giovedì 11 luglio 2019

COMMENTO A LUCA 10,25-37 DI DOMENICA 14 LUGLIO

NELLE MILLE STRADE DELLA VITA

Luca 10, 25-37

Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova:"Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?".
Gesù gli disse:"Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?".
Costui rispose:"Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso".
E Gesù:"Hai risposto bene; fa questo e vivrai".
Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù:"E chi è il mio prossimo?".
Gesù riprese:"Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?".
Quegli rispose:"Chi ha avuto compassione di lui".
Gesù gli disse:"Va e anche tu fa lo stesso".

Non è un caso che nella Bibbia ebraica tutta la vita e tutta la storia siano un cammino. Dalla schiavitù d'Egitto alla terra della liberazione è un viaggio senza tregua. I personaggi biblici sono uomini e donne in cammino. E' durante il viaggio che si incontra la realtà della vita, si 
scopre la presenza di Dio, si conosce chi siamo noi e chi sono gli altri, quali sono le nostre relazioni.
Solo chi cammina conosce davvero il variegato paesaggio degli altri viandanti. Chi sfreccia su un'auto veloce o chi vola da un aeroporto all'altro vede le strade, ma spesso ignora i viandanti. Come chi vive nei tanti palazzi in cui ci si chiude come in fortezze.
Ma, come la parabola insegna, non basta affatto vedere i viandanti per essere solidali con il loro cammino, le loro gioie e le loro sofferenze.

Come è nata questa parabola?

Mi piace sempre interrogarmi sull'origine di un testo biblico
Probabilmente questa parabola, come racconto di sapienza antica, esisteva già prima di Gesù di Nazareth. Egli l'aveva sentita narrare in famiglia e dagli anziani del villaggio. 
Si trattava di un racconto  che metteva in guardia da una religiosità pietistica. In sostanza la parabola sapienziale voleva ricordare che la prima pietra di ogni religione vera  è l'amore del prossimo, di quello più dimenticato. Luca colloca sulla bocca di Gesù questo racconto, ma è facile per noi identificare nel comportamento del samaritano Gesù stesso, la sua pratica di vita e la richiesta esplicita a chi lo voleva seguire.
Essa, in ogni caso, riproduce l'esperienza del Gesù itinerante.

Quanti sentieri sabbiosi ed assolati Gesù aveva percorso.... Essi erano assiepati di gente, specialmente al rientro dal lavoro. Spesso ai margini, ai due lati dei sentieri o delle piccole strade, si trovavano mendicanti, donne, emarginati, malati …
Gesù osservava il "movimento", i comportamenti delle varie persone.
Fin dagli anni della giovinezza, nel suo villaggio e in quelli che aveva conosciuto, era stato colpito da un fatto. Parecchie persone pie, tutte osservanti e assidue al culto sinagogale, erano incapaci di praticare quei precetti che la Torah e i Profeti insegnavano. La loro era una religione senza amore. In particolare Gesù aveva notato che molto spesso, proprio gli "addetti al sacro", proprio i sacerdoti e i leviti che ritornavano ai villaggi dopo il loro servizio al Tempio, erano persone fredde, egoiste, insensibili alle sofferenze degli altri....
Questa parabola gli uscì dalle labbra come un messaggio lungamente trattenuto, sofferto ed elaborato nel più profondo del suo cuore.
Da vero poeta e profeta, costruì un racconto "mirato", così vero e pungente da costituire una provocazione mordace e diretta in cui ogni ascoltatore fosse "costretto" a domandarsi in quali panni si trovasse, con quale comportamento si identificasse. Nello stesso tempo Gesù dava ai suoi ascoltatori il criterio fondamentale per individuare quale fosse il sentiero di una fede vera.

"Le viscere si contorsero dentro di lui": ebbe compassione

Dunque, ancora una volta la strada è il simbolo della nostra vita e luogo in cui riconosciamo chi veramente siamo. Gente che passa oltre, dall'altra parte o gente che sa fermarsi e guardare con partecipazione chi è nel bisogno e nella sofferenza?
Nel suo significativo viaggio a Lampedusa papa Francesco ha scelto di fermarsi sulle sponde di questo mare in cui molti credevano di trovare la "rotta della salvezza" e sono finiti in un immenso cimitero.
Certo, riconosciamolo, siamo pieni di problemi per conto nostro, siamo come inseriti in una ruota senza sosta e tutto ci invita ad andare oltre. La stessa complessità dei problemi spesso produce in noi un senso di impotenza paralizzante. Ma il bivio è ineludibile e chiaro: o scegliamo l'indifferenza o facciamo nostra la cultura e la prassi della prossimità.
Non si tratta di sognare o progettare gesti potenti, ma di praticare la prossimità possibile, quella che appartiene alle donne e agli uomini come noi, piccoli e senza potere.
Se le nostre comunità cristiane non diventano "chiese di strada", se non si coinvolgono con i "feriti", le "violentate", gli emarginati e i disperati della terra, rischiano di ridurre la fede ad una retorica religiosa.
Ma chi crediamo di essere, quale felicità pensiamo di trovare in quel passare dall'altra parte, in quel "non perdere tempo" con chi non ce la fa a camminare da solo o è stato cacciato nella disperazione?

Ritrovare il samaritano che è in noi

Ma, guardando in positivo, come possiamo nella vita di oggi imparare insieme a fermarci, ad aprire il nostro cuore e le nostre mani al fratello o alla sorella che sono cadute nelle mani dei "briganti"?.
Serve, intanto, una riflessione sapienziale.
In questa società dell'incertezza, della precarietà, delle nuove povertà emergenti, ciascuno e ciascuna di noi possono incontrare "il brigante" di una malattia, di una ferita esistenziale, di un lutto irreparabile, della disoccupazione …
"Siamo tutti lungo la stessa strada, ma facciamo finta che non sia così" (Nicoletta Dentico).
Se impareremo insieme a fermarci, scopriremo che in ciascuno e ciascuna di noi ci sono tante idee, risorse, energie da mettere in comunione con altri. Se ci fermiamo, troviamo il "samaritano" che è latente in ciascuno di noi, nascosto da una patina di fretta e di perbenismo.

Antidistanza da praticare

Ma c'è di più. 40 anni fa  scrivevo, nel volumetto "Essere semplici è possibile?" che la sequela di Gesù ci coinvolge nella pratica dell'antidistanza. Detto in termini persino banali, la vita quotidiana ha bisogno della freschezza di un saluto, di un sorriso, di un cenno in ascensore, di una attenzione ai coinquilini, della disponibilità a bagnare i fiori del vicino in ferie, di piccoli "aiuti" che ci possiamo scambiare. Bisogna avvicinare i nostri corpi, farci più vicini, darci il tempo di una chiacchiera per facilitare l'avvicinamento dei cuori. E poi non dimenticare le piccole attenzioni che rendono più serene le relazioni e alleviano alcune fatiche. Inoltre … quanto benessere interiore ci creano i baci, gli abbracci, le tenerezze, le telefonate, una carezza, una gentilezza.
Se in questa società, che spesso ci educa alla estraneità, a vivere quasi come oggetti avvicinati anziché persone comunicanti, cerchiamo a piccoli passi la "pratica samaritana", ne vedremo la fecondità nel tessuto della nostra vita quotidiana. Aiuteremo la nostra chiesa a farsi prossima delle persone più ferite ed abbandonate e a non fermarsi nelle case dei potenti, nella retorica dell'amore universale, che spesso è un egoismo coperto di buonismo.

O Dio,
che io non giri alla larga da chi mi risulta noioso, pesante …
Che non affretti il passo per fuggire da chi mi racconta sempre pene e dolori, ma impari ad avvicinarmi alle persone con gli occhi e il cuore del samaritano.
E poi … che impari a lasciare che qualcuno/a si prenda cura di me, quando il "ferito" lungo il cammino della vita sono io.