Corso biblico. Torino del 18 gennaio
2019.
Le parabole evangeliche
(Appunti presi durante la conferenza
di don Franco Barbero).
Cominciamo la lettura delle parabole di
Marco, tenendo sott'occhio i tre Vangeli sinottici, che si chiamano
così perché, avendo una struttura simile, si possono leggere in
parallelo, mentre il Vangelo di Giovanni ha una struttura differente
e non comparabile con quella degli altri tre, ad eccezione che per il
racconto della passione.
Il Vangelo di Marco è considerato il
più antico e un certo numero di passi ha una corrispondenza in
Matteo e Luca e perciò si ipotizza che, quando ci sia concordanza la
fonte sia Marco.
I Vangeli di Matteo e Luca contengono una serie di
passi identici o quasi che non si trovano in Marco. Per questi gli
esegeti pensano ad una fonte diversa da Marco (la cosiddetta fonte Q
da Quelle che in tedesco significa fonte) di cui però non possediamo
alcun scritto. Si tratta perciò solamente di un'ipotesi.
La prima parabola presa in esame è
quella del seminatore (Marco, 4, 1 – 20), definita dal Weber come
la parabola dei quattro terreni, che si trova anche in Matteo (13,1 -
23) ed in Luca (8, 4 – 15). Marco abbonda in elementi presi dalla
attività agricola, mentre Luca è molto più sintetico. In Marco,
come in Matteo la parabola viene annunciata in riva al “mare” che
è il lago di Tiberiade, luogo del gruppo di discepoli pescatori,
mentre l'ambientazione di Luca è
diversa. E' probabile che la parabola sia stata ripetuta più
volte in contesti diversi. La parabola si trova anche nel Vangelo
apocrifo di Tommaso, al loghion 9.
Nei sinottici si parla di una gran
folla, espressione certo iperbolica: allora non c'erano mezzi di
amplificazione e si può pensare ad un assembramento di persone ad
una distanza tale da poter udire una voce umana.
La parabola rispecchia certamente le
difficoltà della predicazione delle prime comunità: le parole
“subito viene Satana” (v. 15) esprimono bene lo stato di tensione
e di conflitto in cui si trovano coloro che annunciano il messaggio.
L'esito della predicazione è sempre incerto, perché può andare
incontro a varie difficoltà. E' la comunità che esamina se stessa
considerando i vari terreni dove cade il seme.
Ma, come evidenzia il
Gutbrod, il vero problema sorge quando il rifiuto viene da coloro che
hanno capito il significato del messaggio; al v. 11 la parola
“perché” o “affinché” andrebbe piuttosto tradotta con
“succede che”, é una constatazione piuttosto che una previsione:
succede ( ed il fatto potrà ripetersi in futuro) che la parola venga
rifiutata proprio da quelli che l'hanno meglio capita, proprio
dall'interno della chiesa; ed infatti è successo e succede che la
chiesa faccia delle scelte che contrastano con il messaggio, ad
esempio, alleandosi con i poteri oppressivi ed abbandonando l'opzione
preferenziale per i poveri..
Ma questo seminatore che getta il seme
senza curarsi troppo del terreno dove esso cade non può sembrare
“pazzo” perché non seleziona il terreno buono? In realtà il
seme cade in terreni dove non immaginiamo che possa germogliare ed
invece un terreno arido può essere più fecondo di uno ritenuto
fertile. Al di la della metafora quelli che appaiono “buoni” non
sempre sono quelli che mettono a frutto la parola. Al contrario il
seme può fruttificare dove meno ce l'aspettiamo.
Al termine della parabola seguono due
passi, lampada sotto il moggio e la misura di giudizio (vv. 21 –
25), che non sono classificati come parabole, ma sono detti
sapienziali. Di particolare vigore è l'esortazione “chi ha orecchi
da intendere, intenda!” (v. 23) che ricorre più volte nei Vangeli
e che è una espressione educativa: non basta ascoltare, si può
ascoltare invano. Vengono alla mente alcuni passi del Primo
Testamento come il salmo 137, un canto dell'esilio, dove ci si chiede
“Come cantare i canti del Signore in terra straniera?”, dove
straniero può anche essere il cuore, oppure Isaia 6,9, dove il
profeta si lamenta che all'ascolto non segue la comprensione:
“Ascoltate pure, ma non comprenderete, osservate pure, ma non
conoscerete”, oppure Ezechiele quando si lamenta di non essere
ascoltato “Ecco tu sei per loro come una canzone di amore: bella è
la voce e piacevole l'accompagnamento musicale. Essi ascoltano le tue
parole ma non le mettono in pratica” (Ez 33, 32).
Specialmente Marco evidenzia come anche
i discepoli spesso non capiscano le parabole, diventando “specialisti
nella cecità”.
Segue un'altra parabola, quella del
seme che cresce da sé, presente unicamente nel vangelo di Marco (4,
26 – 29). E' una parabola significativa. Non siamo noi i titolari
responsabili del Regno di Dio.
Noi dobbiamo fare la nostra parte ma
non siamo i protagonisti. Il seminatore va a dormire tranquillo, il
seme germoglia e cresce da solo. Non siamo i proprietari della
comunità né i detentori della salvezza, ma siamo al servizio. Certo
l'atteggiamento di Gesù era quello di affidarsi completamente al
Padre. Forse egli citando Gioele, profeta apocalittico (v. 29)
pensava all'imminenza della venuta del regno. La parabola esprime una
certa ansia di infecondità da parte della comunità, conseguenza
delle difficoltà che incontra (Schweitzer). Un'altra tentazione é
quella di edulcorare il messaggio perché diventi più seducente.
Marco si mostra realista e non occulta
mai le difficoltà. Su questo punto si differenzia da Luca che negli
Atti, scritti parecchi anni più tardi, tende a fare apologia. Non
mancano le difficoltà, ma alla fine l'esito è clamoroso ed il
vangelo si diffonde nel mondo irresistibilmente. Gli atti vanno letti
tenendo conto di questa veste apologetica.
Guido Allice