In memoria di un bambino morto in aereo sognando l’Europa
di Roberto Saviano
Di
lui non si conosce il nome. E nemmeno l’età: “Una dozzina d’anni”, si
legge nei comunicati. Era partito dalla Costa d’Avorio, nascosto nel
carrello.
Il corpo è stato trovato a Parigi. La sua tragedia è un atto d’accusa contro la nostra indifferenza
Mentre
il personale tecnico dell’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi stava
facendo una ricognizione di routine sull’aereo di linea della Air France
partito martedì sera da Abidjan in Costa d’Avorio e atterrato a Parigi
alle sei di mattina di mercoledì, ha notato qualcosa di anomalo nel vano
del carrello. Avvicinandosi ha compreso che c’era qualcuno, immobile:
era un cadavere, un piccolo cadavere. Le comunicazioni che citano fonti
della polizia francese parlano di un immigrato «di una dozzina di anni».
Scritto proprio così «d’une dizaine d’années». La Air France invece
conferma ufficialmente la morte di un “clandestino”.
Sembrano
le parole scelte per via di una sorta di accortezza per non turbare il
lettore, è invece solo un orrida astuzia per gestirne il drammatico
impatto mediatico: non si pronuncia mai la parola bambino. È un bambino
ad essere morto. Provate a immaginarvi voi stessi a dieci, dodici anni
chi eravate, come eravate. Provate ad avere a tiro di sguardo un bambino
di quest’età ma fatelo ora in questo istante, fissatelo. Provate a
pronunciare nella vostra testa che ha una dozzina d’anni e provate a
descriverlo cittadino o clandestino a seconda dei documenti che
presumibilmente possiede; ora provate a misurare il disgusto che provate
per questa metrica di descrizione che avete appena usato per definire
un bambino.
Fuga dalla miseria
Mentre
scrivo ancora non si conosce il nome e l’età precisa di questo bambino
morto di freddo e di asfissia nel cielo tra l’Africa e la Francia. È
facile immaginarselo nascosto nella radura che circonda l’aeroporto di
Abidjan, mentre scorge l’aereo parcheggiato in mezzo al nulla come
spesso accade nelle piste africane cosi distanti dall’agglomerato di
cemento presidiato. È facile immaginarlo che corre nell’istante in cui
ha intuito di non esser visto attento a trovare il momento adatto per
arrampicarsi sulle enormi gomme dell’aereo e rannicchiarsi nel vano del
carrello.
Questo
lo immaginiamo ma quello che sappiamo di certo è che gli alloggiamenti
dei carrelli di atterraggio non sono né riscaldati né pressurizzati. Le
temperature scendono a oltre — 50 gradi tra i 9 mila e i 10 mila metri,
l’altitudine alla quale volano gli aerei di linea. Sapete cosa succede
quando si è a 4 mila metri? È come respirare in una busta di patatine, a
5 mila inizi a non riuscire a muoverti bene, a 8 mila come dicono gli
alpinisti è come correre su un tapis roulant e «respirare solo tramite
una cannuccia».
Oltre
i meno 42 gradi sotto zero il corpo non riesce più a termoregolarsi
cosi cerca di scaricare tutto il suo calore, arrivano febbre,
sudorazione poi convulsioni, svenimento. Queste descrizioni non sono una
fenomenologia dell’orrore ma solo un tentativo di dare prova di quello
che questo bambino ha provato pagando il suo sogno di volare via in
Europa.
La lettera di Yaguine e Fodé
Cosi
era accaduto anche a Yaguine Koita e Fodé Tounkara: avevano 14 e 15
anni quando si nascosero il 29 luglio del 1999 in un carrello di un
aereo partito da Conakry in Guinea e diretto a Bruxelles. Morirono
assiderati, ma il mondo si accorse di questi due bambini perché
portavano una lettera scritta a mano all’Europa: «Signori membri e
responsabili dell’Europa, è alla vostra solidarietà e alla vostra
gentilezza che noi gridiamo aiuto in Africa. Aiutateci, soffriamo
enormemente in Africa, aiutateci, abbiamo dei problemi e i bambini non
hanno diritti…».
L’attenzione
e la commozione dilagò sui media, ma nessuna politica mutò. Invece
continuarono i tentativi di volare nascondendosi nel vano carrelli. Nel
2013 il corpo di un ragazzo, un sedicenne proveniente dal Camerun, era
stato trovato assiderato sempre in un aereo atterrato a Parigi.
La condanna dell’Africa
Il
60 per cento della popolazione africana è sotto i 25 anni e il 40 per
cento ha meno di 15 anni. È il continente più giovane del pianeta. La
cancrena generata dalla politica populista risiede tutta nell’aver
costretto uno dei temi più complessi del nostro tempo, l’Africa e le
politiche migratorie ad una gabbia interpretativa banalissima.
Costringere a slogan talmente meschini da aver impedito a tutti, anche a
coloro che provano a smontarli ad allontanarsi dall’approfondimento su
ciò che realmente sta accadendo in Africa e sul perché una intera
generazione ha un unico obiettivo: scappare per non tornare.
Eppure
non doveva andare cosi, le cose non sono sempre andate cosi. L’Africa
dal 2012 in poi è piena di tentativi politici di mutare il tragico
destino a cui sembrava condannata, impedire di essere terra di
saccheggio ed impedire che la classe politica corrotta scarichi ogni
responsabilità solo sull’occidente come alibi sempre utile. Quando il
movimento senegalese Y’en a Marre (Non se ne può più) aveva fatto cadere
il presidente Wade oppure il Balai Citoyen del Burkina Faso che
costrinse alle dimissioni Blaise Compaorè, quando Lucha in Congo, ed En
Aucun in Madagascar, e anche Jeune et Fort in Camerun, Sindimujia (non
sono schiavo) nel Burundi, parlavano di lotta alla corruzione, di
democrazia e partecipazione civile, di mettere fine ai presidenti a
vita, di boicottare le politica contro le migrazioni europee, di mettere
al centro la donna, di combattere le monoculture, di difendere
l’ambiente insomma quando questa Africa civile ha iniziato ad
organizzarsi, l’Europa l’ha temuta: rischiava di non essere più
sclerotizzata dai vecchi accordi per tutelare l’estrazione mineraria e
le piantagioni o ricattata dalle imprese che infatti non si fidavano dei
nuovi movimenti e preferivano quelli che erano sì politici “figli di
puttana” ma anche “i nostri figli di puttana”.
Le lacrime e il silenzio
L’aeroporto
da cui è partito il volo — dedicato al primo presidente della Costa
d’Avorio che costruì alla fine degli anni ‘80 la chiesa più alta della
terra, spendendo in un paese dove mancavano ancora scuole, impianti
idrici, modernizzazione degli ospedali, quasi 300 milioni di dollari — è
simbolo del passato africano che ne determina il presente. Dopo tutte
le parole sulla tragedia non vi è che una cosa da fare: fermarsi e
ingoiare tutte le lacrime possibili per sopportare lo schifo che siamo
diventati manipolando le parole, tradendo ogni significato,
compiacendoci del nostro sarcasmo di nascondere quello che sta accadendo
con un semplice “è stato sempre così”. Forse conviene solo tacere
difronte a questo bambino morto di freddo per l’unica possibilità di
felicità che gli era stata data: scappare di nascosto.
La Repubblica 9/01