"Guerra"
non pare più un vocabolo che dice bene l'orrore. La parola si porta
dietro, a suo modo, un che di regolamentato, con eserciti ben schierati,
divise, bandiere, un inizio e una fine. Etichette come "la guerra in
Iraq "" la guerra in Siria" danno l'idea di un catalogo militaresco che
si può agevolmente sfogliare. Perciò la parola va rimpolpata.
Deve
esprimere i crimini dei colossi economici, degli Stati, delle mafie
straricche e super armate, degli eserciti volontari e mercenari
benedetti da divinità ignare.
Deve far perno esplicitamente intorno ad assassinio, scannatoio, massacro, sterminio, sterminio atomico.
Deve
significare che da tempo siamo fuori di ogni possibile regolamento
dello scempio, se non il regolamento di un numero infinito di vecchi e
nuovi conti tra aree del pianeta. Ma forse il vocabolario stesso è
disgustato, si rifiuta di nominare ciò che combiniamo nei modi più
ignobili. Altro che lingua santa di Adamo, altro che letteratura.
Qui
abbiamo ormai, una caotica realtà della persecuzione, della tortura,
della subordinazione e della rivalsa, del terrore della morte, del
saccheggio e dell' avvelenamento senza antidoti, che attraversa il mondo
in lungo in largo ogni giorno come un epidemia senza distinzione tra
pace e guerra.
Nessuna sintassi per ora si mostra in grado di mettere ordine.
Domenico Starnone
Internazionale 7 febbraio