lunedì 17 febbraio 2020

DAL NOSTRO INVIATO AL TERMINE DEL FASCISMO

Nella drammatica notte tra il 24 e il 25 luglio del 1943 Mussolini venne sfiduciato dal Gran Consiglio del fascismo. Un ordine del giorno votato a maggioranza restituiva al re molti poteri, a cominciare da quelli del comando militare, che il duce aveva preteso e che ora, malato e depresso, gli venivano tolti. Eppure, il giorno dopo Mussolini si recò dal re sicuro di riavere la fiducia. Vittorio Emanuele III lo fece arrestare dai carabinieri. Fine del fascismo, a parte la breve parentesi tragicomica della Repubblica di Salò.
Le vicende sono note ma ci sono libri che ce le fanno rivivere come se fossero di palpitante attualità. Così Pier Luigi Vercesi nel suo La notte in cui Mussolini perse la testa (Neri Pozza). Vercesi, da valente inviato ha ricercato in un'ampia bibliografia i dettagli significativi, capaci di imprimere vita e colore a una storia dando al lettore quasi la sensazione di avervi partecipato. Già nei giorni precedenti alla riunione, a Roma correvano voci che alludevano a una congiura, anzi a più congiure - Vaticano compreso - per disfarsi del Duce. Il re tutto ascoltava in attesa del momento giusto per assestare il colpo. I vari gerarchi tramavano preoccupandosi soprattutto di assicurarsi un futuro (la stessa sopravvivenza) nel dopo-fascismo. Il 19 luglio gli Alleati avevano bombardato Roma causando migliaia di morti, i romani - come quasi tutti gli italiani - erano al limite della penuria e della sopportazione. La narrazione di Vercesi intreccia con sapienza narrativa questi vari elementi restituendo la confusione e i timori di quelle giornate convulse. A un certo punto l'autore si chiede quale sia stato tra tutti questi motivi quello determinante. Risposta impossibile oggi come allora: «Nessuno degli attori aveva una visione globale di ciò che accadeva in quell'Italia nei primi mesi del 1943».
Corrado Augias

(il Venerdì, 31 gennaio 2020)