VOLARE CON I PIEDI PER TERRA
Queste sono le leggi che tu esporrai davanti a loro:
se compri uno schiavo ebreo, egli ti servirà per sei anni,
ma il settimo anno se ne andrà libero, senza pagare nulla.
(Esodo 21,1-3)
Le
dieci parole rappresentano per il popolo dei fuggitivi la carta
costituzionale di riferimento per vivere un'esistenza liberata in una
terra diversa da quella conosciuta fino ad allora e, per il momento,
soltanto promessa. Tra le righe di quelle parole essenziali echeggia la
lingua del sogno:un'utopia che, pur rivolta a un gruppo umano specifico,
da voce alle segrete speranza di una vita buona, che appartengono ad
ogni società umana. Il fatto stesso di essere state rivelate nel
deserto, in un contesto di extra territorialità rispetto alle ristrette
limitazioni nazionali, depone a favore del respiro universale di queste
parole. E tuttavia, allora come oggi, i valori costitutivi devono poi
essere tradotti in leggi specifiche. Una casa ha bisogno di fondamenta.
Ma se ci si fermasse a queste, non sarebbe una casa abitabile. Il
respiro della voce udita da Mosé nelle dieci parole intende animare
corpi che si muovono nella grigia pianura del quotidiano, tra grovigli
di situazioni ambigue. La limpidità della carta costituzionale deve
tradursi in codice, in indicazioni di percorso lungo gli ambigui
tracciati della vita comune. Da qui in poi, il libro dell'Esodo,
perlopiù, sposa il linguaggio del codice per illuminare situazioni che
Israele dovrà affrontare nella terra promessa. Già questa mossa
letteraria risulta interessante: il Sinai non è solo il momento glorioso
in cui si dà voce alla speranza di una realtà radicalmente nuova, cui
seguirà, inevitabilmente, la stagione delle contrattazioni e dei
compromessi. Il Sinai osa dire, nel momento fondatore, sia le dieci
parole solenni, sia gli innumerevoli dettagli di una casistica
minuziosa. Tenere insieme, in tensione, le due dimensioni della legge,
collocandole entrambe nel momento rivelativo del Sinai, esprime il
carattere della parola biblica, per la quale non si dà utopia senza
farsi carico della concretezza, come viceversa non vi è appello al
realismo senza riferimento all'ideale costitutivo. Leggere le
indicazioni che seguono immediatamente la proclamazione delle dieci
parole fa un certo effetto: l'aria rarefatta del monte sembra esaurita e
il respiro si fa più affannoso nel deserto. Ma se, nel leggere,
proviamo e non sciogliere la tensione che intenzionalmente il racconto
stabilisce tra le parole precedenti e queste, forse, riusciamo ad
identificare l'area tipica del paesaggio biblico. Non senza ironia le
prime indicazioni del codice affrontano la questione della schiavitù. Ma
come-penserà chi legge-l'epopea di Israele non aveva decretato la
soppressione della schiavitù? E allora perché il codice prevede rapporti
tra padroni e schiavi, come se Israele dovesse riprodurre le medesime
relazioni oppressive patite in Egitto?Siamo sempre di nuovo nella terra
del "Mors tua, vita mea"? Finché si tratta dei suoi, il Dio biblico
lotta e si presenta come il liberatore; con gli altri invece chiude un
occhio.
E se, invece dietro i dettagli del codice, scorgessimo la
sapienza pedagogica di un Dio che conosce il cuore umano e sa che anche
il nuovo può prendere forma solo a partire dal materiale precedente? Che
l'uscita dall'Egitto non avviene magicamente e che le vite non cambiano
mai in un batter d'occhio? Certo, il testo che leggiamo, evidentemente,
rispecchia la vita sedentaria di Israele nella terra di Canaan ed è
stato successivamente retroproiettato al momento fondativo del Sinai. Ma
appunto, questa mossa letteraria ci costringe ad uscire dal semplice
schema che contrappone gloriosi inizi ai successivi tradimenti.
L'esistenza libera è fatta della stessa materia della vita umiliata. La
differenza sta nella lavorazione. Ecco allora, che con sapienza
realistica il Dio biblico prova a lavorare un' umanità per la quale è
del tutto normale che ci siano deboli e forti schiavi e liberi. Prova ad
arginare la violenza che continua a dettare legge nei cuori umani,
mettendovi un argine, come la ben nota legge del taglione (21,24-25) che
non sopprime la violenza ma impone un principio di proporzionalità,
affinché il farsi giustizia non si traduca in una vendetta infinita. o
come la legge del settimo anno, che impone la liberazione dello schiavo
(21,2): uno shabbat di giustizia che intende trasfigurare non solo l'anima ma l'intera società.
Da
qui in avanti il testo dell'Esodo appare un terreno scivoloso: più
palude che deserto. Ma non è così la vita di ogni persona? Una parola
che intende essere "vera" deve sapersi muovere nelle paludi della vita. A
noi che la leggiamo, è chiesto non solo di sospendere l'incredulità ma
anche di cogliere il movimento sotteso, insieme alla presenza di un Dio
che non compare più sulla scena per liberare con braccio potente gli
oppressi ma si nasconde dietro i dettagli di un codice, preoccupato di
tradurre nel concreto il sogno della liberazione.
Lidia Maggi
Rocca 1/08-2019