lunedì 2 ottobre 2017

Quei 400 mila senza identità in fuga verso il Bangladesh

BANGKOK. Maungdaw è la ground zero dei Rohingya. In tre settimane se ne sono andati tutti: con oltre 200 villaggi bruciati nella controffensiva dell'esercito birmano, gran parte dei 421 mila profughi ora in Bangladesh sono fuggiti da questo distretto vicino al confine. Ma l'esodo di oggi, e la pulizia etnica di cui parla anche l'Onu, sono il culmine di un lungo cammino d'odio. Questa è la faglia tra Sud-Est asiatico e Asia meridionale, tra buddismo e islam. E ora è il momento del terremoto.
Da almeno due secoli i buddisti dello Stato Rakhine considerano i musulmani locali come intrusi. Al nucleo originario si sommarono le ondate portate dall'India dai colonizzatori britannici. Ieri erano preferiti ai buddisti per i posti di manodopera o nelle amministrazioni locali; oggi sono più intraprendenti nel piccolo commercio, e contendono terreni agricoli ai buddisti in una guerra tra poveri per la sussistenza.
A Maungdaw e dintorni, prima della grande fuga, i buddisti erano già un'esigua minoranza. Anche nel resto dello Stato, i Rakhine vivono da anni con l'ansia esistenziale del sorpasso demografico. Per loro i «bengalesi», visti anche come gli ambasciatori dell'avanzata dell'islam, devono andarsene. L'esempio dell'Indonesia, una volta buddista e ora il Paese musulmano più popoloso, è visto come un monito da sempre più birmani: bisogna svegliarsi ora, prima di fare la stessa fine.
Sotto la dittatura militare le tensioni erano tenute a freno, anche se il Novecento è puntellato di periodiche ondate di violenza e vendette reciproche, con due offensive dell'esercito simili a ora: nel 1977 e nel 1991 oltre 200 mila Rohingya fuggirono in Bangladesh. Ma dalle aperture democratiche di sei anni fa il tappo dei militari è saltato, e le recriminazioni sono tornate alla luce.
In uno Stato tra i più arretrati della già povera Birmania, i buddisti accusano l'Onu e le Ong di aiutare solo i Rohingya, e i media internazionali di preoccuparsi solo per loro. Vedono i «bengalesi» come mezzi selvaggi che puntano alle loro donne, e al primo pretesto liberano la loro frustrazione: lo stupro di una ragazza nel 2012 scatenò una caccia al musulmano che causò 250 morti. Ancora oggi, 120 mila Rohingya sono in sostanza prigionieri di squallidi campi profughi. In molti si sono affidati a carrette del mare per emigrare, spesso trovando la morte.
Senza cittadinanza, senza speranza, senza libertà di movimento, non voluti dalla Birmania e neanche da un Bangladesh che si considera già troppo sovraffollato per accoglierli: gli esperti denunciavano da anni il rischio di una radicalizzazione dei Rohingya. Nell'ultimo anno è arrivata, con due attacchi coordinati contro posti di blocco della polizia nel Rakhine, costati 21 morti. Il militanti si definiscono parte dell'«Esercito Arakan di salvezza dei Rohingya» (Arsa): reclamano legami con militanti stranieri, ma sono poco più di un esercito di straccioni armati di coltelli, che punisce i collaborazionisti e tenta i giovani locali con ricompense in denaro.
Ma per i birmani, compatti nel chiedere lo «stop al terrorismo», è abbastanza per essere tentati dal farla finita una volta per tutte. Tv, giornali e social media sono pervasi da un nazionalismo dilagante, persino tra gli ex attivisti per la democrazia, anche oggi condito dal risentimento verso l'Occidente e l'Onu. L'unica fonte considerata attendibile sono i dispacci del governo; il resto, «fake news». Donne e bambini? Tutti potenziali terroristi. I villaggi bruciati? I roghi li hanno appiccati i Rohingya per impietosire il mondo. Sotto la cenere, probabilmente, rimarrà anche qualsiasi speranza di convivenza pacifica.
Alessandro Ursic

(La Stampa 20 settembre)