Roviniamoci
il Natale
E’
difficile ‘scalfire’ le tradizioni del Natale: tutto è avvolto
in un fittissimo intreccio di ‘ninna nanna’ religiose profane,
folcloristiche e commerciali. Né io penso che tutto ciò che è
tradizionale sia automaticamente da demonizzare o condannare.
Anche
i ‘turbamenti’ natalizi sono già
programmati e...
siamo invitati a pensare, appunto per fare un BUON NATALE, anche ai
disoccupati e a coloro che non avranno la gioia di sedersi ad una
mensa familiare in pace e armonia. Il papa ci regalerà i rituali e
noiosissimi auguri in quaranta lingue e la sua benedizione urbi
et orbi (cioè
alla città di Roma e al mondo intero) non differisce molti dallo
zucchero dei vari “pandoro” che servirà ad aumentare il
colesterolo nelle nostre arterie.
La
televisione ci elargirà un’alta dose di emozionanti cretinerie per
infantilizzare la spettabile rete dell’Italia teledipendente.
Il guaio è che ci stiamo abituando a lasciarci ammannire tutto.
Che
peccato! Si potrebbe vivere dei valori tradizionali in modo
“rivoluzionario”, ma l’artificiale poesia e la strisciante
retorica di queste feste rischiano di compromettere anche i sinceri
tentativi di rinnovamento evangelico.
Mi
prefiggo, con molta semplicità, di guastare
un tantino
le melodie natalizie soprattutto proponendo in
positivo
alcune riflessioni e mettendo in circolazione alcune informazioni.
Una
festa che nasce tardi
“Il
Natale è testimoniato per la prima volta nel calendario delle feste
del Cronografo romano di Dionisio Filocalo dell’anno 354, ma,
tenuto conto della data di composizione dello stesso (l’originale è
del 335-336), appare probabile che si sia introdotto a Roma già
prima del 336. A Milano la festa del Natale fu celebrata dal 337, in
Antiochia e Costantinopoli intorno al medesimo tempo o poco dopo; in
generale però si diffuse solo con lentezza, tanto in Occidente che
in Oriente, cosicché ancora l’imperatore Giustino II (565-578) si
vide costretto ad imporla per tutto l’Impero Romano….. La scelta
del giorno 25 dicembre fu determinata, con tutta probabilità, dal
fatto che il mondo romano celebrava in questo giorno il solstizio
d’inverno, la nascita
del dio Sole
(Natalis solis invicti), il culto del quale era molto diffuso
nell’impero da Aureliano in poi. Al posto della festa pagana ora
doveva subentrare una festa cristiana, così è chiamato spesso
Cristo dal terzo secolo in poi… Il simbolismo della luce ebbe forse
una parte notevole anche nella istituzione della festa dell’Epifania
in Oriente” (K. Bhilmeyer-H. Tuecle, Storia
della chiesa, I,
pag. 410, Morcelliana, Brescia 1969).
E’
il periodo in cui probabilmente nasce e si afferma la festa
dell’Epifania che ebbe connotazione e significato diverso in
Oriente e in Occidente.
Gesù
non nasce miserabile
I
testi poetici di Luca e Matteo (Vangeli dell’infanzia) e gli
apocrifi, che abbondano di meraviglioso e leggendario, senza poter
pretendere un carattere storico, hanno incoraggiato questo equivoco.
Tanto più che noi ci ostiniamo sovente a leggere queste costruzioni
teologiche
come se fossero dei resoconti storici. E così Gesù è diventato il
bambino che nasce tra freddo e gelo, in una grotta, il più
miserabile della terra. Ma questa è probabilmente una
menzogna bella
e buona ed occorre sradicarla. Gesù nasce in una casa comune del
popolo: è un povero
in questo senso, ma
non è affatto miserabile per nascita. Si potrebbe addirittura dire
che Gesù, in quanto figlio di un artigiano, nasce
nel ceto medio della
società di allora. Certo, un artigiano non era un notabile, non era
uno che contava nemmeno allora, ma aveva una casa e un lavoro stabile
che gli permetteva di mantenere una famiglia.
“Gesù
apparteneva al ceto medio. Per nascita e istruzione non era né
povero né uno sfruttato. Si è spesso evidenziato il fatto che Gesù,
a differenza di Paolo, non era cittadino romano e quindi non aveva
gli stessi diritti di un cittadino romano. Ma nella società in cui
egli viveva, ciò non implicava una condizione di inferiorità. Il
suo unico svantaggio, circoscritto peraltro alla sola Gerusalemme,
era costituito dal fatto di essere galileo. Gli ebrei ortodossi di
Gerusalemme guardavano dall’alto in basso gli ebrei originari della
Galilea. Gesù si distingue appunto per questo: sebbene appartenesse
ad un ceto medio, si mescolò coraggiosamente alla gente più
semplice e umile, fino a identificarsi con essa. Divenne così un
fuori-casa per
sua scelta” (A.
Nolan, Gesù
prima del cristianesimo, Edizioni
Dehoniane, Bologna 1986, pag. 41).
Stiano,
quindi, attenti quando diciamo che Gesù era nato povero. La
parola è ambigua e
non precisa con sufficiente chiarezza il fatto che la famiglia di
Gesù, con tutta probabilità, non apparteneva alla cerchia dei
miserabili.
“Si
è fatto povero”
Il
testo di Paolo (seconda lettera ai Corinzi 8, 9) ci aiuta a capire.
Se i primi capitoli dei vangeli di Luca e di Matteo possono – con
gli scritti apocrifi – farci pensare ad una origine miserabile,
questo scritto paolino ci delinea piuttosto un
cammino. E’
stato un dono che Dio ha fatto a Gesù il renderlo capace di
scegliere la strada dell’immersione nel mondo degli ultimi! E’
Dio, ci dice Paolo, che ha reso possibile questa scelta nella vita
storica di Gesù. “La chiamata profetica è stata accompagnata in
Gesù da una scelta sociale, quella della classe ultima e più
abbandonata”. (Ortensio da Spinetoli, pag. 166).
Il
ceto medio era una posizione (ed è ancora così) dalla quale ci si
poteva aprire un varco verso gli strati alti. Gesù, invece, si
coinvolge verso il basso. Gesù ha
voluto diventare
un profeta povero, nonostante che spinte contrarie (le cosiddette
tentazioni) insorgessero dl suo animo e dal suo ambiente a portarlo
sul tracciato opposto, quello del prestigio, della potenza, dello
spettacolo, della ricchezza.
La
sua identificazione
con i “maledetti” della terra non è un dato di anagrafe o di
nascita, ma una
decisione assunta lucidamente
e progressivamente assecondando il ‘vento’ di Dio che lo spingeva
sulla strada dei profeti.
“Normalmente
gli uomini percorrono la strada opposta: d poveri cercano di
diventare ricchi, anche a discapito dei propri simili e degli stessi
indigenti. Deve essere stato un atto di coraggio, quello di Gesù, di
abdicare alla propria fortuna, reale o possibile, e di schierarsi
dalla parte dei nullatenenti.
…Gesù
non sposa la povertà, ma i poveri; si equipara non solo idealmente,
ma realmente, al loro stato per far propria la loro sofferenza,
paura, angoscia e aiutarli a liberarsene” (Ortensio da Spinetoli,
Chiesa delle origini chiesa del futuro, Borla,
Roma 1986, pag. 166).
La
strada di Gesù
Probabilmente
Luca e Matteo hanno proiettato sulle origini ciò che, nella vita di
Gesù, maturò giorno dopo giorno. Mi pare che la nebulosa poesia del
Gesù poverello là nella capanna corra il rischio di farci esaltare
indebitamente
la miseria
(di cui Gesù non ha mai tessuto l’elogio e che Gesù non ha mai
eretto a modello!) e di farci dimenticare il cammino storico di
quell’uomo di Nazareth che chiamiamo “figlio di Dio”.
E’
tanto comodo “far visita” alla non imitabile “capanna di
Betlemme”: si fa un inchino, si versa una lacrimuccia religiosa e
nostalgica e poi si ritorna casa…forse al palazzo. Ben altra cosa
è interrogarmi sulle scelte della vita, domandandomi se cerco di
andare in su o
se concretamente mi coinvolgo con
chi è ‘dietro’ di me, più povero ed emarginato. Una
capanna si contempla, una strada si percorre. E
un discepolo non può andare in direzione opposta a quella del suo
maestro. Bisogna non perdere di vista la traccia di Gesù, cioè la
direzione
del suo
cammino, delle sue scelte. Che io sia nato a palazzo o che io sia
nato in una capanna, ciò che conta non è la condizione di nascita,
ma la scelta che compio, se conforme o difforme da Gesù. E’
importante sapere che, come noi, Gesù dovette scegliere e decidere.
Un
pugno nello stomaco
Vogliamo
a Natale ricevere questo pugno
nello stomaco? Non sono affatto nemico della buona poesia, delle sane
tradizioni e delle profonde emozioni. Ma il Vangelo non può essere
confuso con esse.
E’
possibile, senza mescolanze poco raccomandabili, rigenerare le nostre
‘feste’ di Natale? Natale non è una nascita, ma una strada. Non
mi interessa molto, come fatto a sé stante, ricordare il giorno in
cui nacque Gesù, ma la strada che egli percorse. Allora soltanto, se
mi coinvolgo in questo cammino, egli
è il sole che nasce per me,
per la
chiesa, per il mondo. Diversamente riusciremo sempre a mescolare le
lacrime e le solenni liturgie natalizie con le più abominevoli
prostituzioni concordatarie con tutti i poteri di questo mondo o con
tutti i nostri annacquamenti dell’evangelo.
O
l’estasi della capanna con i cori angelici o la fatica di una
strada. Non so se sono riuscito a rovinarvi un po’ il Natale. Ho
fatto tutto il possibile!
Franco
Barbero (in “Più
grande del nostro cuore”,
Edizioni Tempi di Fraternità 1982)