mercoledì 19 giugno 2019

"Provocato, rispondo": il vescovo di Pinerolo ha incontrato i lettori del giornale che hanno potuto fare domande, senza filtri
«Sogno una Chiesa in uscita dove sperimentare»

Il tema della laicità, il ruolo delle donne nella chiesa, il celibato dei sacerdoti, il bacio del crocifisso


Martedì 28 a Pinerolo, nella sala del seminario, il vescovo mons. Derio Olivero ha incontrato i lettori de L'eco del Chisone. "Provocato, rispondo" è il tema della serata che è stata un'occasione di incontro e di ascolto. Riportiamo alcune delle domande che il pubblico ha potuto formulare e le risposte del vescovo.
Può illustrare il suo concetto di laicità?
«In ambito generale ci sono due modi di intendere la laicità, alla francese e all'americana. Alla francese è concepire lo spazio laico come uno spazio dove il religioso deve essere assolutamente assente. Il motivo, lo sappiamo, sono state le guerre di religione che hanno imperversato per secoli in Europa. A un certo punto si è detto creiamo degli spazi laici dove la religione non entra così non ci battagliamo. È stata una salvezza perché questo ha generato spazi dove ci si è potuti confrontare a prescindere dall'appartenenza religiosa. Uno spazio libero democratico di pensiero libero. Nel modello all'americana la laicità è uno spazio in cui si danno delle regole affinché ogni elemento che sta all'interno della società possa interagire. Dopo vari anni in cui il concetto francese ha lavorato molto bene ora forse è arrivato il momento di cambiarlo un po': non per creare intrusioni religiose in spazio laico, ma per creare spazi in cui ogni realtà può interagire. Concepire laicità come luogo asettico per non litigare è un inizio ma possiamo fare passi avanti. Detto in modo provocatorio sono convinto che la religione non è una malattia, non è veleno per gli umani, anche se ha dei limiti. La religione - ognuno ha la sua - forse può portare qualcosa di buono all'umano, stando dentro alle regole del gioco sociale, laico. Mi avvicino al concetto americano».
Cosa significa cattolico come intransigente, e cosa pensa dei valori non negoziabili difesi in politica.
«La questione dei valori non negoziabili è stata portata avanti dalla Chiesa cattolica per 25-30 anni, si è battagliato molto. Era un modo di definire certi valori importantissimi, definendoli come non negoziabili, su cui non posso discutere. Invece io credo che non ci sia nulla su cui io possa pretendere di dire non c'è nulla da discutere, fosse anche l'esistenza di Dio. Tema che tra l'altro non veniva messo tra i valori non negoziabili. La dicitura è intransigente e integralista; questo non è un buon modo di servire le cose importanti. Tutto deve essere negoziabile, che non vuol dire che non è importante. Io per certi valori devo essere disposto a dare la vita, ma altrettanto devo essere disposto a parlarne. Se la politica è seria amministrazione della democrazia su tutto bisogna osare confrontarsi, anche sulle cose che ci fanno molto arrabbiare. Sulla democrazia bisogna essere molto seri e i più seri sono i credenti. I credenti sono uomini liberi. Bisogna capirsi sulle definizioni: chi è il credente? È colui che crede in un dio per cui è libero perché sa di non essere lui dio. So che c'è il grande dio che mi libera dalla auto-referenzialità. Il credente deve essere disponibile al dialogo».
Ha mai avuto momenti di dubbio sulla sua fede, e se non si ha fede come si fa?«Momenti di dubbio ne ho avuti tanti. Circa 12 anni fa ero parroco in una grande parrocchia e sono andato in crisi totale di fede, è stata l'unica volta. Essere parroco ed essere in totale crisi di fede è una tragedia. È successo un fatto scatenante che mi ha fatto dubitare fortemente. Mi ha mandato in tilt, sono andato avanti per alcuni mesi tenendo duro, poi sono andato dal mio padre spirituale che è un monaco e gli ho detto che non ce la facevo più, che avevo questa battaglia dentro e alla fine lui mi dice: "Bravo Derio, la fede è proprio così". Lo avrei preso a schiaffi, ma ha capito? Quella frase mi ha cambiato. La fede è un cercare per tutta la vita. Cosa è la fede? Un cercare dio. È una cosa viva e come tale è sempre in farsi».
Mi sono chiesto spesso cosa capiterebbe se il sacerdote avesse una compagna e dei figli, sarebbe più vicino alla famiglia, più coinvolto nella comunità in cui opera, il dialogo aumenterebbe?
«La questione del sacerdozio di un uomo sposato. Se ne discute da tempo, presto ci sarà il sinodo amazzonico che metterà in conto due grosse questioni. L'ordinazione di uomini sposati e la funzione da dirigente delle donne (in Amazzonia la società è matriarcale). La scelta celibataria e questione seria e non semplice, io da giovane sono stato molto convinto di farmi prete, molto meno di non sposarmi. Celibato vuole dire anche portarsi dentro una grossa ferita. In merito al dialogo il celibe per scelta che ha fatto voto di castità si porta dentro una grossa ferita, questo fa sì che possa sentire più di altri la vicinanza dei tanti feriti negli affetti di questa nostra società».
Interviene dal pubblico anche Franco Barbero, della Comunità di Base di Pinerolo.
Nella Chiesa ci sono rituali che non sono attenti alla sensibilità delle persone. Mi riferisco ad esempio al rituale del battesimo dove la mamma che battezza il figlio si sente ripetere più e più volte che verrà tolto il diavolo dal suo bambino. Bisogna rivedere le formule nella sacramentaria, togliere quei linguaggi offensivi. Seconda proposta: nelle mie comunità i laici a turno svolgono il servizio della predicazione. Abbiamo  bisogno di voci di donna nella chiesa, nella predicazione. Dio ha bisogno di voci plurali. Cosa ne pensa?
«Sui testi liturgici condivido. Dal punto di vista celebrativo siamo più in difetto sulla simbologia che sulla terminologia. Una celebrazione è soprattutto un atto simbolico, funziona in modo performativo se è rispettata la potenza simbolica più che se è precisa la modalità linguistica. La questione è seria. Il difetto delle nostre messe non è il linguaggio degli "oremus", è che non creano una dimensione simbolica e sono appiattite su un lungo parlato. Tutto questo spiegare ammazza la liturgia più che l'imprecisione linguistica. Credo che dovremo effettivamente fare dei laboratori, cosa che oggi manca nel Pinerolese. Sulla questione delle donne penso che le celebrazioni della parola, che sono po' il mio pallino, possono diventare lo spazio per dare voce alle donne».
Cosa pensa del bacio al crocefisso da parte dei politici?
«Se guardiamo alla storia del nostro Paese, la Democrazia cristiana dei primi tempi aveva consensi altissimi, era connotata in modo abbastanza netto: nessun politico, dirigente o ministro ha in pubblico mai cosato sventolare i simboli del suo credo. E pure era partito connotato. Torniamo alla quesitone seria della laicità. Credo che questo come vescovo cristiano devo dirlo forte e chiaro. E lo dico a prescindere dalle posizioni politiche. Perché non si deve fare. In primis per il discorso sulla laicità, in Europa abbiamo fatto un cammino serio che è costato caro: c'è gente che è morta per la laicità e il rispetto reciproco, nessuno può dimenticarselo. Secondo: è anche cambiato il contesto, oggi è plurale. Se sono cristiano, come il tale che ha fatto quei gesti, proprio perché lo sono, sono discepolo di Gesù che è stato disposto a morire per tutti, compresi coloro che lo uccidevano. Gesù sulla croce ci è salito lui, non l'ha usata per darla in testa agli altri. La croce non è un simbolo di potere, è il massimo dell'apertura del servizio. Non permetto a nessuno di falsificare così quel simbolo che è così importante per me».
Diocesi di Pinerolo: punti di forza e di debolezza.
«Sono proprio contento di essere a Pinerolo, mi sento pinerolese. Ho visto tantissime cose belle: vivacità di gruppi e associazioni in vari campi, una tradizione di dialogo che si percepisce. È anche un posto bello Pinerolo. La chiesa locale ha sentito certe crisi e ferite più che da altre parti. Forse è uno dei posti più adatti a fare dei laboratori, a sperimentare, e questo mi piace molto. Sappiamo bene che la Chiesa deve cambiare nella impostazione e nelle modalità. In questo senso la nostra Chiesa può offrire buone sfide».
A cura di P. Molino

(L'eco del Chisone, 5 giugno)