Matteo Miceli
NOTIZIE DAL FRONTE
Sono
in via Lagrange, pieno centro di Torino a due passi da Porta Nuova, che
rientro da un pomeriggio in giro per il centro con mia madre; il clima è
quello delle spese prenatalizie, un sacco di gente per strada, luci
(d'artista, ovvio) nelle vetrine e sulle strade, artisti nelle piazze.
A
un certo punto sento una serie di urla alla mia sinistra: un tizio sta
sbraitando in mezzo alla strada (già uno che sbraita per strada a Torino
ci sta malissimo, ma lasciamo correre), alcuni si fermano e iniziano a
seguire la scena. In breve, sta urlando contro una "negra", perché rea
di avergli disturbato la comunicazione al cellulare con la moglie con la
sua musica di strada.
Lui
è il tipico tizio con cappottino squadrato chiaro, scarpa lucida
elegante e cafona allo stesso tempo, e gli immancabili riccetti sulla
sommità della testa con rasatura laterale, a sottolineare la testa di
cazzo; lei... boh, non sono strati di stracci neri quelli che ha
addosso, ma poco ci manca.
Il tizio continua a sbraitare, forte.
"Questa
è l'Italia! Sono italiano e non posso parlare con mia moglie al
telefono perché una negra fa casino a un metro! Ti rendi conto?!?!"
Tenta di arringare la folla, convincerli che se non sentiva
l'interlocutrice la colpa non è sua che non è in grado di spostarsi di
tre metri, ma della "negra" che suonava per strada. Non ho neanche la
tentazione di passare ed andarmene; mi fermo, mi avvicino alla signora
mettendomi fra lei e l'agitatore e dò le spalle a lui, ignorandolo.
Non
ho un piano preciso né ho alcuna intenzione di interagire col tipo, ma
mi sa che in questi casi la presenza di un alieno rasato di un metro e
novanta può aiutare a prevenire il peggio. Più di tutto, però, temo che
lei si ritrovi da sola, nell'indifferenza generale, e non ho alcuna
intenzione di far sì che questo capiti.
Non
so neanche bene cosa dirle, così le dico semplicemente che mi dispiace,
ed è vero. Le poso una mano sulla spalla, voglio che non abbia
l'impressione che la trovi repellente.
Ma
rapidamente, accade qualcosa che mi rasserena. Quasi contemporaneamente
a me accanto alla donna si ferma una coppia piuttosto anziana, sulla
settantina; subito dopo due ragazze, giovanissime, si fermano a loro
volta. Un altro uomo abbastanza giovane, le si avvicina, la conforta, la
stringe, è davvero bravo. Poi appare un altro, quindi una donna. La
donna aggredita adesso si ritrova vicino al muro, protetta da un
semicerchio di umanità eterogenea che forma la linea di difesa più
improbabile della storia, e però hai l'impressione che adesso sia
incredibilmente solida.
E
mi accorgo di un'altra cosa: nessuno presta orecchio ai proclami
dell'agitato, in cui l'aggettivo "italiano" ricorre spessissimo, nessuno
gli dà ragione: anzi, alcuni gli parlano, ma quasi a fargli notare
l'imbarazzo che causa, una ragazza lo avvicina, la mette sul ridere, è
incredibilmente abile a sdrammatizzare e alla fine com'è, come non è, il
tipo smette di urlare e pian piano se ne va.
Ci
giriamo verso la signora dalla pelle scura: ora che lo spavento è
passato i nervi le cedono, urla, scaglia a terri i cd che vendeva,
rompendone le custodie. Siamo tutti in silenzio e con la testa china
mentre, un po' in francese e un po' in italiano, lei inizia sfogarsi,
urla che non voleva nascere negra, dà voce ad una storia terribile in
cui parla della sua solitudine, della Costa d'Avorio, di colonialisti
(dice proprio così: "colonialisti"), del soldato francese che le è
entrato in casa e ha ucciso tutta la sua famiglia. Non c'è niente da
dire, per noi più che frasi sono lapidi; mia madre mi riporta alla
realtà, ha un leggero capogiro e vuole tornare a casa.
L'uomo
che prima stava vicino alla donna adesso la abbraccia. Lascio dieci
euro accanto ai cd con le custodie rotte, poi vado con mia madre alla
fermata del nove, e la ascolto mentre aspettiamo il tram.
"Hai
fatto benissimo a fermarti. E sono rimasta stupita da quello che è
successo: non lo ha ascoltato nessuno! E' stata una bellissima scena,
non lo avrei mai detto."
"Questa è Torino, e di qua non passano.”…