martedì 5 marzo 2019

Convertirsi a Gesù

Da diversi anni mi sto dedicando a riscoprire la figura di Gesù, che la mia formazione cristiana aveva allontanato nella nebulosità dei cieli.
Se essere cristiano è essere discepoli di Gesù, è essenziale conoscerlo e anche osare valutare se la mediazione della chiesa cattolica, che si è fatta totalizzante ed esclusiva, ce lo consegna nella sua vera realtà oppure ne ha in qualche modo addomesticato la figura, troppo difficile da accettare per la sua radicalità.
Ebbene, con l'aiuto di autori liberi da dogmatismi paralizzanti, quali Ida Magli, Hans Kung, Giuseppe Barbaglio, Roger Lenaers, Ortensio da Spinetoli, Alberto Maggi e anche Carlo Molari, mi sembra di essere arrivato ad alcune conclusioni. La chiesa, nella sua travagliata riflessione sulla persona di Gesù, per ragioni diverse più o meno comprensibili, è arrivata presto con il Concilio di Nicea (325) a fissare definitivamente l'identità di Gesù, consegnandoci nel Credo, che recitiamo ancora oggi nella messa, quel solenne e perentorio proclama su di lui: «Dio da Dio, luce da luce, Dio Vero da Dio Vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre ». L'affermazione solenne della divinità di Gesù ha finito inevitabilmente per ridurre ad un'appendice secondaria la sua umanità, ha rivestito la sua persona degli attributi di onnipotenza, onniscienza che la nostra mente non riesce a non considerare propri di Dio, ma che non si vedono operanti nella vita terrena di Gesù.
Inoltre, il Dio padre-madre misericordioso, che sostiene e accompagna tutte le sue creature senza esclusione nel loro cammino verso il compimento, che sta dalla parte degli ultimi e dei poveri e che prende le distanze da un potere religioso sacralizzato che pretende di rappresentarlo in terra; questo Dio, che Gesù ci ha rivelato e ha agito nella sua umanità, contrasta scandalosamente con il Dio onnipotente, padre-padrone, giudice inflessibile, predicato da una gerarchia sacralizzata che si è attribuita la gestione esclusiva del suo dominio in terra, invece che assumersi soltanto la responsabilità di mettersi al suo servizio.
Sappiamo anche che questa immagine di Dio, predicata e agita da Gesù nella sua umanità, ha incontrato, oltre che l'incomprensione ostinata dei suoi stessi discepoli, l'ostilità crescente e irriducibile dei capi religiosi del suo tempo, gestori del Dio onnipotente, fino al punto di dover subire quella morte infamante in croce, che avrebbe dovuto cancellarlo per sempre dalla memoria umana.
Ma allora, in che senso Gesù è figlio di Dio? Gesù è l'uomo pienamente figlio di Dio, proprio e soltanto perché il Dio misericordioso, il Dio degli ultimi e degli esclusi, ha agito in pienezza nella sua umanità.
Questa è la convinzione a cui sono arrivato. Mi rendo conto che questa affermazione sia eretica anche per i conservatori più tolleranti.
Eppure Gesù ci ha fatto intendere che la verità del Dio testimoniato da Lui non sta nelle definizioni - che Lui non è venuto a rivelare -, non può stare nei catechismi, ma soltanto in ogni vita che agisce ispirata e mossa dall'amore misericordioso e schierato dalla parte dei poveri e degli emarginati.
Un'altra cosa che vorrei esprimere è il disagio crescente che provo partecipando alle nostre eucaristie. Mi sembra che le nostre liturgie eucaristiche dovrebbero essere come la scuola settimanale per imparare a conoscere e a vivere Gesù, per crescere anche noi come figli di Dio. Invece nelle nostre eucaristie, oltre a continuare a proclamare la fede nel Dio imperiale, legislatore e giudice, mi sento costretto ad aderire alla struttura tutta sacrificale del nostro rito eucaristico. L'invito di Gesù ai discepoli nell'ultima cena: «Fate questo in memoria di me» sembra sia stato inteso non tanto come la consegna a proseguire nella loro vita il suo stile di vita improntato all'amore misericordioso, ma come l'invito a celebrare un rito commemorativo, il memoriale del suo sacrificio in croce, compiuto e quasi voluto da Dio stesso per espiare i nostri peccati, capace di soddisfare in vece nostra, incapaci di farlo, la giustizia divina offesa.
Questo paradigma sacrificale retaggio arcaico di tutte le religioni è stato abrogato da Gesù, ma è stato ripreso dalla Chiesa e si ritrova nelle nostre eucaristie. Questo mi sembra un tradimento delle intenzioni di Gesù.
La fede è diventata prevalentemente un'adesione non negoziabile a verità, per di più formulate inevitabilmente secondo modelli culturali storicamente condizionati, l'accettazione di una teologia, di un catechismo e di una morale immutabili stabiliti dal magistero ecclesiastico, invece che - come dovrebbe essere - una fedeltà al modo di essere e vivere di Gesù, attraverso un legame vitale con Lui.
Questa è la vera conversione a cui come cristiani siamo chiamati se vogliamo essere discepoli di Gesù. In definitiva, la chiesa, se vuole annunciare agli altri in modo credibile la Buona Novella, deve preoccuparsi anzitutto di convertire totalmente se stessa all'umanità «divina» di Gesù.
Graziano Soroldoni
Valdidentro (So)
(Rocca 15 febbraio)