lunedì 2 ottobre 2017

Lo schiaffo di Suu Kyi ai Rohingya

Chennai (Tamil Nadu). Troppo poco e troppo tardi. Finalmente il Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, ministro degli Esteri e leader dimezzata della Birmania, ha deciso di parlare. Non l'ha fatto di fronte all'Onu, come chiedeva il Segretario Generale, ma nel suo Parlamento. In un inglese preciso, calma, ma un po' scocciata, ha danzato in punta di piedi attorno a una verità confermata da immagini satellitari, testimonianze e proteste internazionali: pulizia etnica contro la minoranza musulmana Rohingya.
Più di 421 mila profughi fuggiti in Bangladesh nell'ultimo mese; almeno 400 morti; 210 i villaggi carbonizzati. Ma lei, niente: «Credo sia poco noto il fatto che la gran maggioranza dei musulmani nello Stato di Rakhine non si è unita all'esodo. Più del 50 per cento dei villaggi è intatto», ha annunciato. Traduzione: abbiamo dato fuoco «solo» alla metà dei villaggi.  
«Ma dobbiamo chiederci il perché - ha continuato - non solo guardando ai problemi, ma anche guardando dove non ci sono stati problemi». Positive thinking, insomma. In realtà, il ragionamento è più subdolo. «Come mai siamo riusciti a evitare certi problemi in certe zone, questo dobbiamo capire. E voglio invitare i membri della comunità diplomatica a unirsi a noi in questo sforzo. Dobbiamo capire cosa possiamo imparare dai musulmani che sono riusciti a integrarsi nello Stato di Rakhine». Insomma 421 mila musulmani «cattivi» sono stati cacciati, ma a quelli «buoni» è stato concesso di restare. E insiste: «Non abbiamo paura dello scrutinio internazionale».
Ma questa è un'apertura, e difatti la Commissione per i Diritti Umani dell'Onu ha subito chiesto pieno accesso al Paese per verificare le accuse sugli abusi commessi. «Dobbiamo vedere coi nostri occhi, parlare con le persone colpite e con le autorità», ha dichiarato Marzuki Darusman, presidente della Missione d'inchiesta Onu in Birmania. Perché, purtroppo, finora il governo birmano aveva negato l'accesso nelle zone colpite alle missioni Onu e alle organizzazioni di aiuti internazionali.
Ma c'è stata un'altra contraddizione nel discorso dell'ex icona dei diritti umani. «Posso assicurare che non ci sono stati più conflitti dal 5 settembre né operazioni di sgombro». Subito, il corrispondente della Bbc Jonathan Head, dal confine con il Bangladesh l'ha smentita testimoniando di aver visto molti villaggi bruciare dopo il 5 settembre.
«Non siamo mai stati deboli nel rispettare i diritti umani», ha affermato Aung San Suu Kyi, lasciando molti perplessi perché la frase pareva scimmiottare le dichiarazioni che i generali facevano su di lei mentre scontava 15 anni agli arresti domiciliari per reati di opinione.
Poi una trappola degna del bipensiero orwelliano. «Siamo pronti a cominciare il procedimento di verifica per fare rientrare chi è in possesso della documentazione lecita. Quelli che possono verificare di essere profughi saranno riaccolti senza problemi». Ma la Birmania ha negato a molti Rohingya i documenti d'identità, senza i quali non potranno certo rientrare.  
«Su questi orrori, lei e il suo governo continuano a nascondere la testa nella sabbia», ha detto James Gomez, direttore di Amnesty International per l'Asia meridionale. Perché un'eroina è diventata un'anti-eroina? Come mai prima rappresentava il potere dei senza potere e ora incarna la mancanza di potere di chi sta al potere? Perché è ostaggio di una Costituzione voluta nel 2008 dai generali, che si sono tenuti i ministeri di Interni, Frontiere e Difesa, senza possibilità di verifica del governo civile. Così, ora, il Nobel per la Pace fa da scudo umano alle critiche mosse contro le azioni dei suoi ex nemici, i generali dell'esercito, il Tatmadaw.  
Criticata da altri Nobel, tra cui il vescovo Desmond Tutu e la pachistana Malala Yousafzai, ma persino dal Dalai Lama, Aung San Suu Kyi sta rivelando un attaccamento alla realpolitik mai emerso in maniera così nitida. Ma dopotutto, in una rara intervista lo scorso aprile, aveva già chiarito le cose: «Sono una leader politica. Non sono una Margaret Thatcher, ma nemmeno una Madre Teresa». E se non fosse sufficiente, basta ricordare cosa disse 7 anni fa, appena liberata dai domiciliari: «Che sia chiaro, voglio essere vista come un leader politico, non come un'icona dei diritti umani». Questa frase, ieri, l'hanno capita meglio tutti.
Carlo Pizzati

(La Stampa  20 settembre)