domenica 23 dicembre 2018

ROVINIAMOCI UN POCO IL NOSTRO NATALE

Roviniamoci il Natale

E’ difficile ‘scalfire’ le tradizioni del Natale: tutto è avvolto in un fittissimo intreccio di ‘ninna nanna’ religiose profane, folcloristiche e commerciali. Né io penso che tutto ciò che è tradizionale sia automaticamente da demonizzare o condannare.
Anche i ‘turbamenti’ natalizi sono già programmati e... siamo invitati a pensare, appunto per fare un BUON NATALE, anche ai disoccupati e a coloro che non avranno la gioia di sedersi ad una mensa familiare in pace e armonia. Il papa ci regalerà i rituali e noiosissimi auguri in quaranta lingue e la sua benedizione urbi et orbi (cioè alla città di Roma e al mondo intero) non differisce molti dallo zucchero dei vari “pandoro” che servirà ad aumentare il colesterolo nelle nostre arterie.
La televisione ci elargirà un’alta dose di emozionanti cretinerie per infantilizzare la spettabile rete dell’Italia teledipendente. Il guaio è che ci stiamo abituando a lasciarci ammannire tutto.
Che peccato! Si potrebbe vivere dei valori tradizionali in modo “rivoluzionario”, ma l’artificiale poesia e la strisciante retorica di queste feste rischiano di compromettere anche i sinceri tentativi di rinnovamento evangelico.
Mi prefiggo, con molta semplicità, di guastare un tantino le melodie natalizie soprattutto proponendo in positivo alcune riflessioni e mettendo in circolazione alcune informazioni.

Una festa che nasce tardi

Il Natale è testimoniato per la prima volta nel calendario delle feste del Cronografo romano di Dionisio Filocalo dell’anno 354, ma, tenuto conto della data di composizione dello stesso (l’originale è del 335-336), appare probabile che si sia introdotto a Roma già prima del 336. A Milano la festa del Natale fu celebrata dal 337, in Antiochia e Costantinopoli intorno al medesimo tempo o poco dopo; in generale però si diffuse solo con lentezza, tanto in Occidente che in Oriente, cosicché ancora l’imperatore Giustino II (565-578) si vide costretto ad imporla per tutto l’Impero Romano….. La scelta del giorno 25 dicembre fu determinata, con tutta probabilità, dal fatto che il mondo romano celebrava in questo giorno il solstizio d’inverno, la nascita del dio Sole (Natalis solis invicti), il culto del quale era molto diffuso nell’impero da Aureliano in poi. Al posto della festa pagana ora doveva subentrare una festa cristiana, così è chiamato spesso Cristo dal terzo secolo in poi… Il simbolismo della luce ebbe forse una parte notevole anche nella istituzione della festa dell’Epifania in Oriente” (K. Bhilmeyer-H. Tuecle, Storia della chiesa, I, pag. 410, Morcelliana, Brescia 1969).
E’ il periodo in cui probabilmente nasce e si afferma la festa dell’Epifania che ebbe connotazione e significato diverso in Oriente e in Occidente.

Gesù non nasce miserabile

I testi poetici di Luca e Matteo (Vangeli dell’infanzia) e gli apocrifi, che abbondano di meraviglioso e leggendario, senza poter pretendere un carattere storico, hanno incoraggiato questo equivoco. Tanto più che noi ci ostiniamo sovente a leggere queste costruzioni teologiche come se fossero dei resoconti storici. E così Gesù è diventato il bambino che nasce tra freddo e gelo, in una grotta, il più miserabile della terra. Ma questa è probabilmente una menzogna bella e buona ed occorre sradicarla. Gesù nasce in una casa comune del popolo: è un povero in questo senso, ma non è affatto miserabile per nascita. Si potrebbe addirittura dire che Gesù, in quanto figlio di un artigiano, nasce nel ceto medio della società di allora. Certo, un artigiano non era un notabile, non era uno che contava nemmeno allora, ma aveva una casa e un lavoro stabile che gli permetteva di mantenere una famiglia.
Gesù apparteneva al ceto medio. Per nascita e istruzione non era né povero né uno sfruttato. Si è spesso evidenziato il fatto che Gesù, a differenza di Paolo, non era cittadino romano e quindi non aveva gli stessi diritti di un cittadino romano. Ma nella società in cui egli viveva, ciò non implicava una condizione di inferiorità. Il suo unico svantaggio, circoscritto peraltro alla sola Gerusalemme, era costituito dal fatto di essere galileo. Gli ebrei ortodossi di Gerusalemme guardavano dall’alto in basso gli ebrei originari della Galilea. Gesù si distingue appunto per questo: sebbene appartenesse ad un ceto medio, si mescolò coraggiosamente alla gente più semplice e umile, fino a identificarsi con essa. Divenne così un fuori-casa per sua scelta” (A. Nolan, Gesù prima del cristianesimo, Edizioni Dehoniane, Bologna 1986, pag. 41).
Stiano, quindi, attenti quando diciamo che Gesù era nato povero. La parola è ambigua e non precisa con sufficiente chiarezza il fatto che la famiglia di Gesù, con tutta probabilità, non apparteneva alla cerchia dei miserabili.

Si è fatto povero”

Il testo di Paolo (seconda lettera ai Corinzi 8, 9) ci aiuta a capire. Se i primi capitoli dei vangeli di Luca e di Matteo possono – con gli scritti apocrifi – farci pensare ad una origine miserabile, questo scritto paolino ci delinea piuttosto un cammino. E’ stato un dono che Dio ha fatto a Gesù il renderlo capace di scegliere la strada dell’immersione nel mondo degli ultimi! E’ Dio, ci dice Paolo, che ha reso possibile questa scelta nella vita storica di Gesù. “La chiamata profetica è stata accompagnata in Gesù da una scelta sociale, quella della classe ultima e più abbandonata”. (Ortensio da Spinetoli, pag. 166).
Il ceto medio era una posizione (ed è ancora così) dalla quale ci si poteva aprire un varco verso gli strati alti. Gesù, invece, si coinvolge verso il basso. Gesù ha voluto diventare un profeta povero, nonostante che spinte contrarie (le cosiddette tentazioni) insorgessero dl suo animo e dal suo ambiente a portarlo sul tracciato opposto, quello del prestigio, della potenza, dello spettacolo, della ricchezza.
La sua identificazione con i “maledetti” della terra non è un dato di anagrafe o di nascita, ma una decisione assunta lucidamente e progressivamente assecondando il ‘vento’ di Dio che lo spingeva sulla strada dei profeti.
Normalmente gli uomini percorrono la strada opposta: d poveri cercano di diventare ricchi, anche a discapito dei propri simili e degli stessi indigenti. Deve essere stato un atto di coraggio, quello di Gesù, di abdicare alla propria fortuna, reale o possibile, e di schierarsi dalla parte dei nullatenenti.
Gesù non sposa la povertà, ma i poveri; si equipara non solo idealmente, ma realmente, al loro stato per far propria la loro sofferenza, paura, angoscia e aiutarli a liberarsene” (Ortensio da Spinetoli, Chiesa delle origini chiesa del futuro, Borla, Roma 1986, pag. 166).

La strada di Gesù

Probabilmente Luca e Matteo hanno proiettato sulle origini ciò che, nella vita di Gesù, maturò giorno dopo giorno. Mi pare che la nebulosa poesia del Gesù poverello là nella capanna corra il rischio di farci esaltare indebitamente la miseria (di cui Gesù non ha mai tessuto l’elogio e che Gesù non ha mai eretto a modello!) e di farci dimenticare il cammino storico di quell’uomo di Nazareth che chiamiamo “figlio di Dio”.
E’ tanto comodo “far visita” alla non imitabile “capanna di Betlemme”: si fa un inchino, si versa una lacrimuccia religiosa e nostalgica e poi si ritorna casa…forse al palazzo. Ben altra cosa è interrogarmi sulle scelte della vita, domandandomi se cerco di andare in su o se concretamente mi coinvolgo con chi è ‘dietro’ di me, più povero ed emarginato. Una capanna si contempla, una strada si percorre. E un discepolo non può andare in direzione opposta a quella del suo maestro. Bisogna non perdere di vista la traccia di Gesù, cioè la direzione del suo cammino, delle sue scelte. Che io sia nato a palazzo o che io sia nato in una capanna, ciò che conta non è la condizione di nascita, ma la scelta che compio, se conforme o difforme da Gesù. E’ importante sapere che, come noi, Gesù dovette scegliere e decidere.

Un pugno nello stomaco

Vogliamo a Natale ricevere questo pugno nello stomaco? Non sono affatto nemico della buona poesia, delle sane tradizioni e delle profonde emozioni. Ma il Vangelo non può essere confuso con esse.
E’ possibile, senza mescolanze poco raccomandabili, rigenerare le nostre ‘feste’ di Natale? Natale non è una nascita, ma una strada. Non mi interessa molto, come fatto a sé stante, ricordare il giorno in cui nacque Gesù, ma la strada che egli percorse. Allora soltanto, se mi coinvolgo in questo cammino, egli è il sole che nasce per me, per la chiesa, per il mondo. Diversamente riusciremo sempre a mescolare le lacrime e le solenni liturgie natalizie con le più abominevoli prostituzioni concordatarie con tutti i poteri di questo mondo o con tutti i nostri annacquamenti dell’evangelo.
O l’estasi della capanna con i cori angelici o la fatica di una strada. Non so se sono riuscito a rovinarvi un po’ il Natale. Ho fatto tutto il possibile!

Franco Barbero (in “Più grande del nostro cuore”, Edizioni Tempi di Fraternità 1982)