La vita. Suo
padre era un proprietario terriero.
Nel 1955 a Città del Messico
incontra il Che
Dai gesuiti al fucile, la parabola di un rivoluzionario di buona famiglia
a cura di Aldo Garzia sul Manifesto di domenica 27 novembre 2016.
Le ultime foto di Fidel Castro sono dello
scorso 15 novembre, quando è andato a fargli visita il presidente
del Vietnam. Le immagini lo ritraggono particolarmente vispo e
reattivo. Nell’ultimo decennio, Fidel ha vissuto lontano dal potere
che occupava dal 1959. Nell’agosto del 2006, dopo un viaggio in
Messico, venne operato d’urgenza e si temette per la sua vita.
«Diverticolite acuta», fu la sentenza dei medici. Il passaggio di
consegne al fratello Raúl divenne ufficiale nel 2008. Da allora in
poi il «comandante en jefe» ha vissuto ritirato nella sua residenza
con la moglie Dalia Soto del Valle apparendo di rado in pubblico.
Ogni tanto scriveva le sue riflessioni per i giornali cubani e
qualche nota storico/biografica.
CASTRO ha
visto sfilare undici presidenti statunitensi nel corso della sua
leadership: da Dwight D. Eisenhower in poi (va tenuto anche conto
delle doppie presidenze di Reagan, Clinton, Bush junior e Obama).
Barack Obama, nel suo recente viaggio a Cuba, ha dovuto riconoscere
che la politica a stelle e strisce contro l’isola «è stata
fallimentare». Ecco perché Castro appartiene ai nomi stampati sulle
enciclopedie. Su di lui si può pensare tutto il male o il bene
possibile, resta il fatto che ha attraversato incolume oltre 60 anni
di storia contemporanea.
Fidel è stato pure tra i principali leader del Movimento dei paesi non allineati e ha incontrato innumerevoli personaggi che appartengono alla storia del XX secolo: Nikita Krusciov, Leonid Breznev, il maresciallo jugoslavo Tito, Salvador Allende, Malcom X, Indira Gandhi, Nelson Mandela, Yasser Arafat, Hugo Chávez, i dirigenti del Fronte sandinista del Nicaragua, gli esponenti dei movimenti progressisti dell’Africa e dell’America Latina, tanti intellettuali a iniziare da Ernest Hemingway che visse a Cuba fino ai primi mesi del 1960, fino a Gabriel García Márquez ed Eduardo Galeano.
Fidel è stato pure tra i principali leader del Movimento dei paesi non allineati e ha incontrato innumerevoli personaggi che appartengono alla storia del XX secolo: Nikita Krusciov, Leonid Breznev, il maresciallo jugoslavo Tito, Salvador Allende, Malcom X, Indira Gandhi, Nelson Mandela, Yasser Arafat, Hugo Chávez, i dirigenti del Fronte sandinista del Nicaragua, gli esponenti dei movimenti progressisti dell’Africa e dell’America Latina, tanti intellettuali a iniziare da Ernest Hemingway che visse a Cuba fino ai primi mesi del 1960, fino a Gabriel García Márquez ed Eduardo Galeano.
OLTRE all’indubbio
record della longevità politica, Fidel deteneva il guinness dei
primati per il discorso più lungo della storia: il 24 febbraio 1998,
un intervento di sette ore e quindici minuti di fronte al Parlamento
cubano. Il terzo record è quello degli attentati contro di lui. Dopo
il 1989, sono stati resi pubblici alcuni documenti della Cia: dalla
loro lettura si apprende che i piani per eliminare fisicamente il
leader cubano sono stati ben 637 dal 1959 in poi.
Era nato 13 agosto 1926 da Lina Ruz González e Ángel Castro y Argiz, proprietario terriero del podere Manacas a Birán nella zona orientale di Cuba. In ossequio alle origini sociali di buona famiglia, Fidel è educato nei collegi La Salle e Dolores di Santiago e poi nella rinomata scuola privata gestita dai gesuiti di Belén a L’Avana, dove si diploma nel 1945. In quell’anno si immatricola presso la Facoltà di Giurisprudenza. Nel 1947 aderisce al Partito ortodosso, formazione politica d’ispirazione democratica e nazionalista diretta da Eduardo Chibás. Castro appare negli anni universitari più attratto da posizioni nazionaliste e dal pensiero indipendentista di José Martí che da riferimenti marxisti. Nel 1950, dopo la laurea a pieni voti, inizia l’attività di avvocato.
Era nato 13 agosto 1926 da Lina Ruz González e Ángel Castro y Argiz, proprietario terriero del podere Manacas a Birán nella zona orientale di Cuba. In ossequio alle origini sociali di buona famiglia, Fidel è educato nei collegi La Salle e Dolores di Santiago e poi nella rinomata scuola privata gestita dai gesuiti di Belén a L’Avana, dove si diploma nel 1945. In quell’anno si immatricola presso la Facoltà di Giurisprudenza. Nel 1947 aderisce al Partito ortodosso, formazione politica d’ispirazione democratica e nazionalista diretta da Eduardo Chibás. Castro appare negli anni universitari più attratto da posizioni nazionaliste e dal pensiero indipendentista di José Martí che da riferimenti marxisti. Nel 1950, dopo la laurea a pieni voti, inizia l’attività di avvocato.
Alle elezioni parlamentari del 1952 si candida
tra le fila del Partito ortodosso. Il 10 marzo il golpe di Fulgencio
Batista annulla la competizione elettorale e Castro si convince della
necessità di intraprendere la lotta armata. Il 26 luglio 1953 è la
data che avvia la rivoluzione cubana. Fidel e 165 militanti del
Movimento 26 luglio – fondato da lui stesso – decidono di dare
l’assalto alla caserma Moncada. L’iniziativa fallisce, in 29 sono
assassinati. Castro è arrestato assieme al fratello Raúl e ad altri
militanti. Nel processo, il leader del Movimento 26 luglio pronuncia
da solo l’arringa difensiva diventata famosa con il titolo «La
storia mi assolverà».
FIDEL e
i militanti del suo movimento sono scarcerati il 15 maggio 1955.
Castro si trasferisce a Città del Messico dopo un viaggio negli
Stati uniti che serve a raccogliere fondi per il Movimento 26 luglio
presso la comunità cubana. E’ in Messico che incontra per la prima
volta Ernesto Che Guevara. Il 25 novembre 1956, a bordo della piccola
imbarcazione Granma, 82 uomini (tra cui l’italiano Gino Donè)
partono alla volta di Cuba. Solo in 15 sopravvivono ai primi scontri
con l’esercito batistiano, ma saranno appena 12 coloro che si
uniranno a Castro. Il braccio di ferro con l’esercito dura fino al
2 gennaio 1959, quando Guevara e Camilo Cienfuegos fanno il loro
ingresso trionfale a L’Avana.
La rivoluzione radicalizza il suo programma già
nei primi mesi del 1959. La scelta di una via «socialista» per la
rivoluzione cubana è però annunciata da Fidel solo nell’aprile
del 1961, alla vigilia del fallito tentativo di invasione mercenaria
di Cuba finanziata dagli Stati uniti (quella che va sotto il nome di
«Baia dei porci»). Nell’ottobre 1962 scoppia la «crisi dei
missili». Il 14 ottobre un aereo spia di Washington fotografa una
serie di basi missilistiche dotate di ordigni nucleari che i
sovietici stanno costruendo a Cuba. Il presidente Kennedy intima
l’ultimatum a cubani e sovietici: quelle basi vanno smantellate.
Krusciov, da Mosca, ordina l’alt alle operazioni.
In queste prime fasi della rivoluzione è
Ernesto Guevara ad assumere il ruolo di colui che acuisce il
dibattito e chiede una scelta netta tra opzioni politiche differenti.
Castro si limita a seguirne la scia, a rafforzare il suo ruolo di
leader alternando prudenza e radicalità. Guevara lascia
ufficialmente Cuba nel 1965. E’ probabile che fino alla decisione
di organizzare la guerriglia in Bolivia guidata da Guevara ci sia una
divisione di compiti tra Castro e il Che: il primo farà lo statista
in patria con l’obiettivo di istituzionalizzare la rivoluzione, il
secondo si assume la responsabilità di far uscire Cuba
dall’isolamento in America latina, condizione per liberarsi
dall’abbraccio soffocante con l’Unione sovietica di cui proprio
il Che ha intuito il destino. La morte di Guevara nel 1967 in Bolivia
fa ripiegare Cuba che si allinea all’Urss.
In piena stagione della perestroijka Mikhail
Gorbaciov arriva con la moglie Raissa in visita ufficiale a L’Avana
il 2 aprile 1989: il dissenso con Fidel è palese. Abbondano le
previsioni su un «Fidel solitario e sconfitto». Ma lo sconfitto
sarà Gorbaciov, non lui. L’Avana tenta in quella fase un ritorno
alle origini della rivoluzione ma deve aprire al turismo e alle
riforme economiche.
Tad Szlulc, K. S. Karol e Saverio Tutino, tra gli studiosi più documentati su Cuba, hanno individuato giustamente fin dagli anni Settanta nel centralismo onnivoro di Fidel il limite maggiore dell’avventura politica dell’Avana. Per alcuni decenni il suo dominio sulla politica cubana è stato assoluto: presidente del Consiglio di Stato e del Consiglio dei ministri, primo segretario del Partito comunista, comandante in capo delle Forze armate di terra, della Marina e dell’Aviazione.
Tad Szlulc, K. S. Karol e Saverio Tutino, tra gli studiosi più documentati su Cuba, hanno individuato giustamente fin dagli anni Settanta nel centralismo onnivoro di Fidel il limite maggiore dell’avventura politica dell’Avana. Per alcuni decenni il suo dominio sulla politica cubana è stato assoluto: presidente del Consiglio di Stato e del Consiglio dei ministri, primo segretario del Partito comunista, comandante in capo delle Forze armate di terra, della Marina e dell’Aviazione.
Nei discorsi degli ultimi anni, Fidel ha
insistito pedagogicamente sulla certezza che Cuba non piegherà la
testa perché il suo popolo ha acquisito una «profonda coscienza di
sé e l’orgoglio dell’indipendenza». Da qui la diffidenza
dell’ultimo Fidel verso le diseguaglianze sociali indotte
dall’economia mista introdotta nell’isola e dallo sviluppo del
turismo. Ma la lealtà verso le riforme avviate dal fratello Raúl è
stata totale.