole che la divinità qui sia chiamata Spirito.
- Nella teodicea babilonese, risalente al periodo dal 1400 al 1000 a.C. si trova il dialogo con un amico sofferente perché rimasto orfano fin da piccolo. L'interlocutore gli risponde che tutti i padri muoiono e che l'unica soluzione per l'uomo è di rivolgere la sua preghiera agli Dei. Ma nonostante la preghiera la sofferenza rimane. Si trova nel testo anche l'accenno ad una richiesta di aiuto al re, (segno di una società già organizzata) e l'immagine del pastore che pascola il suo gregge, forse con riferimento alla figura del re.
- Un altro documento del 1700 a.C. riferisce di una persona inferma, data per morta e guarita dal Dio Marduk.
In conclusione di questa breve carrellata di testi precursori di Giobbe, si può concludere che il tema della sofferenza è sempre stato profondamente sentito dall'umanità che da tempi antichissimi si è posta le eterne domande sul perché del male e del dolore. Molto prima di Israele altre culture hanno fatto delle riflessioni di profonda religiosità, dalle quali certamente hanno tratto ispirazione gli autori biblici.
Venendo al libro di Giobbe, va subito detto che il libro si compone di due parti, una cornice in prosa, capitoli 1 e 2 e seconda parte del capitolo finale (42), e una parte centrale in poesia.
Le due parti sono talmente differenti tra di loro che la maggioranza degli esegeti ritiene siano da attribuire ad autori diversi. Nella parte centrale emerge in modo drammatico lo scandalo del male che colpisce Giobbe, mentre nella parte in prosa si cerca di appianare il contrasto e di dare una soluzione accettabile al problema.
Come ha scritto Renzo Petraglio, la poesia è fuoco e la prosa è acqua che spegne il fuoco. La parte centrale è costituita da una serie di dialoghi tra Giobbe ed i suoi amici, in cui è da notare che Giobbe è in ascolto di Dio e parla con Dio, mentre gli amici parlano su Dio.
Nell'ultima parte poetica il dialogo avviene tra Dio stesso e Giobbe.
Giobbe viene ricordato poche volte nella Bibbia. Nel cap. 14 di Ezechiele, scritto al tempo dell'esilio, viene nominato (con Noè e Daniele) come uno dei grandi portatori della fede di Israele. Giacomo nella sua lettera (5,11) esalta la sua pazienza, quasi a cancellare la sua animosità nella discussione. Non viene nominato nei Salmi, molti dei quali peraltro sono delle lamentazioni sulla sofferenza dell'uomo allo stesso modo di Giobbe. Così è anche per le Lamentazioni, dove peraltro la voce è collettiva.
Giobbe è un esempio di “lite” tra l'uomo e Dio, come quello di Abramo in difesa di Sodoma o come quello di Giacobbe in una notte famosa, una lite in cui l'uomo si rivolge a Dio con i toni sinceri e appassionati di un figlio affezionato. Un atteggiamento opposto a quello nichilista di chi non vuole andare a fondo delle questioni e si accontenta di risposte rassicuranti, ma superficiali.
Guido Allice
Caro Guido, Ti ringrazio perché riesci sempre a fare un riassunto denso e fedele dei nostri incontri. Penso che siano veramente utili alle persone assenti e ai lettori del mio blog.
Grazie ancora.
Franco