mercoledì 6 febbraio 2019

UN AIUTO CONCRETO PER RICORDARE

Corso biblico. Torino del 18 gennaio 2019.
Le parabole evangeliche
(Appunti presi durante la conferenza di don Franco Barbero).

Cominciamo la lettura delle parabole di Marco, tenendo sott'occhio i tre Vangeli sinottici, che si chiamano così perché, avendo una struttura simile, si possono leggere in parallelo, mentre il Vangelo di Giovanni ha una struttura differente e non comparabile con quella degli altri tre, ad eccezione che per il racconto della passione.
Il Vangelo di Marco è considerato il più antico e un certo numero di passi ha una corrispondenza in Matteo e Luca e perciò si ipotizza che, quando ci sia concordanza la fonte sia Marco. 
I Vangeli di Matteo e Luca contengono una serie di passi identici o quasi che non si trovano in Marco. Per questi gli esegeti pensano ad una fonte diversa da Marco (la cosiddetta fonte Q da Quelle che in tedesco significa fonte) di cui però non possediamo alcun scritto. Si tratta perciò solamente di un'ipotesi.
La prima parabola presa in esame è quella del seminatore (Marco, 4, 1 – 20), definita dal Weber come la parabola dei quattro terreni, che si trova anche in Matteo (13,1 - 23) ed in Luca (8, 4 – 15). Marco abbonda in elementi presi dalla attività agricola, mentre Luca è molto più sintetico. In Marco, come in Matteo la parabola viene annunciata in riva al “mare” che è il lago di Tiberiade, luogo del gruppo di discepoli pescatori, mentre l'ambientazione di Luca è diversa. E' probabile che la parabola sia stata ripetuta più volte in contesti diversi. La parabola si trova anche nel Vangelo apocrifo di Tommaso, al loghion 9. 
Nei sinottici si parla di una gran folla, espressione certo iperbolica: allora non c'erano mezzi di amplificazione e si può pensare ad un assembramento di persone ad una distanza tale da poter udire una voce umana.
La parabola rispecchia certamente le difficoltà della predicazione delle prime comunità: le parole “subito viene Satana” (v. 15) esprimono bene lo stato di tensione e di conflitto in cui si trovano coloro che annunciano il messaggio. L'esito della predicazione è sempre incerto, perché può andare incontro a varie difficoltà. E' la comunità che esamina se stessa considerando i vari terreni dove cade il seme. 
Ma, come evidenzia il Gutbrod, il vero problema sorge quando il rifiuto viene da coloro che hanno capito il significato del messaggio; al v. 11 la parola “perché” o “affinché” andrebbe piuttosto tradotta con “succede che”, é una constatazione piuttosto che una previsione: succede ( ed il fatto potrà ripetersi in futuro) che la parola venga rifiutata proprio da quelli che l'hanno meglio capita, proprio dall'interno della chiesa; ed infatti è successo e succede che la chiesa faccia delle scelte che contrastano con il messaggio, ad esempio, alleandosi con i poteri oppressivi ed abbandonando l'opzione preferenziale per i poveri..
Ma questo seminatore che getta il seme senza curarsi troppo del terreno dove esso cade non può sembrare “pazzo” perché non seleziona il terreno buono? In realtà il seme cade in terreni dove non immaginiamo che possa germogliare ed invece un terreno arido può essere più fecondo di uno ritenuto fertile. Al di la della metafora quelli che appaiono “buoni” non sempre sono quelli che mettono a frutto la parola. Al contrario il seme può fruttificare dove meno ce l'aspettiamo.
Al termine della parabola seguono due passi, lampada sotto il moggio e la misura di giudizio (vv. 21 – 25), che non sono classificati come parabole, ma sono detti sapienziali. Di particolare vigore è l'esortazione “chi ha orecchi da intendere, intenda!” (v. 23) che ricorre più volte nei Vangeli e che è una espressione educativa: non basta ascoltare, si può ascoltare invano. Vengono alla mente alcuni passi del Primo Testamento come il salmo 137, un canto dell'esilio, dove ci si chiede “Come cantare i canti del Signore in terra straniera?”, dove straniero può anche essere il cuore, oppure Isaia 6,9, dove il profeta si lamenta che all'ascolto non segue la comprensione: “Ascoltate pure, ma non comprenderete, osservate pure, ma non conoscerete”, oppure Ezechiele quando si lamenta di non essere ascoltato “Ecco tu sei per loro come una canzone di amore: bella è la voce e piacevole l'accompagnamento musicale. Essi ascoltano le tue parole ma non le mettono in pratica” (Ez 33, 32).
Specialmente Marco evidenzia come anche i discepoli spesso non capiscano le parabole, diventando “specialisti nella cecità”.
Segue un'altra parabola, quella del seme che cresce da sé, presente unicamente nel vangelo di Marco (4, 26 – 29). E' una parabola significativa. Non siamo noi i titolari responsabili del Regno di Dio. 
Noi dobbiamo fare la nostra parte ma non siamo i protagonisti. Il seminatore va a dormire tranquillo, il seme germoglia e cresce da solo. Non siamo i proprietari della comunità né i detentori della salvezza, ma siamo al servizio. Certo l'atteggiamento di Gesù era quello di affidarsi completamente al Padre. Forse egli citando Gioele, profeta apocalittico (v. 29) pensava all'imminenza della venuta del regno. La parabola esprime una certa ansia di infecondità da parte della comunità, conseguenza delle difficoltà che incontra (Schweitzer). Un'altra tentazione é quella di edulcorare il messaggio perché diventi più seducente.
Marco si mostra realista e non occulta mai le difficoltà. Su questo punto si differenzia da Luca che negli Atti, scritti parecchi anni più tardi, tende a fare apologia. Non mancano le difficoltà, ma alla fine l'esito è clamoroso ed il vangelo si diffonde nel mondo irresistibilmente. Gli atti vanno letti tenendo conto di questa veste apologetica. 
Guido Allice