di Mariapia Veladiano
Per
gli studenti le prove Invalsi sono una rilevazione e non una
valutazione, e così deve essere e deve restare, ma per il sistema
scolastico nazionale rappresentano una vera valutazione della validità
del proprio lavoro e i risultati restituiti, di anno in anno sempre più
precisi, possono orientare le decisioni politiche sulla scuola, e
subito, perché i miglioramenti nel campo degli apprendimenti chiedono
tempo e quel che conta è invertire le tendenze negative, sia pur di
poco, anno dopo anno, partendo dai dati più importanti.
1.
Abbiamo un problema con la lingua italiana.
Un dramma perché la
competenza linguistica è trasversale a tutte le discipline e
l’analfabetismo funzionale, cioè non capire quello che si legge,
impedisce ogni tipo di apprendimento, impedisce l’esercizio della vita
democratica, limita il pensiero, ci rende le prede ideali di ogni tipo
di demagogia e pregiudizio.
2.
Il problema della lingua è più grave al Sud e, vien da dire, si porta
dietro i risultati non positivi anche in matematica e inglese.
Perché?
Invece di lanciarsi su luoghi comuni intorno alla qualità
dell’insegnamento al Sud, è il caso di ricordarci che lo status
socio-economico e culturale influisce sui risultati lungo tutto il corso
degli studi e che le indagini Ocse-Pisa ci mostrano che gli
apprendimenti sono condizionati dalla dotazione culturale di contesto
delle famiglie (disponibilità di libri, strumenti informatici, spazi
adeguati allo studio), dal clima disciplinare di classe (fattori che
sostengono l’attenzione), dalle condizioni fisiche dell’aula (banchi,
acustica, decoro, dotazioni tecnologiche).
3. Abbiamo un problema di equità.
Equità
significa che a partire da condizioni sociali ed economiche diverse
ciascuno studente e ciascuna studentessa ha la possibilità di accedere
alle stesse opportunità formative. È la misura vera della scuola
democratica.
L’Italia
ha una mobilità intergenerazionale (figli che acquisiscono un titolo di
studio superiore a quello dei genitori) del 19% contro la media Ocse
del 37%.
Ma
qui qualcosa si può fare. La variabilità, cioè il divario, dei
risultati fra scuole e fra classi della stessa scuola aumenta da Nord a
Sud fin dalla scuola primaria. Vuol dire che i ricchi di soldi e di
cultura tendono a scegliere le stesse scuole che diventano di
eccellenza, più al Sud che al Nord. E vuol dire che dentro ciascuna
scuola si creano classi di livello, dove si aggregano ragazzi
eccellenti, oppure dove si collocano docenti stabili che assicurano
continuità e progetti.
Nell’apprendimento
c’è un "effetto di contesto" che può far volare i risultati e servire
l’equità, se il gruppo classe è variegato e disomogeneo per livello.
Bisogna contrastare i meccanismi che portano alla ineguale distribuzione
degli studenti.
Questo lo si può fare ed è una delle poche cose che dipendono davvero esclusivamente dai presidi.
Bisogna aver coraggio e visione, come si dice.
4.
L’autonomia differenziata così come è per ora tratteggiata dalla
politica, in questa situazione sarebbe una iattura. Le regioni del Nord
hanno già risultati migliori, senza autonomia.
5. Dal Nord al Sud serve una maggiore competenza linguistica.
Tullio
De Mauro diceva che la lingua la si impara per esposizione. Su questo
la scuola italiana è proprio un presidio di resistenza perché il
contesto sociale è tremendo.
La Repubblica 11 luglio