lunedì 4 marzo 2019

L'arte di camminare insieme
Mosè ascoltò la voce di suo suocero e fece tutto quello che egli aveva detto (Esodo 18, 24)

C'è un'epica dell'esodo. È come un filo rosso, che appare evidente in alcuni punti della trama, mentre in altri agisce sottotraccia. Non è solo un'illusione ottica, frutto di letture frettolose che passano troppo in fretta dalla schiavitù alla liberazione, dal grido all'happy end. Il filo epico appartiene al racconto: dalla scena del passaggio del Mar Rosso alla vittoriosa battaglia contro Amalek, il libro canta le vittorie di Israele; e la fama di quelle gesta giunge lontano. Fino a Madian, la terra che aveva ospitato il fuggiasco Mosè ora ode la voce dei suoi successi. A Madian Mosè si era sposato con la figlia del sacerdote del posto, Ietro, e aveva avuto due figli. Poi, il Dio d'Israele l'aveva faticosamente convinto a tornare in Egitto per liberare il suo popolo. Ora, è il suocero a mettersi sulle sue tracce, recando con sé la moglie di Mosè e i suoi due figli. Il narratore non ci aveva detto niente di questa separazione. E anche ora non ci viene comunicata come qualcosa di problematico, a cui porre rimedio. Nessuna recriminazione da parte del suocero. Si sa che l'epica ha il suo prezzo: domanda che si sacrifichi tutto, anche gli affetti più intimi, pur di portare a termine l'impresa. E quando questa è conclusa, le persone non sono più le stesse. Se la vita ti ha portato a sacrificare gli affetti, difficile che essi, poi, sgorghino di nuovo, mettendo in discussione la posizione acquisita nel frattempo. La scena biblica del ricongiungimento di Mosè con la sua famiglia non prevede lacrime ed abbracci. Solo nei confronti del suocero ci sono gesti di accoglienza; solo lui compare come interlocutore di Mosè, suo pari nella conversazione e nell'azione. L'epica è una storia di uomini forti e vincitori; quanto alle figure secondarie, le comparse che svolgono ruoli marginali, costoro sono senza voce in capitolo. Stesso copione per Gerusalemme e per Atene: così funziona l'epica. Ma i racconti biblici - che pure non sono immuni ai pesanti limiti del genere letterario, della cultura-ambiente - si inseriscono in un orizzonte dialogico, all'interno di quel libro biblico che è una grande discussione. La biblioteca delle Scritture mette in campo una pluralità di racconti, dai più diversi generi letterari, che accendono sulla realtà prospettive persino opposte. E questa sensibilità dialettica non viene coltivata solo mediante l'accostamento di un libro con un altro di tutt'altro tenore. Anche all'interno di uno stesso libro, persino entro una medesima scena, le voci si moltiplicano e si differenziano. E così, la scena che celebra «tutto quello che Dio aveva fatto in favore di Mosè e d'Israele suo popolo» (18,1), scena fatta di racconti epici, di riconoscimenti, di benedizioni e di sacrifici di ringraziamento, proprio quella scena dà voce allo sguardo critico, da sempre nemico della celebrazione epica. Il giorno dopo l'incontro, Ietro vede Mosè all'opera, totalmente assorbito dal compito solitario di esercitare la giustizia. Ed ecco che colui che era venuto a vedere di persona l'eroe e a confermare la grandezza dell'opera da lui compiuta, ora ne denuncia il limite: «Quel che fai non va bene. Tu ti esaurirai certamente e stancherai anche questo popolo che è con te ; perché questo compito è troppo pesante per te; tu non puoi farcela da solo» (18,17-18). L'epica è fatta di uomini soli al comando, di capitani sostenuti dal consenso popolare. Una solitudine che non regge sui lunghi tempi, che diviene delirio di onnipotenza e peso che schiaccia non solo i diretti interessati. Il copione della storia umana non è eseguibile da sole voci soliste, per quanto dotate: è musica per orchestra. Ietro, dunque, smette i panni del celebratore per indossare quelli del consigliere: «Ascolta la mia voce; io ti darò un consiglio, e Dio sia con te: sii tu il rappresentante del popolo davanti a Dio... ma scegli fra tutto il popolo degli uomini capaci e timorati di Dio... e stabiliscili sul popolo come capi di migliaia, capi di centinaia, capi di cinquantine e capi di decine» (18,19- 21). Il consiglio di Ietro prova ad arginare la tentazione dell'accentramento e contiene in germe la moderna divisione dei poteri. Per l'eroe epico, si tratta di un gesto sovversivo, impensabile nel momento della vittoria, quando la storia sembra dargli ragione e imputabile come atto di lesa maestà. Non per Mosè. Il quale accoglie il consiglio del suocero, scegliendo degli amministratori di giustizia, con ampio potere decisionale (18,24-26).
Il cammino verso la terra promessa si nutre di epica e di etica, di passioni e di critiche, di assunzioni di responsabilità e di divisione dei compiti. È esodo dall'Egitto ma anche da se stessi e dalla tentazione di sentirsi indispensabili e insostituibili. Solo camminando insieme si può raggiungere la terra della libertà.
Lidia Maggi

Della stessa Autrice, LIDIA MAGGI Giobbe il dolore del mondo pp. 104 - €9,50 (vedi Indice in RoccaLibri www.rocca.cittadella.org) per i lettori di Rocca € 9,00 anziché € 9,50 spedizione compresa, richiedere a Rocca - Cittadella 06081 Assisi e-mail rocca.abb@cittadella.org.

(Rocca 1 marzo)