«Dovete
capire che l'Amazzonia è del Brasile, non vostra». Con tanta
delicatezza Jair Bolsonaro ha risposto ai giornalisti che gli
facevano notare l'aumento della deforestazione nella regione
amazzonica durante un incontro con la stampa estera. Poi il
presidente brasiliano ha aggiunto che gli europei non dovrebbero
parlare, perché hanno già devastato il loro continente, e che i
dati erano falsi. Il Brasile, invece, è aperto alla cooperazione per
sfruttare la sua biodiversità. I dati contestati da Bolsonaro sono
stati resi pubblici dall'Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais,
l'agenzia spaziale brasiliana. Che ha denunciato un aumento del tasso
di deforestazione dell’88 per cento dal giugno 2018 al giugno 2019.
Con una perdita di 739 chilometri quadrati nel solo mese di maggio,
l'equivalente di due campi da calcio al minuto. E se il
presidente ha dichiarato che avrebbe convocato il direttore
dell'agenzia Ricardo Galvão, «al servizio di qualche organizzazione
non governativa», la comunità scientifica ha protestato
vivacemente, perché i «satelliti non sono responsabili della
deforestazione, si limitano a registrare ciò che accade».
Anche
se con un solo mese può non essere significativo per individuare una
tendenza a lungo termine, il vertiginoso aumento della deforestazione
«è deprimente, ma non sorprendente», ha dichiarato Carlos Rittl,
della ong Observatório do Clima, visto che il governo sta
smantellando tutte le politiche di tutela ambientale messe in campo
dai tempi del vertice di Rio del 1992. E sta stimolando
l'imprenditoria agricola nella speranza di risollevare l'economia.
D'altra parte l'Amazzonia è del Brasile, come dice Bolsonaro. Ma il
problema è di tutti. E forse dovrebbero essere i governi dei Paesi
ricchi a proporre incentivi per la conservazione, ma di questi tempi
pare che la salute del pianeta non sia una priorità per nessuno.
Marco
Cattaneo, il Venerdì 9 agosto 2019