mercoledì 6 marzo 2019

LE PAROLE PER DIRLO

DDM/DDA >1

C'è una regola che è sempre stata una stella fissa nella mia vita. Dice così ‟DDM/DDA>1“. Si legge: ‟dipende da me“” fratto ‟dipende da altro“ è sempre maggiore di 1. Significa: quando fai una qualsiasi azione, quando segui un progetto, devi innanzitutto considerare ciò che dipende da te più che da altri o da altro. Detto in parole semplici: prima di dare la colpa agli altri guarda le responsabilità che hai tu.
 Questo vale in ogni ambito. Prima di lamentarti dei politici guarda come ti interessi dei problemi, a  come scegli nelle elezioni. Prima di lamentarti del clima rancoroso e depresso che ci circonda chiediti cosa fai tu per portare pacificazione e coraggio là dove vivi. Questo vale oggi per la nostra comunità cristiana: prima di lamentarci per il fatto che diminuiscono i praticanti chiediamoci cosa facciamo noi per incontrarli, appassionarli, sostenerli, incuriosirli, stupirli. Se non vengono da noi la prima colpa è sempre nostra. Come sono le nostre liturgie, le nostre prediche, le nostre riunioni, i nostri funerali, i nostri uffici parrocchiali?
 Quale accoglienza calda e premurosa sappiamo offrire? I nostri discorsi sono vitali, carichi di speranza, carichi di concretezza? Che cosa abbiamo seriamente cambiato negli ultimi 30 anni? Attorno a noi è cambiato il mondo, e noi? Ripeto: dipende innanzitutto da noi. Armando Matteo ha scritto un libro dal titolo significativo: ‟La Chiesa che manca“. Dice così: ‟La chiesa che manca e la chiesa dei tanti giovani e delle tante giovani,  delle tante donne e dei tanti adulti credenti che, per un motivo o per l'altro, l'hanno abbandonata negli ultimi decenni o che questa chiesa più semplicemente non è stata in grado di generare pur in mezzo al moto perpetuo del suo  affaccendarsi  pastorale“.
 Ecco: mancano i giovani. E nello stesso tempo mancano le donne dai 30 ai 50 anni. Fatto nuovo per la Chiesa. Ma il problema dei giovani e delle donne sta nella chiesa, non nei giovani né nelle donne. Lo diceva già 80 anni fa G. Bernanos: ‟Il Vangelo è sempre giovane, siete voi vecchi“. Già: siamo vecchi! Siamo noi incapaci di parlare alle nuove generazioni e alle ‟nuove“ donne cresciute dopo il ‘68. Che bella sfida. Decisamente appassionante.
 Abbiamo bisogno di uscire dai soliti schemi, dai soliti linguaggi, dai soliti principi. E ‟metterci a tavola“ con i giovani di oggi. Per ascoltarli, innanzitutto. Noi adulti abbiamo un enorme compito: indicare ai giovani la strada verso il futuro. Anzi di più: aprire loro la strada verso il futuro. Non il nostro, ma il loro. Un adulto non lavora per il proprio futuro, ma per il futuro dei propri cuccioli. Stiamo al mondo per le generazioni che verranno, non per noi stessi o per le generazioni che ci hanno  preceduti. E il futuro sta scritto sulla faccia dei giovani. Il nostro compito è leggere le loro facce e immaginare il futuro. Senza rimpianti, senza rimorsi, senza nostalgia. Per amore del loro futuro. Per amore dei nostri cuccioli.
Derio Olivero, vescovo di Pinerolo
L'Eco del Chisone